Attraverso una narrazione polifonica, il romanzo ricostruisce un tormentato percorso esistenziale che si snoda fra Lombardia e Svizzera, dagli anni Trenta a oggi. Al centro del racconto, la figura umbratile di Elena, che nasce sul lago di Como, in un ambiente piccolo-borghese segnato dal fascismo, e ricerca la propria strada a tentoni, allontanandosi sempre più dalla vita pensata per lei dalla madre: studia a Milano, si sposa in Svizzera e sperimenta una dolorosa maternità, per la malattia psichica del figlio maggiore che assorbe e, insieme, dà un senso alle sue giornate, medicando le sue frustrazioni. La personalità complessa, sfuggente, di Elena è messa a fuoco attraverso le testimonianze di chi ha condiviso il suo cammino: i figli Luca, il primogenito malato, e Pietro, mediocre incarnazione del buon senso; il marito nevrotico; il fratello; la cognata; un prete; uno psicanalista; una badante.
Elena si chiede se basterà a calmare la sua ansia. Negli ultimi anni ha galleggiato su una sottile pellicola di parole, dimenticando il proprio corpo. Nelle aule della Cattolica l’aria sembrava rarefatta, certe lezioni le trasmettevano un’eccitazione tale da farle dimenticare perfino di mangiare
Il trafiletto è lì, fra pagina 34 e pagina 35. Le tre frasi di cui si compone, che l’hanno cullata nelle notti insonni passate accanto al lettino di Luca, la trafiggono come schegge di vetro. «Consorte del professor Ernesto Rusca, docente al nostro ginnasio». Un epitaffio ai suoi sogni. Moglie di, consorte», nel linguaggio filisteo del giornale locale. Ma non è stato lui a dettare il testo? Sì, non può essere stato nessun altro. Un suo prolungamento, così la concepisce il marito, con tutta la paura che lei gli scappi di mano, che si allontani anche solo di un metro e dalla penombra del salotto si metta a ridere di lui.