Il primo giorno di scuola, Celeste entra in aula e non trova nessuno ad aspettarla. Nessun bambino. Nessuna famiglia ha avuto il coraggio di mandare i figli dalla nuova una donna, nubile, quasi quarantenne, venuta da Napoli. In quel paese della Calabria basta un dettaglio per segnarti, uno sguardo per condannarti. Celeste è arrivata lì per amore. Credeva che accanto a Tonio avrebbe trovato un approdo sicuro. Invece anche nella nuova casa nessuno la la madre la sopporta appena, le sorelle la escludono e persino Tonio, giorno dopo giorno, sembra sfuggirle. A tratti Celeste non lo riconosce. A tratti non riconosce nemmeno sé stessa. Fuori, l’Italia corre verso il boom arrivano i telefoni, cresce la speranza. Ma non lì. Non in quella terra aspra e dura come una madre che non perdona. Non in quel paese immobile, dove una maledizione grava sulla famiglia di Tonio. Celeste è un corpo troppo moderna, troppo diversa. Più volte è tentata di andarsene. Eppure, lei ha passato la vita a cavarsela da sola. È fatta per resistere, non per fuggire. Ma questa volta porta in sé una verità che non ha avuto il coraggio di confidare a Tonio. Una verità che potrebbe cambiare ogni cosa. E che presto non potrà più restare taciuta. Con La Grande Sete Erica Cassano è diventata un’autrice rivelazione. Il romanzo ha esordito primo in classifica. Tutti i lettori ne hanno parlato per mesi dando vita a un passaparola senza fine. Dopo aver conquistato la fiducia dei librai e il plauso della stampa, Erica torna con un libro che cala una protagonista controcorrente in un paese pieno di mormorii, in una famiglia dove nulla è come sembra, in una tradizione che esclude il nuovo. Celeste vuole essere accettata per quello che è, ma allo stesso tempo è spaventata. Accanto a lei, Tonio sta cercando la sua strada, ma le sue radici lo ostacolano. Una storia sulle curve lungo il cammino per diventare sé stessi. E sulla forza per superarle.
Un romanzo che tratta davvero tante e interessanti tematiche. Ambientato negli anni del dopo guerra nel sud Italia. La scrittrice ci parla del rapporto tra genitori e figli, dei segreti che si tenta di nascondere ma che prima o poi emergono. Ci descrive quanto contano le apparenze in certi luoghi e come sia difficile opporsi alla prepotenza di certe persone. Ci parla anche di amore, non solo quello quello tra fidanzati o sposi, ma anche quello delle madri che vedono sempre un po’ più in là dei figli… Consigliato! Lascio un piccolo estratto che mi è piaciuto
“l'obbedienza senza ragionamento è prigionia, e così la loro è infelicità in cui nuotano allegri senza sapere che stanno per annegare.”
Ho divorato questa storia, in particolare le ultime 70/80 sono state travolgenti. Ciò che ho apprezzato di più è il fatto di unire due linee temporali, una del presente e una del passato, e mostrare gli episodi di una famiglia attraverso i punti di vista di più personaggi. I temi più forti che emergono sono la maternità e i segreti familiari, che chiudono in ruoli precostituiti ma proteggono anche dalle insidie esterne. Ho trovato una scrittura misurata e consapevole, ben calibrata. Arrivato alla fine ho colto alcuni puntelli che erano stati posti nel corso di tutta la storia che mi hanno permesso di chiudere le parabole di tutti i personaggi.
“Duramadre” è il secondo romanzo di Erica Cassano, edito da Garzanti nel 2026.
Dopo il successo de “La Grande sete”, ambientato a Napoli nel periodo del secondo conflitto, l’autrice ci conduce questa volta in un piccolo paesino calabrese nel 1963. È qui che Celeste, appena giunta dalla grande città, dovrà confrontarsi con l’ostilità e la mentalità ristretta della piccola comunità in cui proverà a inserirsi, insegnare e farsi rispettare.
“Ora ha la sensazione di star facendo il percorso inverso a quello dei protagonisti del mito di Orfeo. Non sta uscendo dall’inferno. Ci sta entrando”.
La vicenda si apre proprio con il passaggio della protagonista per le strade del paese, sotto gli occhi curiosi e giudicanti degli abitanti, che la percepiscono come un elemento estraneo, disturbante e in grado di rompere, con la sua sola presenza, un equilibrio fragile. Se ciò non bastasse, Celeste viene considerata troppo audace, dal momento che ha osato sfidare le convenzioni iniziando una relazione con un uomo più giovane di undici anni. La comunità diventa compatta e ostile, la isola e la ignora, provando così a indebolirla minandone le certezze. È un “gioco psicologico” crudele, che potrebbe spezzare chiunque! Un aspetto, questo, ben reso dall’autrice, la quale sa trasmettere con precisione l’atmosfera cupa in cui la protagonista si ritrova a vivere. Ad accentuare il clima avverso e diffidente contribuisce Laura, la suocera di Celeste, che oserei definire una presenza importante nella storia, ma inquietante nella sua freddezza composta.
Oltre al confronto tra la città e il piccolo centro e tra la dimensione pubblica e quella privata, altre tematiche importanti sono il diritto all’istruzione, la differenza di genere e il mondo patriarcale. Ampio spazio è dedicato anche alla superstizione e al rancore celato per anni, che imbruttisce l’anima e assicura l’infelicità.
“Essenziale è l'equilibrio tra quello che sanno di te, quello che dici di te e quello che pensano di te. Non bisogna eccedere, o attorno a te si crea inevitabilmente un'aura mitologica. E la mitologia qui si porta dietro la maldicenza, e la maldicenza si porta dietro il malocchio e il malocchio è difficile da mandar via”.
Centrale è anche il tema della maternità, che viene rappresentata a trecentosessanta gradi. Le madri sono le protagoniste assolute: ognuna agisce per istinto di protezione, mostrando una sfumatura diversa di un legame che rimane inscindibile.
A mio avviso, Erica Cassano dona ai suoi lettori una storia convincente e ricca di spunti di riflessione, dove le figure femminili, nel bene e nel male, spiccano per i loro tratti peculiari. L’autrice si riconferma come una delle voci più talentuose della narrativa italiana contemporanea.
Ci sono libri che scorrono veloci e libri che chiedono di essere letti lentamente. Duramadre di Erica Cassano appertiene alla seconda cateogria. La sua lentezza accompagna perfettamente lo stato d’animo dei personaggi: il peso del non detto, il disagio, l’attesa, quella sensazione di immobilità che sembra avvolgere il Paese e chi ci vive dentro. Tutto resta sospeso finché i personaggi non iniziano finalmente a essere sinceri tra loro, a dirsi ciò che era già evidente da tempo. Ed è proprio allora che il ritmo cambia, accelera, si spezza qualcosa. Nel romanzo si intrecciano molte vite e inizialmente si ha quasi l’impressione che nessuna venga approfondita davvero. Eppure, chiusa l’ultima pagina, mi sono resa conto che ogni personaggio mi aveva lasciato qualcosa di diverso. Forse è uno di quei libri che cambiano a seconda di chi li legge, perché ognuno finisce per riconoscersi in ferite diverse. E non è forse questa una delle cose più belle che possa fare una storia? Duramadre affronta con forza temi come il giudizio costante degli altri, il peso dello sguardo collettivo, la pressione sociale esercitata sulle donne e su ciò che dovrebbero essere. In quel Paese basta poco per essere condannate: essere sole, essere indipendenti, essere diverse, essere troppo visibili o troppo libere. Ho apprezzato molto il modo in cui il romanzo racconta questi meccanismi senza renderli mai astratti, ma facendoli vivere nelle dinamiche quotidiane, nei silenzi, nelle esclusioni, nei ruoli imposti. Eppure, tra tutti questi temi, quello che più mi ha richiamata è stato un altro: il rapporto con la propria terra e con ciò che ci lasciamo alle spalle. Io sono stata colpita soprattutto dal ritorno di Remo, che mi ha inevitabilmente portata a riflettere su Tonio: un uomo profondamente legato al suo passato, alla sua terra, alla vita del Paese e ancorato dalla madre. Tonio mi ha ricordato tutte quelle persone che ho lasciato in Sicilia: quelle che non se ne sono mai andate, quelle che sono tornate con la speranza di cambiare qualcosa, quelle che trovano il coraggio di restare o di ricominciare lì dove tutto era iniziato. Io invece mi sento più vicina a Remo. Ho un rapporto conflittuale con la mia terra. La amo e allo stesso tempo mi soffoca. Mi manca, ma non riesco a restarci più di qualche giorno. Ci torno sempre da ospite, mai davvero da appartenente, perché non mi sentivo di appartenere a quella terra neanche quando ci abitavo. E poi c’è Celeste, che per me è il personaggio più potente del romanzo. Una donna sola in un luogo che la rifiuta, giudicata ancora prima di essere conosciuta, estranea ovunque entri. Eppure non si piega. Celeste resiste. Ha quella forza silenziosa di chi nella vita ha imparato a salvarsi da sola. Non è l’eroina perfetta, non è invincibile, vacilla molte volte; spesso ho sperato che andasse via prima dal Paese, perché era evidente che lì non ci fosse spazio per lei. Ma continua ad andare avanti anche quando nessuno le tende una mano. In un mondo che la vuole più piccola, lei continua a occupare spazio. Duramadre parla di donne, di famiglie, di appartenenza, di giudizio e di luoghi che continuano a viverci dentro anche quando scegliamo di lasciarli.
«Doveva accettare che lì il tempo era immobile, che da qualche parte, lontano (...), si preparava a soffiare il vento di un progresso che non sarebbe arrivato. I monti avrebbero protetto il paese, nulla sarebbe entrato.»
Duramadre è un romanzo che trova nella sua ambientazione uno dei suoi punti di forza principali. Più che la vicenda in sé, infatti, è il contesto a catturare l'attenzione del lettore; un paese del Sud, chiamato Paese Nuovo, attraversato da tensioni sociali (siamo nel 1963), legami familiari soffocanti e resistenze profonde a qualsiasi forma di cambiamento. La Calabria descritta dall'autrice assume quasi una dimensione metaforica, diventando il luogo in cui si concentrano paure, desideri e conflitti destinati a ripetersi di generazione in generazione. Al centro della storia ci sono personaggi che cercano di sottrarsi al ruolo che la comunità ha assegnato loro, pur senza riuscirci del tutto. Il romanzo insiste molto sul contrasto tra chi prova a immaginare un'esistenza diversa e chi, invece, resta ancorato a una visione del mondo immutabile. Non si tratta però di una prospettiva particolarmente innovativa, il confronto tra tradizione e modernità, tra provincia e apertura al nuovo, è un tema ampiamente frequentato dalla narrativa italiana e Duramadre lo affronta con sensibilità, ma senza proporre uno sguardo davvero originale o innovativo. La figura di Celeste incarna questa frattura. Il suo arrivo nel paese mette in discussione equilibri consolidati e rivela le diffidenze di una comunità che percepisce ogni differenza come una minaccia. È un personaggio costruito per rappresentare il cambiamento, e proprio per questo a tratti appare più funzionale al discorso del romanzo che pienamente autonomo sul piano psicologico. In alcuni passaggi sembra agire meno come una persona reale e più come il veicolo di un'idea, con il risultato che certe scelte narrative finiscono per apparire forzate o eccessivamente programmatiche.
«Non esiste un modo giusto per vivere qui, perché non puoi sapere chi sei se tutti stanno sempre a guardarti. Finisce che ci si accontenta della posa che gli altri ti assegnano, e resti così per sempre.»
Anche la comunità in cui si svolgono gli eventi è tratteggiata con toni che privilegiano il simbolo rispetto alla complessità. Il paese diventa il luogo della chiusura, del pregiudizio e dell'immobilismo, mentre chi arriva dall'esterno porta con sé istanze di progresso e trasformazione. Questa contrapposizione funziona sul piano narrativo, ma talvolta appare troppo netta, quasi schematica. La sensazione è che alcuni personaggi vengano definiti soprattutto dal ruolo che occupano all'interno del conflitto centrale, più che dalla loro individualità. Il romanzo è sorretto da una scrittura agile e da una struttura che alterna passato e presente, mantenendo viva l'attenzione del lettore. L'intreccio è costruito con abilità e il procedere della storia è accompagnato da una costante tensione che invita a proseguire. Tuttavia, non sempre la ricerca dell'effetto drammatico è accompagnata da una pari attenzione alla credibilità delle dinamiche rappresentate. Alcune reazioni, alcuni comportamenti e perfino certe relazioni sembrano rispondere più alle necessità del racconto che alla logica interna dei personaggi.
«Li lascerà lì, incastrati in quella terra dura da cui molti, prima o dopo, avranno voglia di scappare. Le loro menti andranno più veloci del mondo attorno e a un certo punto nulla di quello che c’è lì gli basterà.»
Rimangono comunque interessanti le riflessioni sul peso dell'eredità familiare e sull'influenza che un ambiente può esercitare sulle scelte individuali. Il romanzo mostra come il passato continui a modellare il presente e come il desiderio di emancipazione debba spesso confrontarsi con ostacoli invisibili ma profondamente radicati. Sono temi universali e ancora attuali, affrontati con partecipazione e discreta efficacia. Nel complesso, Duramadre è una lettura coinvolgente e ben costruita, capace di creare atmosfere suggestive e di mantenere alta la tensione narrativa. Pur non distinguendosi per particolare peculiarità nelle tematiche affrontate e mostrando qualche fragilità sul piano della verosimiglianza, soprattutto nella caratterizzazione di alcuni personaggi e nelle dinamiche della comunità, resta un'opera che offre spunti di riflessione e che dimostra una notevole padronanza degli strumenti del racconto.
“Duramadre” è il secondo romanzo di Erica Cassano, edito da Garzanti nel 2026. Dopo il successo de “La Grande sete”, ambientato a Napoli nel periodo del secondo conflitto, l’autrice ci conduce questa volta in un piccolo paesino calabrese nel 1963. È qui che Celeste, appena giunta dalla grande città, dovrà confrontarsi con l’ostilità e la mentalità ristretta della piccola comunità in cui proverà a inserirsi, insegnare e farsi rispettare.
La vicenda si apre proprio con il passaggio della protagonista per le strade del paese, sotto gli occhi curiosi e giudicanti degli abitanti, che la percepiscono come un elemento estraneo, disturbante e in grado di rompere, con la sua sola presenza, un equilibrio fragile. Se ciò non bastasse, Celeste viene considerata troppo audace, dal momento che ha osato sfidare le convenzioni iniziando una relazione con un uomo più giovane di undici anni. La comunità diventa compatta e ostile, la isola e la ignora, provando così a indebolirla minandone le certezze. È un “gioco psicologico” crudele, che potrebbe spezzare chiunque! Un aspetto, questo, ben reso dall’autrice, la quale sa trasmettere con precisione l’atmosfera cupa in cui la protagonista si ritrova a vivere. Ad accentuare il clima avverso e diffidente contribuisce Laura, la suocera di Celeste, che oserei definire una presenza importante nella storia, ma inquietante nella sua freddezza composta.
Oltre al confronto tra la città e il piccolo centro, tra la dimensione pubblica e quella privata, vi sono altre tematiche importanti, quali il diritto all’istruzione, la differenza di genere e il mondo patriarcale. Ampio spazio è dedicato anche alla superstizione e al rancore celato per anni, che imbruttisce l’anima e assicura l’infelicità. Centrale è anche il tema della maternità, che viene rappresentata a trecentosessanta gradi. Le madri sono le protagoniste assolute: ognuna agisce per istinto di protezione, mostrando una sfumatura diversa di un legame che rimane inscindibile.
Con uno stile impeccabile e misurato, Erica Cassano dona ai suoi lettori una storia convincente e ricca di spunti di riflessione, dove le figure femminili, nel bene e nel male, spiccano per i loro tratti peculiari. L’autrice si riconferma come una delle voci più talentuose della narrativa italiana contemporanea. Una lettura adatta a chi ama i romanzi storici ispirati alle storie vere che forniscono uno spaccato di vita verosimile dei nostri nonni. 5 stelle!
«Basta avere il sangue e subito non diventiamo altro che una pancia che deve contenere figli», sbotta a un certo punto. Celeste si appoggia di schiena vicino ai fornelli, la guarda. «Lo so.» Anche sua madre, quando il ciclo l’aveva visitata per la prima volta, l’aveva trascinata a bussare a tutte le case del condominio, ad annunciare quella buona notizia.
Tonio la guardava con la sua faccia brutta e infelice. Si vergognava di essere peggio di lei che era femmina e per la stessa ragione non le aveva chiesto il permesso di prendere qualcosa di suo. Perché alle femmine non si chiede il permesso per niente.
Poi però la sabbia finiva, c’era l’azzurro immenso che si muoveva, facendo ballare la scaglie bianche di sole sulla superficie. Il mare.
Li lascerà lì, incastrati in quella terra dura da cui molti, prima o dopo, avranno voglia di scappare. Le loro menti andranno più veloci del mondo attorno e a un certo punto nulla di quello che c’è lì gli basterà.
Duramadre è un romanzo che mi ha letteralmente stregata. Il modo in cui la storia viene raccontata, la scelta di intrecciare presente e passato e la cura con cui l’autrice ha costruito ogni personaggio mi hanno conquistata fin dalle prime pagine. Ho ritrovato una parte di me in ognuno di loro e sono rimasta profondamente colpita dalla capacità dell’autrice di farmi entrare così tanto in empatia con ciascun personaggio.
Consiglio questo romanzo a chi desidera conoscere una realtà che esiste ancora oggi ma che non tutti conoscono, lasciandosi trasportare da una storia originale, intensa, autentica e incredibilmente viva, che solo una mente grande e sensibile può riuscire a raccontare.
Duramadre di Erica Cassano indaga la ricerca della propria voce, dell’espressione che il corpo anticipa per anni, somatizzando tra confini, radici che immobilizzano e libertà da costruire. La storia di Celeste e Tonio, e di tutta la sua famiglia, racconta sì, la storia di un “paese” di tutti, in cui è fin troppo facile immedesimarsi ancora oggi, “nelle periferie dei sud”; ma nelle sue gerarchie interiori crea anche inaspettate aperture. Perché il presente continua a rappresentare l’unico spazio della vita in cui poter scegliere.
Non mi ha conquistato subito. Come " La grande sete"...Ma ho voluto dare a questa giovanissima autrice una seconda possibilità. Dopo però aver letto più della metà del romanzo, ne ho colto l'essenza, ne ho compreso la psicologia dei personaggi, ho conquistato il messaggio che voleva dare. Alla fine mi é spiaciuto concluderlo. Mi sono chiesta come una donna così giovane riesca a scrivere un romanzo che sembra trasudare esperienza di vita.
Molto bello, la dura madre ha più significati: una madre ferita dal tradimento del marito che crede in una maledizione caduta sui figli, la dura terra dei sud con un potere malavitoso che non la lascia respirare, la dura madre testardaggine di uomini legati a tradizioni e stereotipi difficili da superare