Saggio affascinante e atipico, in cui il linguista e neuroscienziato di fama internazionale costruisce un ponte audace tra la fisica antica di Lucrezio e le moderne scoperte sulla struttura del linguaggio. Il cuore della riflessione è che così come il mondo fisico è composto da un numero finito di atomi che, combinandosi, generano l’infinita varietà della materia, allo stesso modo l’alfabeto umano utilizza pochi segni per dare vita all’universo illimitato del pensiero. Moro guida attraverso le intuizioni del “De rerum natura”, mostrando come il poeta latino avesse già compreso la natura discreta e combinatoria della realtà, anticipando concetti che oggi ritroviamo nella genetica e nella linguistica computazionale. Il libro è un viaggio intellettuale che esplora il mistero del "pipistrello dagli occhi azzurri", simbolo di una realtà che esiste solo grazie alla nostra capacità di nominarla. È un’opera che richiede attenzione, alla cui base c’è una visione vertiginosa, ovvero che siamo fatti di lettere e atomi, prigionieri e contemporaneamente artefici di un codice che non smette mai di generare senso.
Lucrezio e il pipistrello dagli occhi azzurri è un libro che purtroppo rimane estremamente autoreferenziale. Le parti più interessanti restano le citazioni di Lucrezio, da cui nascono gli spunti più universali e riusciti.
Per il resto, le elucubrazioni linguistiche risultano spesso noiose e chiuse su sé stesse, poco stimolanti per chi non è del settore
Si avverte inoltre una certa ossessione per Chomsky e per la parola “cogente” (ripetuta fino allo sfinimento!) …i sinonimi questi sconosciuti…
Peccato, perché il potenziale c’era, ma resta soffocato da un eccesso di compiacimento intellettuale.