Da anni ci raccontiamo di essere vittime della prigionieri degli algoritmi, manipolati dai social, sopraffatti da un’intelligenza artificiale che decide al posto nostro. È una narrazione diffusa, seducente e profondamente comoda. Ma rischia di diventare una scorciatoia che ci assolve e ci indebolisce. Questo libro propone un cambio di piattaforme digitali e intelligenza artificiale non sono soggetti autonomi, ma strumenti progettati da esseri umani e alimentati quotidianamente dalle nostre scelte. Se funzionano, è perché li usiamo. Se ci condizionano, è anche perché rinunciamo a governarli. Senza negare i rischi reali dell’ecosistema digitale – dalla sorveglianza alla polarizzazione, dalla dipendenza alla manipolazione – l’autore si concentra su ciò che spesso viene rimosso dal dibattito la responsabilità personale. Al centro torna la persona, con la sua libertà concreta, imperfetta ma decisiva. Attraverso esempi, riflessioni e provocazioni che toccano la politica, la scuola, il lavoro e la vita quotidiana, il libro propone una postura abitare il digitale senza subirlo, usare la tecnologia senza farsi usare, allenare la libertà invece di delegarla. Perché la tecnologia non è un destino. E la partita, nel bene e nel male, la giochiamo noi.
Mi aspettavo qualcosa di più "concreto", qualche suggerimento pratico su come educare meglio gli algoritmi. Invece è una serie di idee tanto interessanti quanto "banali" e generiche: ovvio che dobbiamo pensare con la nostra testa e non seguire passivamente e senza spirito critico i suggerimenti dei social, ma il problema è proprio lì. Come fare? Palmieri non ce lo dice.