Ricordo queste cose non già perché ritenga che siano le chiavi del subconscio, e non certamente per nostalgia della mia infanzia. Le ricordo perché non l’ho mai fatto prima, perché vorrei che alcune rimanessero – almeno sulla carta. E anche perché c’è più soddisfazione a guardare indietro che avanti. Il domani è meno attraente dell’ieri. Per una ragione o per l’altra il passato non irradia l’immensa monotonia che il futuro promette. Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda.
Il poeta Iosif Brodskij lasciò l’Unione Sovietica nel 1972, all’età di 32 anni, e si stabilì a New York, dove compose anche opere in prosa, che descrivono la vita sua e dei suoi genitori a San Pietroburgo. Molte pagine si occupano di letteratura e di poeti, in particolare di Osip Mandel’stam.
Un poeta si mette nei guai non tanto per le sue idee politiche quanto per la sua superiorità linguistica e, implicitamente, psicologica. Il canto è una forma di disobbedienza linguistica, e le sue note gettano un’ombra di dubbio su ben altro che un concreto sistema politico: mettono in discussione tutto l’ordine esistenziale.
Egli fu, si è tentati di dire, un Orfeo moderno: spedito all’inferno, non fece più ritorno, mentre la sua vedova cercava scampo in una lunga fuga attraverso un sesto della superficie terrestre, stringendo a sé la pentola dentro la quale erano arrotolati i canti del marito, imparandoli a memoria di notte per timore che fossero scoperti da Furie munite di un mandato di perquisizione. Queste sono le nostre metamorfosi, questi i nostri miti.
Già, Nadezda Mandel’stam, la vedova di un “nemico del popolo”. Dovrò leggere le sue memorie: Brodskij le elogia ripetutamente.
Negli ambienti colti e specialmente tra gli uomini di lettere, essere la vedova di un grand’uomo basta a fornire un’identità. Questo è vero soprattutto in Russia, dove il regime, negli Anni Trenta e Quaranta, sfornava vedove di scrittori con una tale efficienza che verso la metà dei Sessanta ce n’era in circolazione un numero sufficiente per organizzare un sindacato.
Nadezda Mandel’stam non aveva paura di dire quello che pensava. Si fece dei nemici anche tra gli scrittori, da lei accusati di essere complici virtuali del regime.
Nella coscienza degli uomini di lettere c’è qualcosa che non può sopportare l’idea che qualcuno possieda un’autorità morale. Si rassegnano all’esistenza di un Primo Segretario del Partito, o di un Fuhrer, come a un male necessario, ma sarebbero prontissimi a contestare un profeta. Le cose stanno così, presumibilmente, perché se ti dicono che sei uno schiavo, pazienza, ma se ti dicono che moralmente sei uno zero la notizia è ben più devastante.
E poi si parla di W.H. Auden, considerato da Brodskji la più grande mente del ventesimo secolo. Per omaggiarlo, Brodskij decise di scrivere queste prose in inglese.
A curare è l’intonazione con cui si parla al malato. Questo poeta si aggirò tra i casi gravi – spesso terminali – del mondo non già in veste di chirurgo, ma come un’infermiera, e ogni paziente sa che sono le infermiere, alla fine, non le incisioni del bisturi, a rimettere la gente in piedi.
Riflessioni, ricordi ed emozioni raccontati con la precisione del poeta.
C’era una volta un ragazzino. Viveva nel Paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali da ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. Il che non avveniva mai.
E c’era una città. La più bella città sulla faccia della Terra. Con un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra il suo alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume. Lungo quel fiume sorgevano magnifici palazzi con facciate stupende, così ben rifinite che se il ragazzino stava sulla riva destra la riva sinistra somigliava all’impronta di un gigantesco mollusco chiamato civiltà. Che aveva cessato di esistere.
Di buon mattino, quando il cielo era ancora pieno di stelle, il ragazzino si alzava e, dopo aver fatto colazione con una tazza di tè e un uovo, accompagnato dalla voce della radio che annunciava un nuovo primato nella fusione dell’acciaio, seguito dal coro dell’esercito che cantava un inno al Capo, il cui ritratto era appeso al muro sopra il letto ancora caldo, si metteva a correre lungo l’argine di granito coperto di neve per arrivare a scuola.
Il grande fiume si stendeva bianco e ghiacciato come la lingua di un continente ridotta al silenzio, e l’enorme ponte si alzava contro l’azzurro cupo del cielo come un palazzo d’acciaio. Se il ragazzino aveva ancora due minuti, scendeva sul ghiaccio e faceva venti o trenta passi verso il centro del fiume. In tutto questo tempo pensava a quel che potevano fare i pesci sotto quella pesante coltre di ghiaccio. Poi si fermava, faceva una conversione di 180 gradi e tornava indietro di corsa, senza fermarsi, fino all’ingresso della scuola. Si precipitava nell’atrio, buttava il berretto e il cappotto su un gancio, e volava su per la scala e dentro la sua aula.
E’ uno stanzone con tre file di tavolini, un ritratto del Capo alla parete dietro la sedia dell’insegnante, una carta con due emisferi, dei quali solo uno è legale. Il ragazzino va a sedersi, apre la cartella, mette sul tavolino la penna e il quaderno, alza il viso e si prepara ad ascoltare il blablà.