Dall’autore del caso letterario 'La ricreazione è finita'. Il disagio di una generazione un po’ sgangherata in un romanzo stratificato che è a un tempo satira, romanzo politico e ritratto familiare.
Dario Ferrari (Viareggio, 1982) ha passato il primo trentennio di vita a studiare, fino a diventare dottore di ricerca in Filosofia, un titolo ornamentale che serve quasi esclusivamente a impreziosire le note biografiche. Insegna in un liceo romano ed è traduttore.
Non sarà un capolavoro, ricalca la struttura del precedente, ma o gioia! o giubilo!, sa scrivere, sa mettere insieme una storia, sa addirittura incastrarcene un'altra dentro. E poi anche io sono campionessa mondiale di sonno, lo sento molto fratello in questo. Se ci aggiungiamo la storia dei calchi linguistici, potrei arrivare a provare una gemellitudine insita. (su altre cose deve lavorare: il rapporto con Cosmo sembra quello di About a boy, la tendenza ombelicale, la narrazione delle donne abbastanza sghemba) Però perlomeno non ti fa rimpiangere il tempo passato a leggerlo. E di questi tempi è una gran cosa!
Un romanzo scorrevole e spesso divertito sui rapporti familiari, in particolare sul legame padre-figlio e sul tema dell’invecchiamento e della progressiva perdita di lucidità. L’ironia che attraversa gran parte del libro rende la lettura piacevole e in più di un passaggio riesce a cogliere con finezza le piccole nevrosi domestiche.
Con il procedere della storia, però, qualcosa si inceppa. L’espediente del “romanzo nel romanzo” mi è parso un innesto poco organico: invece di amplificare i temi del libro, finisce per interromperne il ritmo e disperderne la tensione narrativa. Anche alcune digressioni risultano eccessivamente esplicative, come se il testo sentisse il bisogno di chiarire ciò che avrebbe potuto lasciare implicito.
Nel finale emerge inoltre una vena conciliatoria che, a mio avviso, smussa troppo le ambiguità costruite in precedenza. Ne resta un libro gradevole e ben scritto, ma che avrebbe forse guadagnato qualcosa in più trattenendo la tentazione di spiegare e di ricomporre troppo.
All’inizio pensavo che gli intermezzi romanzeschi fossero meno ben riusciti rispetto agli altri libri di Ferrari - soprattutto rispetto a La ricreazione è finita - invece mi sono dovuta ricredere. Un libro che è un girotondo intorno all’ego di essere padri e figli, che mi ha fatto commuovere sinceramente, che mi ha fatto anche dono di una bellissima poesia di Sandro Penna.
Dopo "La ricreazione è finita", Dario Ferrari si conferma come un grande autore di romanzi contemporanei intelligenti, divertenti, drammatici, profondi, magnificamente scritti. Mi sento particolarmente colpita, mi sento molto vicina alle storie e ai suoi personaggi, alle esperienze di vita che racconta, insomma, sono proprio la destinataria ideale di un libro del genere. Non posso che sperare che continui a scriverne a lungo.
Sin da quando ho iniziato a leggere L’idiota di famiglia, ho avuto la sensazione di aver trovato un amico con cui sentivo il bisogno di fermarmi, di restare, per provare a comprendermi davvero. Un amico capace di aiutarmi a dire ciò che spesso non riesco a raccontare nemmeno a me stesso, a dare voce a pensieri che rimangono sospesi e senza forma.
Attraverso quelle pagine ho cercato di essere più presente nella mia realtà, e in quella di chi mi cammina accanto ogni giorno, con uno sguardo più attento alle cose che mi circondano.
Questo libro ha rappresentato una presenza costante per me, un amico che non si offende se sei troppo impegnato, che non chiede spiegazioni se sei assente per qualche giorno: resta lì, in silenzio, ad aspettarmi. Pronto a donarti, anche solo per cinque minuti, un’autentica esistenza emotiva.
Dopo “La ricreazione è finita”, vero e proprio caso editoriale, Dario Ferrari torna con “L’idiota di famiglia”, romanzo con al centro la relazione tra Igor Nieri, di professione traduttore dall’inglese e il padre Herr Professor, ex docente di storia e filosofia, impegnato in politica, ma affetto da demenza senile. Ambientato tra una Roma decadente, capitale dell’editoria radical chic, incarnata dalla compagna di Igor Marta, e una Viareggio che vive dei ricordi degli anni Novanta, “L’idiota di famiglia” si distende per più di 500 pagine, con un ritmo narrativo lento. L’inserzione, dalla terza parte del romanzo, delle pagine scritte dal padre relative alle “Tre giornate di Viareggio” è pregevole per il tentativo di far sentire, attraverso la scrittura, la voce di un genitore affetto da demenza senile e incapace di comunicare ma, a mio avviso, appesantisce molto la narrazione, che avrebbe, a mio avviso, ricevuto più verve dall’analisi del rapporto tra Igor e Marta.
Un romanzo, quindi, godibile, con la classica ironia amara di Ferrari, ma che a mio avviso perde molto in quanto troppo verboso e prolisso in alcune parti. Con 100-150 pagine in meno sarebbe stato più godibile.
«È riuscita a fare quello che secondo alcuni è lo stigma della vera libertà: tramutare il “così è stato” in “così ho voluto che fosse”, smettendo di subire il passato e cominciando a considerarlo una propria scelta. Mi pare l’unico modo - quanto meno il più onesto - in cui si possa essere artefici del proprio destino: non tanto fare della propria vita ció che si vuole, quanto piuttosto fare in modo di desiderare ció che ci è toccato.»
Viaregginità che più non si puó + ironia e cinismo quanto necessari.
L’idiota di famiglia è un libro leggero e divertente che, nasconde qualcosa in più e non lo nasconde nemmeno troppo. Ferrari (che avevo cordialmente detestato con il libro precedente) ha il dono della lievità, della penna che corre leggera, della battuta pronta. È un accademico capace di intrattenere la platea, ti fa la lezioncina ma te la sa raccontare, infarcire di storielle e di dettagli divertenti. Ha testa, penna, stile ma gli piace fare il cazzaro. Insomma è uno che con me durerebbe tra minuti, o 500 pagine lette prevalentemente in notti insonni, ma è uno che presenterei alla mia amica sempre allegra, o a quella che mi dice che sono tragica; è uno che porterei a una festa per poi lasciarlo in mezzo al salone, lui, a intrattenere mentre io mi rifugio in terrazzo con un bicchiere di vino e tanto so che non mi seguirà mai. Mi ha tenuto lì, parlando di traduzione, di letteratura russa, inserendo tre personaggi femminili così lontani da me (forse c’è un po’ di stereotipo contemporaneo, che, ahimè, non gli contesto nemmeno del tutto) ma tutti divertenti, tutti lontani anni luce della tragedia del vivere, dal lamento, anzi tutti sorridenti anche nelle disgrazie, pronti a rialzarsi in un battito di ciglia, pronti a trovare sempre il buono e il bello dietro l’angolo, facendomi sentire, ancora di più, quella che va invece a cercare la polvere, negli angoli, senza mai alzare gli occhi al soffitto. Ha scritto un libro intelligente e piacevole, senza drammi - non è vero, il dramma c’è ed è sempre lo stesso, ma dipende come scegli di raccontarlo -, sottile e arguto con qualche - più d’uno a parere mio - difetto ma sono quei difetti perdonati, perché il tizio ti fa simpatia, ha una camicia orrenda ma non ti viene di dirglielo e poi, insomma, tutti sti musi lunghi, ogni tanto ce ne vuole uno allegro, quello con la battuta facile, non sempre riuscita, ma almeno ci prova in mezzo a noi che siamo dei macigni.
Titolo venato di cattiveria toscana ed eloquenza per questa nuova fatica di Dario Ferrari. L'autore racconta la storia del declino di un vecchio professore di sinistra e, in parallelo, la storia del delcino della Sinistra. Sullo sfondo una Viareggio indolente e bellissima. La tristezza, per le occasioni perdute, per la supposta inettitudine del figlio del protagonista, per la crudeltà del tempo, supera l'ironia che si fa lieve e rara. Libro molto bello ma non perfettamente compiuto, a mio parere, specie nella rievocazione storica, che ricorda a tratti il miglior Pratolini. Comunque, avercene scrittori così.
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Un grande (finalmente!!) nella nostra letteratura italiana contemporanea. La lingua di questo romanzo è meravigliosa, moderna ma non scialba. Ferrari fa trasparire la sua cultura, ma non te la fa pesare. Storia meravigliosa e commovente, un omaggio al "padre perduto", ai sogni morti di cui vive quest'epoca senza bussola. Straordinario intreccio, a cui ci si affeziona dal minuto primo. Fantastica, anche, la storia nella storia che ritroviamo anche qui, come in "La ricreazione è finita".
Dario Ferrari si conferma il mio autore italiano preferito. “La ricreazione è finita” mi ha estasiato, “L’idiota di famiglia” è una conferma. Ho amato ogni singolo personaggio, incantata dall’uso delle parole, e la malinconica ironia mi ha regalato l’atmosfera di un’infanzia e un’adolescenza diverse da quelle narrate, ma che avevano lo stesso sapore dolce amaro. Bravo Dario, molto molto bravo.
Io mi sento così compresa dai personaggi di Ferrari, mi sembra di poterli toccare con la mano mentre escono dalle pagine e mi dicono che anche per loro la vita è esattamente così, che quello che sento è reale ed è condivisibile. Dissolvere, negarsi alla conoscenza degli altri è il mio gioco preferito, quindi Igor vai prenditi pure il tuo posto comodo in prima fila vicino a Marcello.
Divertente, intelligente, con punte di notevole profondità. Ferrari scrive narrativa pop che, in un mondo migliore, venderebbe qualche milione di copie.