Iroha con quella sua chitarra tra le mani sembra invincibile ma non lo è, al contrario la sua è solo resistenza e sopravvivenza. Ogni volta che voltavo la pagina e leggevo qualcosa di suo volevo dirle “smetti di stringere i denti un secondo” perché ho capito quanto dolore nascondesse sotto la sua pelle.
Maverick è quello logico e che prova sempre a mettere in ordine, ma che dentro è una tempesta di quelle peggiori. L’ho amato proprio quando vedevo che si tratteneva che faceva il ragazzo che regge; lì mi è arrivata addosso la verità, ovvero che stava reggendo troppo e da troppo tempo e lo fa per paura di perdere tutto se solo mollasse.
Iroha e Maverick si proteggono si sfidano e a volte si feriscono anche ma lo fanno perché si conoscono troppo bene. Mi sono accorto che quando due persone si salvano da anni non riescono più a distinguere il confine tra proteggersi e stringere troppo la corda.
Mi sono affezionata a tutti i protagonisti, ma soprattutto a Maverick perché sotto sotto ho notato che lui non spiega parole quanto ci tiene, ma te lo dimostra restando anche quando dovrebbe andarsene.
Poi abbiamo Robin che è uno di quei personaggi che arriva e ti fa capire che determinate crepe non si possono più ignorare o nascondere.
Montgomery invece è scomodo a volte quasi disturbante, ma è proprio per questo che funziona, lui ti costringe a guardare in faccia il male senza rendertelo semplice.
La componente mistery è quel punto che alza il livello perché non viene aggiunto come contorno, ma come un filo che percorre tutta la storia rendendola più sporca, più densa, più necessaria. Questo elemento ti permette di provare quella tensione continua che ti costringe a guardare la parte più marcia delle cose, ovvero che spesso non si cerca la verità, ma si vuole solo trovare un colpevole che sia comodo.
L’aggiunta della comunità nomade sotto accusa l’ho sentita e l’ho vista. È stato un gesto simbolico fortissimo perché ho capito quanto ancora oggi sia facile puntare il dito contro chi è diverso, chi non ha potere e chi non ha la possibilità di essere difeso “dal sistema”. È proprio qui che non è più solo la storia di due ragazzi e una band che cresce, ma è la storia di un mondo che scricchiola dove loro devono scegliere se rimanere spettatori come tutti oppure no, ricordandoti che se non lo fai diventi parte del silenzio, anche se dici di non volerlo.
Questa storia non è il classico dark che ti lascia tensione e via. Qui c’è una storia cruda che vuole denunciare e lo fa senza preoccuparsi di essere comoda e l’ho percepito in ogni scelta dell’autrice.
Durante la lettura non vedi solo un dolore bello, non stai leggendo un trauma messo lì per rendere tutto più intrigante. Leggo qualcosa che ti sbatte in faccia la realtà facendoti ragionare sul fatto che queste cose succedono e molti fanno finta di niente. In questi momenti ho pensato che il modo in cui il personaggio di una storia reagisce alla violenza, ti dice chi è davvero quando nessuno lo sta guardando.
La scrittura di Sara è una scrittura che ti coinvolge e ti sconvolge per davvero con semplice coraggio. Lei non addolcisce per indorare la pillola, non si scusa per quello che dice ed è proprio qui che entra sottopelle. Attraverso la sua scrittura riesce ad essere cruda senza perdere i emotività, sa tenerti lì fino all’ultimo secondo. È anche vero però che non tutti possono capire quello che lei ha scritto e non perché bisogna essere speciali ma perché serve essere pronti ad ammettere certe realtà e a guardarle senza difese.
Sono davvero curiosa e in ansia per quello che leggeremo nel prossimo volume e non posso che fare i miei complimenti all’autrice e anche alla casa editrice per aver portato una storia scritta bene, ma soprattutto una di quelle storie vere con la V maiuscola. Se proprio devo trovare una pecca a livello di gusto personale, dico che avrei preferito i capitoli ma soprattutto i pov leggermente più corti per darti tempo di staccare e di metabolizzare.
Hugging the River non è un libro che leggi e basta: lo divori. Esattamente come lui divora te. La scrittura di Sara è così: diretta, arriva al punto senza giri di parole, ti ammalia e ti lascia senza fiato perché ha la capacità di trascinarti all’interno delle sue pagine, che tu lo voglia o no. Non aspettatevi qualcosa di edulcorato, perché non c’è assolutamente nulla da addolcire quando si trattano temi come il razzismo, la discriminazione e la ricerca della libertà. È tutto crudo, così reale da farti sentire un dolore incessante al petto. L’autrice è stata magistrale nel caratterizzare ogni singolo personaggio della storia, nel dargli vita. E i dialoghi sono così veri, così vivi, che a un certo punto ti ritrovi a essere uno spettatore silenzioso e impotente, che non può fare altro che osservare e sentire colpi al cuore quando qualcuno dei personaggi subisce delle ingiustizie. Ti ritrovi a imprecare, a sperare che la situazione possa cambiare. Ed è proprio qui che entrano in gioco i nostri meravigliosi protagonisti, Iroha e Maverick: coraggiosi, combattivi e determinati, pronti a lottare contro gli altri e contro se stessi. Il senso di found family l’ho percepito subito: quella sensazione che ti scalda il cuore e ti fa sentire parte di qualcosa di incredibilmente grande. Potrei stare a parlarne all’infinito, ma in ultimo voglio soffermarmi sulla parte mystery, che ti lascia con il fiato sospeso e con mille domande. Ogni supposizione, ogni congettura viene smontata proprio quando pensi di aver trovato la soluzione, così da ritrovarti nuovamente punto e a capo. Ringrazio Sara perché ancora una volta ha spiegato come va il mondo, senza peli sulla lingua. Perché ancora una volta mi ha lasciato con una voglia incredibile di averne di più, sempre di più. Ora aspetto con ansia il secondo volume. Il momento in cui potrò tornare da loro.💜