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Il movimento elementare

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Cosa resta della vita di un uomo? E come raccontare quella vita, se è quella del proprio padre?

Fabiano Alborghetti torna a raccontare le vite dei fragili con un romanzo in versi potente e lancinante. Accogliendo la tradizione di Bertolucci, Pagliarani o Bellocchio e spingendola verso il memoir di Annie Ernaux, l’autore resta fedele alla sua vena civile più profonda attraversando una storia di famiglia, tanto privata quanto plurale.

Dalle screpolature dei ricordi e dalla memoria umiliata, Alborghetti ricostruisce un affresco tragico e umanissimo di una vita fatta di dislivelli. La narrazione si spoglia del mimetismo, viene gettato il velo letterario della ciò che resta è l’inventario della fame e del desiderio di riscatto; il decalogo delle scelte sbagliate, di un matrimonio fallito, delle mani pesanti sui figli “perché si educa così”; e, infine, di una vita ricominciata quando è troppo tardi. Alborghetti scompone la biografia del proprio padre per guidare lo sguardo sia attraverso la storia personale che quella generale raccontando di un mondo che ha subito i cambiamenti più che accoglierli.

155 pages, Kindle Edition

Published February 16, 2026

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Fabiano Alborghetti

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Profile Image for Telarak Amuna.
239 reviews3 followers
April 16, 2026
La prima sezione di questo romanzo in versi è la storia di un’illusoria speranza di progresso, di rivalsa e passaggio da una condizione povera e da ambiente rurale a quella benestante e urbana. Illusoria perché è un semplice traslare la miseria, spostarla dalla campagna alla città, nei sobborghi operai che, alla fin fine, sono forse ancora più tristi dei villaggi urbani per una certa assenza di solidarietà comunitaria. È anche una storia dell’arrabattarsi, delle piccole truffe per spingere verso una posizione più agiata, per illudersi, di nuovo, di esserci già, pagando in anticipo, con le cambiali, questo sogno di felicità (con tutti i rischi connessi e le tentazioni, come si vede con la truffa del fratello del protagonista). Insomma, è la storia che, propagandosi da una singola famiglia a tutta una società, trasmette il desiderio di lasciarsi alle spalle la miseria della Seconda Guerra Mondiale per entrare nel promesso radioso futuro del boom economico capitalistico; futuro che però è tutt’altro che privo di ombre e privo di distinzioni di classe, cosa che in questo testo si percepisce molto bene.
La seconda sezione, che costituisce da sola quasi la metà del romanzo, si riallaccia strettamente alla precedente, riprendendo tanto il tema delle illusioni di benessere e progresso disilluse, tanto quello del frantumarsi della famiglia. Entrambi, però, vengono ampliati: il primo incorporando maggiormente tutti quegli oggetti/conquiste che danno l’illusione di un arrivo (mobili nuovi, automobile nuova, …) e che anestetizzano il presente (televisione); il secondo misurando un crescente divario di relazioni basate sugli oggetti, sull’avere e sullo sguardo delle altre persone che giudica in base a esso. Se la propria identità è determinata dagli oggetti e non dal dialogo interpersonale, dal momento che questi vengono meno o non sono quelli desiderati, si innescano le tensioni che, in mancanza dell’abitudine del dialogo, della cultura del dialogo, possono solo crescere, poiché se si è appiattiti sull’agire e sull’avere, molto più difficile o superficiale (e quindi fragile) sarà l’incontro. Sempre rimane la vicenda famigliare come riflesso di quella generale, ma in molti punti di questa la scrittura sembra più sfogo personale che vicenda ampiamente umana (in un equilibrio che, nei racconti di matrice autobiografica è sempre difficile), rivalsa in assenza per un dialogo che non è mai stato possibile fare ma che è più privato che pubblico. Si vede inoltre come la Storia intersechi la storia individuale, ma spesso con pochissima influenza, con perturbazioni minime del proprio chiuso orizzonte e con poca comprensione/interesse, perché troppo egocentrati sulla propria quotidianità.
La terza e la quarta parte sono le più riuscite: più vivide, percorse da maggiore tensione, con un ritmo che varia maggiormente e che meno spesso si adagia nel letto dello scorrere narrativo. D’altra parte anche la pregnanza del contenuto, pur chiudendo/completando gli spunti delle altre due, è maggiore. Se infatti il discorso sull’affermarsi di un nuovo stile di vita nel secondo dopoguerra, con un gusto o illusione di rivalsa sociale proiettati sugli oggetti simbolo di un nuovo benessere (e quindi con il pieno ingresso nel consumismo) è stato affrontato da molte voci e sotto molti punti di vista o sfumature (e questo testo non vi apporta nulla di nuovo), se anche il discorso sulle famiglie disfunzionali o sui genitori incapaci di svolgere il proprio ruolo in modo positivo o anche solo educativamente non distruttivo è altrettanto topico in letteratura, Alborghetti riesce comunque, in quest’ultimo caso, a portare una voce significativa per descrivere le contraddizioni di un padre incapace di essere esempio ai figli, di costruire una relazione non conflittuale o rastremata con loro, ma pronto a sacrificarsi per gli altri e a essere modello formativo nell’ambito della Croce Verde, fino all’intensa scena in cui al funerale moltissimi volontari rendono omaggio al suo lungo impegno riconoscendolo come una sorta di padre, così da innescare uno scollamento rispetto al sentire del figlio/narratore la cui esperienza interazionale è stata diversissima. Questa contraddizione innesca anche la riflessione su cosa significhi, al di là del sangue, essere padre, su quali qualità/caratteristiche l’immaginario collettivo proietta su questo ruolo e su quanto poi, a livello sociale, si spinga in tutt’altra direzione, con un cortocircuito che ci interroga sulle disfunzioni sociali (e di riflesso famigliari) rispetto a un generale sentire.
Il romanzo nel suo complesso non arriva interamente a convincere, un po’ per il contenuto delle prime due parti, certo propedeutiche alla storia in generale e alle altre due parti nello specifico, ma comunque nettamente preponderanti nell’economia dell’intero testo; un po’ per lo stile, ritmicamente e fonicamente molto curato, ma cristallizzato su una lingua trovata già in Maiser e spesso quindi un po’ adagiato/rilassato, senza la tensione o gli scarti frequenti in quello (lo stesso vale per le immagini). In altre parole, si ha spesso l’impressione che ciò che si legge e soprattutto come è detto è esattamente quello che ci si aspettava e ciò naturalmente smorza l’efficacia del linguaggio poetico nel donare linfa al racconto. Potrebbe essere proprio la vicinanza al soggetto, il suo carico di dolore ad aver spinto Alborghetti a un suo maggiore addomesticamento stilistico rispetto a Maiser, ma alla fine il risultato è che la materia brucia molto meno anche per chi legge.
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