A molti dei lettori che da tempo la seguono piacerebbe sapere qualcosa di più su una scrittrice che in tutti questi anni ha svelato pochissimo di sé, che è rimasta discreta sulla propria intimità e sul proprio passato – e agli intervistatori che tentavano di addentrarsi in quei territori non diceva mai la verità. In questo volume, dove l’autrice stessa ha deciso di riunire i suoi primi libri «di letteratura», quei lettori appassionati scopriranno invece, attraverso brevi, a volte brevissimi, aneddoti, ricordi, riflessioni, confessioni – «fotografie soggettive della vita» –, una Reza pronta a mostrare loro la propria fragilità, la propria «anima messa a nudo»: la struggente tenerezza per i figli, bambini e poi adolescenti, la nostalgia per qualcosa che non tornerà più (il «sorriso sdentato» della piccola Alta, per esempio), gli ultimi giorni di suo padre, la consapevolezza di non appartenere ad alcun luogo, di non avere radici... Ritroveranno anche, distillati in questi frammenti, tutti i temi che ricorrono nelle pièce e nei romanzi – il tempo, l’identità, la memoria, gli affetti, la morte –, ma affrontati da una prospettiva più privata e inattesa. E soprattutto uno sguardo che non somiglia a nessun altro e una scrittura di perfetta, magistrale eleganza.
Yasmina Reza began work as an actress, appearing in several new plays as well as in plays by Molière and Marivaux. In 1987 she wrote Conversations after a Burial, which won the Molière Award for Best Author. Following this, she translated Kafka's Metamorphosis for Roman Polanski and was nominated for a Molière Award for Best Translation. Her second play, Winter Crossing, won the 1990 Molière for Best Fringe Production, and her next play The Unexpected Man, enjoyed successful productions in England, France, Scandinavia, Germany and New York. In 1995, Art premiered in Paris and went on to win the Molière Award for Best Author. Since then it has been produced world-wide and translated into 20 languages. The London production received the 1996-97 Olivier Award and Evening Standard Award. Screenwriting credits include See You Tomorrow, starring Jeanne Moreau and directed by Didier Martiny. In September 1997, her first novel, Hammerklavier, was published.
“Prima o poi gli scrittori ritornano alla propria infanzia. Io non ritorno da nessuna parte, non ci sarebbe nessuna parte dove ritornare. Lunghi muri rasentati, lunghe attese, terreni incolti di una periferia recente, senza storia, palazzi che sostituivano le case, blocchi di palazzi che chiamavano residenze.”
Ho avuto il piacere di ascoltare la presentazione del nuovo libro di Yasmina Reza, “Da nessuna parte”, a Testo (quinta edizione del festival letterario) a Firenze, con l’esilarante Chiara Valerio.
Questo libro è un memoir frammentario e affascinante che riunisce due testi inediti in Italia, “Hammerklavier” (1997) e l’omonimo “Da nessuna parte” (2005), in un unico volume compatto, offrendo uno sguardo intimo e senza filtri sulla vita dell’autrice, finora nota soprattutto per il teatro.
Yasmina Reza, esplorando la sensazione di non appartenere a nessun luogo, quello che dimora “da nessuna parte” esistenziale, attraverso ricordi familiari, ultimi giorni del padre, tenerezza per i figli, nostalgia per momenti irripetibili e scene di vita quotidiana in città come Parigi, Berlino o Budapest.
Con una prosa elegante, tagliente e ironica, Yasmina Reza intreccia aneddoti personali a riflessioni profonde su tempo, memoria, affetti e morte, evitando il sentimentalismo e optando per una distanza narrativa che apre “baratri benefici” sull’anima umana.
“Non conosco le lingue, nessuna lingua, di mio padre, mia madre, dei miei antenati, non riconosco né terra né albero, nessun suolo è stato il mio come quando si dice io vengo da lì, non esiste un suolo in cui potrei provare la brutale nostalgia dell’infanzia, né un suolo in cui scrivere chi sono, non so di quale linfa mi sono nutrita, la parola natale non esiste, né la parola esilio, una parola che pure credo di conoscere ma è falso, non conosco musica degli inizi, canzoni, ninnenanne, quando i miei figli erano piccoli li cullavo in una lingua inventata.”
Il libro, pur essendo breve, è molto denso (ho sottolineato quasi tutto!) e procede per vignette e “fotografie soggettive” della vita, rivelando fragilità, rimpianti e contraddizioni borghesi con uno sguardo chirurgico e umanissimo.
I vari capitoli sono pennellate che conferiscono al libro quella connotazione di un’opera ibrida, che mescola confessione e distacco, in cui Yasmina Reza si conferma una maestra nel catturare l’imperfezione della vita quotidiana.
Sono stata colpita da certe frasi lapidarie per la loro esattezza nella brevità, come queste
“Nel lato oscuro dell’amore, il solo in cui ci si possa smarrire, andrò in segreto e nel silenzio, giacché non ci sarà godimento che non sia solitudine né estasi che non sia Dolore.”
“Quello che sapevo in modo confuso mi colpì allora al cuore, che le cose d’amore avrebbero avuto luogo nell’emisfero oscuro e che l’estasi sarebbe stata inseparabile dal dolore.”
Tante piccole riflessioni, come a volte capita di fare a me, completamente sconnesse, ma poi complessivamente sensate. L'ho apprezzato molto perché ormai mi sono affezionata, anche se non uno dei suoi migliori