Milano o la città. Così, attraverso frammenti di esistenze eccentriche, che sono poi le giornate di persone appartenenti alla nuova realtà urbana, questi racconti vogliono rappresentare che cosa vuol dire vivere insieme in una città oggi. E che cosa vuol dire vivere una città nell’epoca in cui sembra smarrita la possibilità di riconoscerne un’identità. Eppure nei personaggi diversi, ma accomunati dall’accettare come ordinario lo straordinario della loro vita cittadina, giunge comunque e si fissa l’atmosfera unica dei luoghi abitati dai caratteri. Giorgio Fontana raffigura «la capacità di Milano di essere più reale di ogni sogno o perversione» attraverso l’estate «atlantica» di un giovane sbandato, l’estate degli sgomberi dei centri sociali. Per Helena Janeczek la metropoli emerge come un ologramma colorato dagli sprazzi di conversazione di un ragazzino che parla dentro un gioco elettronico con un partner che sta lontano, a Caltanissetta, e, a poco a poco, diventa presente e amico più dei compagni vicini. L’ingegnere slavo di Di Stefano confessa al commissario la sua assurda ribellione perché «Milano non era più il paradiso grigio che avevo conosciuto all’arrivo». L’esperienza urbana del supplente di Marco Balzano culmina nell’incontro con un alunno ricoverato in una casa alloggio per pazienti psichiatrici. Neige De Benedetti trova la città in un tram perché «l’unica cosa di cui si parla a Milano è partire». E «dove voi siete io sono già stato, dove vado io è dove voi non arriverete» conclude il suo racconto il fuggitivo di Francesco M. Cataluccio: una specie di eterno viandante, profugo siriano mezzo ebreo che nelle architetture pretenziose della stazione rivive luoghi percorsi da generazioni passate.
Mai piaciuti i racconti. E' così e basta (tranne quelli di Somerset Maugham, Far Eastern Tales...). Mai stimato gli autori italiani, soprattutto quelli conemporanei, incapaci di raccontare e buoni solo a scattare foto sbiadite e in b/n di personaggi miseri, senza energia vitale, senza idee, senza entusiasmo, buoni solo a rimirarsi in un paesaggio altrettanto triste, grigio ed anonimo. Non raccontano mai niente: descrivono una sequenza di piccoli gesti quotidiani - tesi a sottolineare la completa mancanza di significato delle loro vite e a come i personaggi non pensino mai a trovare un modo per vivere meglio - e nulla più. Racconti inutili. Un libro inutile, almeno per me perchè è la summa di tutto quello che non mi piace.
Fontana: 4/5 Janeczek: 2/5 Di Stefano: 3/5 Balzano: 3/5 De Benedetti: 1/5 Cataluccio: 5/5
Eccellenti il primo e l'ultimo, insipido il secondo, niente di che il terzo e il quarto, incomprensibile e onirico all'eccesso il penultimo: una seduta psicanalitica dell'autrice di cui non può fregare niente a nessuno.
Fontana e Cataluccio sono però stati una bella scoperta.