Cosa vuol dire appartenere a una terra contesa? Come si racconta una storia di famiglia che attraversa confini, guerre, fughe, ritorni e desideri di pace? Con una scrittura limpida e partecipe, mai ideologica, Widad Tamimi intreccia memoria personale e riflessione civile, accompagnando il lettore nel cuore vivo del conflitto israelo-palestinese, senza semplificazioni né proclami. Tutto prende avvio da un’immagine semplice e due bambini, uno palestinese e uno israeliano, seduti a disegnare la loro casa. Da lì si dipana un racconto fatto di frammenti d’infanzia, storie famigliari, testimonianze, sogni infranti e speranze tenaci.
Ne emerge un memoir profondo e toccante, che parla di esilio, maternità, giustizia e riconciliazione, ma soprattutto dell’inesauribile desiderio umano di comprendere l’altro, anche quando sembra impossibile riuscire a farlo. “Dal fiume al mare” è un libro che prende posizione con dolcezza e la voce di una donna, di una figlia e di una madre che cerca, attraverso le parole, di restituire dignità a una terra segnata da contraddizioni, ferite e bellezza. Una testimonianza letteraria necessaria per chi ama le storie vere che parlano alla coscienza e al cuore; per chi non si accontenta degli slogan; per chi crede che la letteratura possa ancora essere uno spazio di ascolto, verità e umanità. Dal cuore del conflitto israelo-palestinese, una storia di dolore, radici e speranza.
Un memoir potente e profondamente umano, che dà voce a chi vive tra identità spezzate e confini mai pacificati.
Widad Tamimi (Milano, 1981), figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree, la cui famiglia scappò a New York durante la Seconda guerra mondiale, è cresciuta in Italia. Attualmente vive a Lubiana col marito e i due figli e presta servizio nei campi di accoglienza ai profughi nell’ambito del programma “Restoring Family Link” della Croce Rossa Slovena. Nel 2012, per Mondadori, ha pubblicato il suo primo romanzo Il caffè delle donne. Scrive racconti per “Delo”, il principale quotidiano sloveno.
Gli ebrei definiscono Shoah, catastrofe, lo sterminio nazista. L’occupazione del 1948 viene definita Nakba, catastrofe, dai palestinesi. Due popoli, due tragedie, lo stesso nome.
Eppure sembra che non ci sia alcuna riflessione sul fatto che un popolo sta infliggendo all’altro la stessa tortura che ha subìto. E perché? Per appropriarsi di quella terra che sta tra il fiume e il mare, il Giordano e il Mediterraneo, occupandola con la violenza. Una terra sulla quale, come tutto il pianeta del resto, l’essere umano è soltanto un ospite temporaneo.
Widad Tamimi, ebrea da parte di madre e palestinese da parte di padre, apolide nella sua percezione più intima, riflette su questo dramma, ne coglie gli aspetti contraddittori, ne analizza l’intrinseca disumanità. Lo fa con grazia, lucidità, gentilezza. Anche se non ci risparmia gli aspetti più orribili, inaccettabili. Insieme al racconto, la sua storia personale e quella delle vittime innocenti, sottolinea alcuni elementi psicologicamente rilevanti; ad esempio che “i traumi subiti dai sopravvissuti alla Shoah sono stati in gran parte trasmessi ai figli, ai nipoti, alle generazioni successive, fino a diventare un trauma vissuto come personale anche da chi non ne ha fatto esperienza diretta.”
Il fatto di non elaborare mai il lutto porta al perpetuarsi dell’odio e al bisogno inesausto di vendetta e di rivalsa. Il vittimismo diventa un vestito, il senso di pericolo una costante della vita quotidiana. Non si evolve, non si va avanti. E questo rischio c’è anche per i palestinesi.
Un altro aspetto rilevante messo in luce dalla scrittrice e attivista per la pace è che la separazione produce disumanità, impedisce qualsiasi forma di empatia, ovvero la capacità di potersi riconoscere nel dolore dell’altro. Il dolore inflitto a colui che viene percepito come nemico (ma che in realtà è un fratello, anche secondo la Bibbia) assume allora una forma di crudeltà senza scrupoli e senza via d’uscita. Ma se non comprendiamo le ragioni profonde che hanno dato origine a questa forma di violenza, che è la peggiore, non potremmo nemmeno mai disinnescarla. Dice Tamimi: “nessun bambino nasce soldato, nessuno nasce terrorista: tutti cercano un orizzonte che permetta di respirare e di crescere”.
Ma se tutti rimangono confinati dentro un muro, se fin dall’infanzia respirano odio e paura, come potranno immaginare terre nuove e cieli nuovi?
È dunque pregevole e anche commovente il lavoro che Widad continua a fare attraverso la sua associazione, che poeticamente lei ha chiamato IOIEN: andare oltre, come l’unico frammento sopravvissuto di una poesia di Saffo. Quale speranza abbiamo, infatti, di uscire dal buio se non andremo oltre il vittimismo, la recriminazione, la vendetta, l’assenza di comprensione e compassione?
La fiducia che Widad Tamimi continua a coltivare nella natura intrinsecamente buona dell’essere umano è ammirevole, e rappresenta infine l’unica forza a cui attingere per continuare a lavorare verso la costruzione di un futuro di pace.
La lettura di questo libro è iniziata quando la tragedia del Medio Oriente è diventata ancora più drammatica dopo l'inizio della nuova guerra nel Golfo; le riflessioni di Tamimi sembrano ancora più preziose ma risuonano quasi superate perché ancora una volta negli ultimi anni è stato calpestato il diritto internazionale, si è voluto procedere e rispondere con le armi piuttosto che dare una possibilità alla diplomazia, a scapito delle popolazioni civili e mettendo a repentaglio la sicurezza dell'intero globo terrestre.
Il libro di Widad Tamimi, nata apolide e divenuta poi cittadina italiana, si muove con una scrittura chiara e efficace, su un crinale sottile e doloroso: quello in cui la storia personale di una famiglia — divisa tra l’eredità materna ebraica di Trieste e quella paterna palestinese di Hebron — si specchia nella tragedia universale dei popoli in conflitto. Il tema centrale che emerge con forza è il rischio che il trauma si trasformi in identità. Quando una comunità coltiva la propria ferita invece di elaborarla come un lutto, finisce per restare prigioniera di un passato che giustifica la violenza presente. Un punto nodale della riflessione è la critica al "narcisismo collettivo" che impedisce di riconoscere il dolore dell’altro. In un mondo che sembra aver smarrito l’intelligenza emotiva necessaria a distinguere i volti autentici dalle maschere del fanatismo, Tamimi ci ricorda che la vera resistenza inizia dalla capacità di restare umani. "Nessuno nasce violento. Si diventa ciò che il dolore non guarito costringe a essere. E questo vale ovunque, sempre." L’autrice propone allora un cambio di paradigma: l’apolidia, vissuta sulla propria pelle, non come mancanza, ma come "ancorarsi al fatto di essere umani prima che a un territorio", come insegna Primo Levi. È un invito potente a vedere il diritto internazionale non come un’imposizione esterna, ma come un organismo giovane che deve imparare a camminare per proteggere la dignità di ogni individuo, al di sopra delle egemonie statali. La lezione più profonda di questo testo risiede nel superamento del concetto di vendetta. Solo nominando il crimine a prescindere dall'appartenenza etnica o religiosa si può spezzare il cerchio dei massacri che "cambiano soltanto indirizzo". "Finché non si avrà il coraggio di nominare il crimine sopra qualunque appartenenza, finché non si accetterà che la giustizia non appartiene a un popolo ma all’umano, i massacri continueranno a cambiare soltanto indirizzo." L'autrice traccia una linea invisibile ma potentissima tra due città simbolo: Trieste e Hebron. Entrambe, nei ricordi familiari, appaiono come culle di una "normalità pacifica" ormai perduta, realtà composite dove le differenze religiose non erano barriere, ma occasioni di scambio e convivialità. Per Tamimi, queste città rappresentano dei "salvagenti" della memoria: luoghi d'origine dove si erano intessute reti di vita sicura prima che la catastrofe — la Shoah per l'una, la Nakba per l'altra — spezzasse ogni equilibrio. Il trauma dell'esilio e della perdita della casa accomuna i due rami della famiglia di Tamimi, creando così un legame profondo con chiunque subisca l'umiliazione della discriminazione. Ritrovare negli archivi di famiglia gli inviti ai concerti nella Trieste del passato o i racconti del nonno sulla Hebron multiculturale significa rivendicare un passato in cui l'altro non era un mostro, ma un vicino di casa. Widad: significa "amore" in arabo antico e come confessa lei stessa "Ogni volta che qualcuno me ne ha chiesto il significato, fin da bambina ho sentito un richiamo: verso le mie radici, le mie ferite, i miei due popoli, e verso l’intenzione dei miei genitori nello sceglierlo. Ha segnato la mia vita più di qualunque scelta." Un libro molto profondo e scritto sull'onda di scelte e prove personali molto sentite, dolorose e ricche di umanità.
Un romanzo che scava nella memoria, nell’identità e nelle ferite della storia con una delicatezza sorprendente. L’autrice intreccia vicende personali e collettive in una narrazione intensa, che mette al centro il tema delle origini e del senso di appartenenza. La scrittura accompagna il lettore in un viaggio emotivo che attraversa generazioni e confini. Le storie dei personaggi si muovono tra passato e presente, mostrando quanto la storia – quella grande, geopolitica – incida sulle vite individuali.
Ciò che colpisce maggiormente è la capacità dell’autrice di raccontare senza retorica, mantenendo uno sguardo umano e complesso su temi spesso polarizzanti. Non ci sono risposte semplici, ma molte domande che restano dentro anche dopo l’ultima pagina.
L’autrice: giornalista e scrittrice con una storia familiare molto particolare: il padre è un profugo palestinese e la madre ha origini ebree. Il suo libro è un mix tra un saggio e un’autobiografia in cui racconta le radici, il dolore e la ricerca di una convivenza tra i due popoli attraverso le vicende della sua famiglia. <>
Questa nota sull’autrice era necessaria per spiegare il sentimento di amore che si legge in questo libro per entrambi i popoli che definiscono “casa” un pezzo di terra che va dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo). Cosa rappresenterebbero un bambino palestinese e uno israeliano se chiedessimo loro di disegnare la loro terra? Probabilmente avremmo davanti agli occhi lo stesso disegno, quello della Palestina. <>, così dice l’autrice.. ma poi dice anche parlando di Israele: <>
Vorrei citare capitoli interi, quello in cui parla degli ebrei come un popolo in cui il dolore dell’Olocausto non è stato curato e si è tramutato in rabbia, in lavaggi del cervello fin da bambini che li costringono ad impugnare un mitra in tenerissima età, in odio verso i loro vicini di casa dai quali sono fisicamente separati da un muro.. questo capitolo evidenzia quando l’autrice sia legata emotivamente a questo popolo carnefice, ma in qualche modo vittima di sé stesso. <>
Cito un’ultima cosa, la più importante per me: <… presto la responsabilità penale individuale dei politici, dei funzionari pubblici e dei leader delle aziende private colpevoli di aver facilitato crimini internazionali verrà provata e sanzionata. Anche tutti coloro che avrebbero avuto la possibilità di scongiurare questo genocidio e salvare seppur una sola vita umana, ma non lo hanno fatto, saranno giudicati non solo dalla Storia, ma prima ancora dai tribunali.>>
Speravo di leggere un racconto di vita vissuta e invece… una tirata della più bieca propaganda pro-pal: giustificazione dell’eccidio del 7 ottobre, bombe al fosforo su Gaza (ma quando mai?!). La memoria della Shoà come disvalore per giustificare il senso di minaccia che sarebbe alla base della polizia etnica del palestinesi. La storia dimenticata: i 40.000 morti palestinesi per mano egiziana (dimenticati), la svolta terrorista palestinese con attentati, dirottamenti e sabotaggi dei processi di pace di Oslo, Camp David (tutto opportunamente trascurato). Le presunte origini ebraiche per accreditarsi come imparziale… dietro bei pensierini da quarta elementare (la pace nel mondo come anelito, senza indicazione di una prospettiva). È l’ennesimo libro di parte. Ho provato una forte delusione, e ho interrotto la lettura a 3/4 dalla fine. Potevo ascoltare Piero Pelù dal palco del concertone e avrei risparmiato tempo. Almeno lui è viscerale e sa di non sapere usare il cervello per provare a “leggere” un conflitto secolare e dolorosissimo per entrambe le parti. Non perdete tempo a leggere questo finto memoir. 5’ di un influencer decerebrato valgono di più.