“Intreccio geniale, ambientazione irresistibile e personaggi indimenticabili.” John Grisham
Chicky Diaz è il portiere più amato del Bohemia, il palazzo più prestigioso dell’Upper West Side, dimora di celebrità, finanzieri e dell’élite culturale di New York.
Nel suo lussuoso attico, l’appartamento 11C-D, Emily Longworth ha tutto quello che ha sempre desiderato. Peccato che odi profondamente suo marito, che detestava in silenzio già prima delle recenti rivelazioni sull’origine della sua immensa ricchezza. Ma il contratto prematrimoniale è inattaccabile e lei non ha ancora trovato la forza di lasciarlo.
Al piano inferiore, nell’appartamento 2A, Julian Sonnenberg – critico d’arte di successo e uomo che ha vissuto per cinquant’anni una vita piena e cosmopolita – riceve una telefonata devastante. Una notizia che non fa che confermare la sua quella di essere ormai irrimediabilmente out.
Intanto, nei sotterranei del Bohemia, il personale del palazzo – quasi tutto afroamericano e ispanico – segue con inquietudine le notizie in a pochi isolati di distanza, un nero è stato ucciso dalla polizia. La città sta esplodendo in proteste, scontri, violenze.
Mentre si prepara per il suo turno serale, Chicky infrange una regola sacra del stasera porterà con sé una pistola. Perché lui sa che, proprio davanti all’ingresso sontuoso e all’apparenza inespugnabile del palazzo, si sta giocando qualcosa di più grande. Stanotte, nemici si scontreranno, lealtà verranno messe alla prova, segreti svelati – e vite spezzate.
In un affresco inedito e feroce della New York di oggi, Chris Pavone scrive un giallo perfetto per i nostri tempi, dove suspense, critica sociale e ritmo narrativo si fondono senza soluzione di continuità.
Un palazzo di lusso nel cuore di New York. Un omicidio che nasconde segreti e contraddizioni di un intero paese. Un giallo che esce dai confini del giallo e che racconta l’America divisa dell’epoca di Trump.
Disclaimer: condivido assolutamente tutto: il disprezzo ed il disgusto verso Trump; l'insofferenza ed altrettanto disgusto verso i plurimiliardari superprivilegiati che hanno la faccia di pretendersi discriminati perché qualche mecenate magari istituisce un concorso destinato ad artisti appartenenti ad una etnia in cui si ha più dimestichezza con il problema di come mangiare due volte al giorno, che con quello del costo dello champagne; la comprensione, non del tutto priva di disprezzo, per le signore sinceramente convinte che il mondo sia pieno di ingiustizie che si affrettano a sposare il primo plurimiliardario che incontrano e poi passano la vita a dilaniarsi fra opere di vario bene ed acquisti di stivali da migliaia di dollari. CONDIVIDO TUTTO. Ma la presenza di questi, e di altri archetipi assortiti, tutti ammassati in un'unica storia, la rende un tantino didascalica, e si stenta (almeno, io ho stentato) a trovare piena sintonia con nessun personaggio. È comunque una lettura piacevole, scritta meglio della media del genere.
“[.] se cadi nelle rapide, resisti all’impulso di piantare i piedi. È molto difficile che trovi un appoggio solido, ed è più probabile che un piede rimanga incastrato tra le rocce. A quel punto non potrai più spostarti e non riuscirai a tenere il viso fuori dall’acqua perché la corrente ti spingerà in avanti. Quello era il modo più comune in cui le persone morivano nelle acque bianche, e accadeva perché seguivano l’istinto.”
Nel leggere “L’ultimo turno”, incuriosita dalle tante recensioni positive, per un buon cinquanta per cento del libro mi sono chiesta dove fosse il thriller.
In realtà, Chris Pavone, nell’ambientare il romanzo nell’Upper West Side di New York, fa una denuncia della lotta di classe, restituendo al lettore un ritratto feroce dell’America contemporanea (tensioni razziali, élite vs. disagio sociale) nell’era Trump.
Al centro c’è il Bohemia, palazzo di lusso custodito dal portiere Chicky Diaz, che infrange le regole portando con sé una pistola. Tra i residenti spiccano Emily Longworth (ricca e infelice nel suo matrimonio) e Julian Sonnenberg (critico d’arte in crisi). Fuori, la città ribolle per proteste dopo l’uccisione di un uomo nero da parte della polizia.
Il giallo si svolge nelle ultime pagine: il racconto aumenta il ritmo e alla fine mi è molto piaciuto.
“Supera tutte le cose che faceva, quelle che non fa e quelle che non farà mai. La vita può sembrare una serie di decisioni scontate, sia buone che cattive, più le non-scelte che creano un percorso prevedibile, ineluttabile, inevitabile: ecco la tua casa, la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo lavoro, ecco come invecchierai.”
Il personaggio che mi è piaciuto di più è Chicky; e il motivo si coglie nei ringraziamenti
“Questo romanzo è ambientato in gran parte in un famoso palazzo di Central Park West a New York. Io abito in un famoso palazzo di Central Park West. La mia casa e l’edificio inventato di questo romanzo non sono lo stesso posto. Non ho mai partecipato a nessuna delle riunioni del board, non sono a conoscenza di conversazioni su questioni delicate come quelle di questo romanzo, e tutti i dettagli del Bohemia sono deliberatamente diversi dalla realtà: l’architettura, la sicurezza, i turni, l’ufficio, ogni cosa in questo libro è inventata, soprattutto i personaggi. Queste persone sono tutte inventate, non sono basate su individui reali. Tranne Chicky, che è ispirato al portiere di lunga data Johnny Irizarry. Non alle esperienze di vita di Johnny, ma ai suoi modi di fare, al suo modo di parlare, al suo tifo per i Mets. Ho iniziato a inventare questo romanzo sul marciapiede, ma proprio quando stavo iniziando a scriverlo Johnny si è ammalato. Dopo un ricovero d’urgenza, le cure e la guarigione, è tornato davanti al portone del palazzo il prima possibile, e per l’anno e mezzo successivo è venuto al lavoro, anche se stava morendo. Prima della sua malattia, Johnny e io restavamo spesso là fuori a parlare di softball e del tempo; ora parlavamo del senso della vita e della morte. Johnny è venuto al lavoro fino a un paio di giorni prima di morire ed è stato sepolto con la sua uniforme e una spilla dei Mets. Gli sarebbe piaciuta molto la stagione di baseball del 2024.”
"Quando si scende a compromessi la prima volta non è difficile giustificare il fatto di farlo una seconda e una terza. Quando si è diventati colpevoli, non si può più essere innocenti. E non si sa mai quando quella colpa ci presenterà il conto". L'ultimo turno dell'americano Chris Pavone mi ha lasciato un po' con l'amaro in bocca: è un noir con una buona dose di denuncia sociale (si parla tantissimo di razzismo, dei soprusi della polizia e del divario tra miliardari e chi non ha quasi nulla); ma, per essere un thriller, ha un ritmo decisamente troppo irregolare. Oltretutto, succede tutto (e di più) solo nelle ultimissime pagine: infatti, sino a tre quarti del libro (ma anche dopo) mi veniva spesso di pensare "Ma qui non succede niente?". Ma andiamo con ordine. La location è spettacolare. Chris Pavone, tramite i tanti personaggi che abitano, lavorano e transitano nel Bohemia, ci mostra una New York molto attuale: proteste, conflitti sociali, malavita… I tre personaggi chiave (Chicky, Emily e Julian; con il primo un gradino sopra gli altri due) son molto realistici e ci consentono di osservare tutto ciò che accade da tre diversi punto di vista. Tutti gli altri personaggi, invece, mi son sembrati poco sviluppati o con poca intensità emotiva (quasi subalterni alla storia). Di contro, come accennavo prima, la trama si scuote solo nel finale… Sino a tre quarti del romanzo è stato soltanto un preparare gli "incastri" per la drammatica conclusione. Insomma, L'ultimo turno ha fatto leva più sulla critica sociale che sull'azione vera e propria. Una peculiarità che piacerà sicuramente a tutti quelli che amano le storie che si trascinano lentamente e con molte descrizioni (io invece, e lo sapete già, amo i thriller tesi e dal ritmo serrato). [https://lastanzadiantonio.blogspot.co...]
Incipit Chicky Diaz se ne sta sul suo pezzetto del pianeta, il marciapiede tranquillo e pulito di fronte al Bohemia Apartments, e pensa: ci sono proprio un sacco di ottimi posti per uccidere qualcuno in questa città. Continua su IncipitMania
4.15 Destabilizzante. Storie vere, quotidiane, tormentate e sognanti in una New York dei giorni nostri, marcia ma che salva le apparenze, in uno dei più prestigiosi ed esclusivi buildings della City. Persone comuni e persone terribili. Razzismo e opulenza, degrado interno ed amore distruttivo. La componente "gialla" sembra quasi irrisoria difronte alla potente denuncia che ogni pagina urla a squarciagola, con una prosa sprezzante che spesso cela il significato delle sue stesse frasi, rallentando la lettura affinché sia veramente consapevole.
Un gran bel romanzo thriller d'ambiente che ben descrive New York fando passare la voglia di vivere lì,. I personaggi sono ben descritti e la trama seppure non complessa tiene anta l'attenzione e la tensione.
Libro bello, autentico e attuale. Visione cruda della nostra società che purtroppo non sta dando il meglio di sé in questo momento storico Originale la struttura e il lento avvicinamento al clou della storia; lo definirei un giallo al contrario visto il finale… Solo un pochino poco realistico alla fine…troppi buoni diciamo…ma ci si può passare sopra tranquillamente
Non è un giallo Molta retorica sulla questione "woke" Pretende di parlare da un punto di vista che non è quello dell'autore (ovvero della lower class POC a servizio dell'upper class bianca di Manhattan quando l'autore fa parte proprio della seconda) con grande retorica, molti stereotipi e pochissima storia. Davvero insipido.
come thriller, non mi ha convinta per il ritmo troppo lento, per la ripetività e pesantezza del modus operandi dei personaggi. La trattazione dei temi sociali quali disuguaglianza, razzismo e ipocrisia dell'alta società mi ha, invece, offerto tanti spunti di riflessione.