Alla fine degli anni sessanta, mentre l’uomo sta per mettere piede sulla Luna e il divorzio non è ancora legge, Elena Spina Torcellan gestisce da sola la Fornace dell’Est, nell’isola di Murano. È una donna in un mondo di uomini, che spesso le sono ostili, ma è anche competente e coraggiosa, ed è determinata a salvare la ditta insieme a Tiziano Zen, un giovane maestro vetraio, geniale e ombroso. Vengono da due mondi diversi – Elena dalla ricca borghesia, Tiziano da un sestiere popolare –, ma li unisce il vetro, li uniscono le collezioni che creano insieme, a partire dai Vetri Spaziali destinati a conquistare il mondo. Elena è già sposata e ha un figlio, ma tra lei e Tiziano nasce un amore che li accompagna per oltre cinquant’anni, un sentimento che resiste anche quando loro si perdono per poi ritrovarsi, mentre arde il fuoco del vetro, della Storia, di un incendio che forse spegnerà per sempre la Fornace dell’Est. Addii e fallimenti, sorprese e rinascite, serate alla Fenice e gite in laguna, ma anche le Brigate Rosse, la Mala del Brenta, Černobyl’ e l’11 Settembre, e infine la crisi economica. Com’è sorprendente Venezia vista con gli occhi di chi ci è nato e ci vive... In questo romanzo vitale e pieno d’amore, Giovanni Montanaro ce la restituisce come non era mai stata non solo una città unica, ma anche una città come tutte le altre, e soprattutto un luogo ancora pieno di speranza e di futuro, di nuove generazioni che, nonostante tutto, scelgono di vivere affacciati sullo specchio luccicante e mutevole della laguna. Perché il vetro è la cosa più forte e la cosa più fragile. Perché è la cosa che, più di tutte, somiglia alla vita.
Quanti di voi sono mai entrati in una fornace a Murano o Burano per vedere come si lavora il vetro? Quando abitavo a Padova l’ho fatto più volte ed è emozionante. Questo libro mi ha riportato in quella terra da me amata.
Infatti, “Il fuoco di Venezia” di Giovanni Montanaro è un romanzo appassionato e antiretorico che racconta una grande storia d’amore destinata a durare più di cinquant’anni, intrecciata con il destino di Venezia e dell’isola di Murano.
Elena è già sposata e madre quando incontra Tiziano, un giovane maestro vetraio. Tra loro scatta un’attrazione profonda e immediata, un sentimento che resiste al tempo, alle convenzioni sociali, alle difficoltà economiche e ai cambiamenti radicali della società italiana.
La narrazione segue la loro relazione clandestina e poi aperta, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, sullo sfondo di una Venezia viva, operosa, lontana dai cliché turistici: le fornaci di Murano con il loro calore infernale, le calli nascoste, il lavoro manuale tramandato di generazione in generazione, la Fenice che brucia e rinasce, la laguna che muta insieme alla città. Montanaro scrive con uno stile fluido e concreto, capace di restituire il sapore del vetro che si plasma, il sudore degli artigiani, la tenacia di chi sceglie di restare in una città che molti abbandonano.
Il fuoco del titolo è quello delle fornaci, ma anche quello della passione che brucia senza consumarsi, della creatività che resiste e della resilienza di un amore che si rinnova nel tempo. Il romanzo evita ogni idealizzazione della città lagunare: mostra le sue ferite, le sue contraddizioni, la fatica di chi ci vive davvero, ma allo stesso tempo ne celebra lo spirito ardente e la capacità di rinascita.
Un libro che unisce con equilibrio storia personale e collettiva, intimità e respiro storico, senza mai scadere nella retorica.
Un romanzo che parla di amore adulto, di lavoro, di appartenenza a un luogo e di come le passioni, quelle vere, possano accompagnare una vita intera.
“Il progetto è tutto da definire, ed è difficile, perché loro non sono più giovani, io forse lo sono troppo, e poi ci sono stati la pandemia e il rincaro delle bollette, ci sono le guerre e la gente ha perso il gusto per le cose belle, però adesso siamo qui, davanti al forno acceso, che costa una follia di gas solo arrivare a temperatura, e ci sono tante zone ancora inagibili, macerie e travi appuntite che si perdono contro il cielo, ma non ci importa, adesso siamo qui”
Ben raramente apprezzo libri italiani, e ancor più raramente apprezzo le saghe familiari, ma questo non potevo fare a meno di leggerlo, perché sullo sfondo c’è anche la storia della mia città, dal dopoguerra ai giorni nostri, e la città (meglio, la sua trasformazione) è protagonista quanto la famiglia Spina Torcellan. Pregi: scorrevole e ben scritto, con un tono leggermente colloquiale che imita un po’ Pavese, ma senza esagerare. Personaggi piuttosto azzeccati, non troppo stereotipati. Storia d’amore abbastanza coinvolgente. Trama ben costruita, suspence discretamente dosata verso il finale e chiusura con svelamento di un piccolo segreto. Difetti: finale che non mi è piaciuto affatto, ma sul quale qui non posso dir altro che l’ho trovato, come minimo, inverosimile. Ma la vera peculiarità di questo romanzo sta nella sua configurazione direi quasi enciclopedica, una sorta di effetto-catalogo. Ossia l’autore ha voluto fare un ritratto di Venezia incredibilmente dettagliato e iperrealista, citando tutto quello che è successo qui dagli anni Cinquanta a oggi, avvenimenti storici, episodi di cronaca, innumerevoli personaggi famosi, scuole, centri sociali, eventi, locali rinomati, spettacoli e film girati qui, e mille altre piccole cose che nulla c’entrano con la vicenda degli Spina Torcellan; immagino come una sorta di omaggio affettuoso alla propria città, e una strizzata d’occhio ai lettori veneziani, che leggendo diranno: uh! ma pensa che ci ha messo dentro perfino la bottega della Beppa. Sull’opportunità e sul buon gusto di questo effetto-catalogo si potrebbe ragionare. A qualcuno forse piacerà. A me è sembrato invece eccessivo, inutile e fastidiosamente ammiccante. Comunque: una storia piacevole per chi ama il genere, e che, come è già stato notato da altri lettori, sembra già bell’e pronta e confezionata per diventare una serie tv rai.
«Il vetro vecchio non c’è più. Il vetro nuovo è cominciato.»
Venezia. Fornaci accese, un’isola, il vetro che prende forma per mezzo di quei maestri che con il loro estro ne realizzano colori e fantasia. È una Venezia lontana, una Venezia spesso immaginata, una Venezia che si colora non solo di arte ma anche di legami e di un amore che va oltre il tempo. È la storia di sessant’anni di Storia italiana, è la storia di un legame tra laguna e Murano, tra tradizione artigiana e tempo che passa modificando la società, tra un tempo che non perdona nel suo incedere, tra radici e fragilità che si susseguono nello scorrere di un’esistenza. “Il fuoco di Venezia”, ultimo lavoro di Giovanni Montanaro, è questo e molto altro. Egli torna alla sua città con un romanzo che sa intrecciare diverse realtà, che sa fondere sentimento, arte, Storia, incomprensioni, amore, rivalsa, riscatto ed ancora un’epoca che si sta chiudendo per lasciare spazio a un divenire ancora ignoto. A far da sfondo i canali della Serenissima e l’isola di Murano così ambita e ricercata per le sue fornaci di vetro. Per molti, anche irraggiungibile. Perché l’arte del soffiare il vetro non è cosa da tutti, non è cosa per tutti. Torniamo allora alla fine degli anni Sessanta, l’Italia è in fermento, il mondo si prepara allo sbarco sulla luna e il divorzio è ancora un qualcosa di lontano e impensabile. Elena Spina Torcellan è una donna tanto complicata quanto testarda. È a capo della fornace dell’Est sita sull’isola di Murano. La sua è una sfida contro il tempo e contro quel progresso che sembra sfuggirle di mano. La fornace sembra prossima al fallimento, i lavori che sforna non sono più di interesse, la concorrenza, in particolare del Pellegrini, è schiacciante. Eppure Elena non si arrende, anche se è una donna, anche se è un ambiente capitanato da uomini, anche a costo di sacrificare il legame con il figlio e con quel marito con cui non va minimamente d’accordo. Quando tutto sembra essere ancor più sul filo del rasoio, Tiziano Zen, giovane uomo precoce nel suo essere maestro vetraio, ambizioso e geniale ma dal carattere ombroso, scontroso e impulsivo, perde il lavoro presso la fornace ove tutto ha imparato e si presta a fare un colloquio proprio con quella donna che sembra essere prossima a perdere tutto.
«[…] La temperatura modifica la materia, crea una specie di pasta, che qui a Murano ogni fornace chiama un po’ a modo suo e che è come il Big Bang, da cui può nascere qualsiasi forma, qualsiasi colore.»
È l’unico che le resta davvero al fianco quando per la fornace non sembra esserci possibilità. È l’unico a credere in quei vetri a forma di luna e pianeti, i “Vetri spaziali”, è l’unico ad amarla davvero nonostante quel legame che la lega al marito in un’epoca in cui non può staccarsi da quel legame, e che a sua volta lo lega a una collega di lavoro, Lucia. Quei “Vetri Appartengono, ancora, a due mondi completamente diversi. Lei appartiene all’alta borghesia, è abituata a frequentare l’élite, a comandare, lui al contrario ha origini umili ed è cresciuto in un contesto molto vicino alla povertà quando il padre ha perso il lavoro essendo arrivato il tanto temuto e pericoloso frigorifero. Il loro è un legame che tra riconciliazioni, cadute, incomprensioni, scontri, addii ed ancora riconciliazioni, durerà oltre sessant’anni, un legame che accompagna il lettore con tutta la passione e la tenacia che sa avere un amore, anche quello più complesso e tumultuoso.
«[…] Hai ragione, E oggi? Cosa vogliono, oggi, le persone?»
Giovanni Montanaro prende per mano il lettore e lo conduce in un viaggio fatto di sentimenti puri e di un amore ricco, lungo, profondo e complesso. Si tratta di un sentimento che viene analizzato ed eviscerato in ogni sua forma e in ogni sua laboriosità. Ancora, ci accompagna per i canali e la magia di una città che racchiude al suo interno il mistero e il romanticismo. I riflettori sono puntati su Venezia, il lettore è affascinato da questo luogo che sa essere autentico con poche piccole pennellate. Questo ancor più per merito di un autore che per primo è veneziano e dunque conscio e consapevole del luogo. Le fornaci sono sinonimo di quel fuoco che alimenta la passione e il sentimento che lega i sentimenti dei protagonisti. Il fuoco plasma, riscalda e trasforma ma ha un prezzo e questo prezzo è spesso caro. “Il fuoco di Venezia” è un romanzo d’amore, è un romanzo che attraversa il tempo, che sfiora i destini, che intreccia i cambiamenti culturali, che parla di creatività, che rimarca l’appartenenza, che sa essere un invito alla resilienza e alla tenacia davanti a tutte quelle che sono le difficoltà del nostro vivere. Tra memoria privata e identità collettiva, tra ieri e oggi, in quella fragilità che sa essere forma di resistenza, tra quel cuore racchiuso in ogni anima e nascosto in ogni città, “Il fuoco di Venezia” invita il lettore ad ascoltarsi, ad ascoltare le proprie radici, a interrogarsi su ciò che c’è e ciò che cambia, invita a rallentare, a respirare. Uno di quei libri che si gusta poco alla volta, che al contempo si divora, che resta.
La Venezia che ci piace di più è quella del crepuscolo, l' eco delle onde che si infrange sui canali più silenziosi non presi d'assalto dai turisti, i bisbigli silenziosi di un mondo perduto che resiste alle intemperie e alla non curanza reggendosi su un equilibrio precario a cui basta poco per creparsi e infradicire. Per questo le storie ambientate a Venezia, specie quelle scritte da chi ci è nato o per lo meno ci ha vissuto ci affascinano tanto, incluso questo piccolo romanzo che come raramente accade è approdato sul mio comodino perché attirata dalla sua copertina malinconica. Una storia d'amore fatta di triangoli e figli insoddisfatti come tante ce ne sono, ma che viene impreziosita e caratterizzata proprio dall' ambientazione e dal microcosmo in cui è immersa, quello dei grandi mastri vetrai e delle famiglie che con le loro fornaci hanno reso possibile la crescita e la preservazione di un' arte secolare. A remare contro, oltre ad eredi incapaci di comprendere e sostenere un lascito tanto ingombrante, c'è la seconda metà del novecento con tutti i suoi cambiamenti esplosivi e radicali, dal boom degli anni 60 fino ai giorni nostri in cui per il turismo di massa è più facile comprare cineserie che investire su prodotti costosi e di pregio. Così, anche con un finale in cui si prende un po' troppo la rincorsa rispetto ad una prima parte più affascinante e riuscita, è difficile non restare catturati dal fuoco di Venezia e dalle sue forme colorate e affascinanti: in attesa di un altro giro nella Serenissima, in cui mettersi a cercare con pazienza e indulgenza la vera anima di una città ancora fragile e pur appassionata.
«[…] La temperatura modifica la materia, crea una specie di pasta, che qui a Murano ogni fornace chiama un po’ a modo suo e che è come il Big Bang, da cui può nascere qualsiasi forma, qualsiasi colore.»
Tra memoria privata e identità collettiva, tra ieri e oggi, in quella fragilità che sa essere forma di resistenza, tra quel cuore racchiuso in ogni anima e nascosto in ogni città, “Il fuoco di Venezia” invita il lettore ad ascoltarsi, ad ascoltare le proprie radici, a interrogarsi su ciò che c’è e ciò che cambia, invita a rallentare, a respirare.