Roma, pieno agosto. Aurora è senza lavoro, con il conto in rosso e una relazione che scricchiola. Poi arriva la notizia: Andrea, il suo migliore amico di quando viveva in provincia, è morto.
Torna allora per il funerale nel paesino del basso Veneto da cui è scappata anni prima. Due giorni al massimo, si dice. Invece non se ne va più.
Bloccata in mezzo ai campi, immersa nella nebbia insieme fredda e accogliente, in una casa brutta costruita a forza di sacrifici dai genitori e con una madre che non l’ha mai capita, Aurora decide di diventare ciò che ha sempre disprezzato: un ingranaggio nella macchina del profitto.
Ma tornare a casa significa riaprire ferite mai chiuse, fare i conti con gli amici di un tempo e con le vecchie abitudini, e soprattutto con una rabbia antica e con tutte le bugie che si è raccontata per sopravvivere.
Malefica è un romanzo che morde, cattivo e tenero allo stesso tempo. È il ritratto feroce di una generazione sradicata e disadatta, raccontato da una voce letteraria cruda, inedita e indimenticabile.
Malefica è probabilmente il manifesto dei Millenials. Quelli nati in provincia, alle prese con la società che li vorrebbe sempre produttivi, sempre in linea con i loro genitori, come se quelle orme andassero percorse esattamente nella stessa maniera. Come se fosse l'unico modo per decidere di vivere una vita: nasci, cresci secondo certi principi, lavori, lavori, lavori, ti sposi, compri casa, fai figli (all'età giusta, mi raccomando) e poi muori.
Aurora però non ce la fa. Lei è un'anima arrabbiata, furiosa, diversa, ha bisogno di trovarsi e per trovarsi fugge. E quello che ottiene è semplicemente quello di trasferire le proprie frustrazioni e delusioni da un'altra parte. Essere un'anima tormentata a Roma (o a Stoccolma, come la sua amica Sofia) è probabilmente ancora più frustrante, non fa che rimandare la resa dei conti finale, quella con la tua famiglia, con gli amici che hai allontanato in tutti i modi, con te stessa.
Poi muore Andrea, il suo più caro amico d'infanzia, e Aurora torna in quella provincia che tanto aveva desiderato tenere lontano. E per lei arriva il momento di affrontarsi.
L'esordio di Trevisan è il grido di rabbia della mia generazione (e della sua). La sua voce l'ho sentita molto vicina. A parte la trama ho apprezzato molto di più i momenti di riflessione di Aurora, quei momenti di sfogo mentale la portavano a lunghi flussi, i colloqui con se stessa e con il suo amico Andrea ormai tre metri sotto terra. Si parla tanto di veneto wave, io qui ci ho visto più la millenial wave. Che alla fine siamo messi tutti allo stesso modo in qualsiasi parte d'Italia. A casa o lontano da casa.
Malefica di Nicole Trevisan è tutto ciò che forse non avrei dovuto leggere, adesso. Ma che invece ho letto, e anche subito, proprio in un momento in cui la morte, fisica e mentale, mi era così vicina, che potevo toccarla. Appena ho capito che si trattava, tra le altre cose, di una lunga, soffocante e brutale lettera d'amore crudele e d'addio a un personaggio, l'amico Andrea, morto, avrei dovuto chiudere il libro. Sì, va beh, avrei dovuto farlo. Ma non c'è niente di più bello che guardare in faccia ciò che ti fa soffrire, che ti attorciglia le viscere, che ti urla in pancia squartandotela, e andare avanti. Aurora vive una vita che non le piace; si convince di essere malefica, cattiva, crudele perché gliene hanno fatte passare tante. Le amiche di un tempo, Sofia e Isabella, non ci sono più. Ma Aurora le va a cercare, gli ha fatto del male, e vuole farsi perdonare. Eppure finisce per fargli di nuovo male, dolore, odio, sangue. Una famiglia piena di scuse, di errori e di urla in faccia; un padre che punisce con cantina e ceffoni. Chi non ha conosciuto la forza e il dolore bruciante di uno schiaffo? Io sì, e Aurora me la sono sentita dentro, in molti momenti, più del necessario. Io e lei, vittime di una ribellione, di una rabbia che non sapevamo da dove arrivasse, ma ce la dovevamo tenere, perché mai nessuno ci ha dato gli strumenti per controllarla, per prendergli la mano e capirla, per affievolirla, per trasformarla in qualcosa di diverso da quello che ci rendeva: pericolose, aggressive, violente. Aurora sono le Aurore di tutto il mondo. Di tutte le età. Di tutte le generazioni. Ciao, Aurora. Mi dispiace. Tu, l'equilibrio, non l'hai trovato. La rabbia, non sei ancora riuscita a controllarla. A fartela amica, a fotterla e a manipolarla prima che lo faccia lei. Io, sì. Ma ci è voluto tempo. Forse una vita intera. Puoi farcela anche tu. Sì, te lo giuro, puoi farlo. Però devi volerlo. Lo vuoi, Aurora?