La Chiesa della Solitudine, di Grazia Deledda, è l’ultimo libro della scrittrice sarda pubblicato quando lei era ancora in vita (Cosima, invece, verrà pubblicato postumo). Questo breve romanzo, infatti, uscì nel 1936, il medesimo anno della sua morte.
Rispetto a Canne al Vento, unico altro libro che ho letto della Deledda (e scritto più di 20 anni prima), devo dire di aver notato un cambio di passo e di “atmosfera” nella narrazione. Lo stile mi sembra molto più asciutto e diretto. C’è più urgenza di dire semplicemente le cose e ciò che rimane, dopo la lettura, è il ricordo di una bella storia triste e l’impressione di aver conosciuto meglio i pensieri e lo stato d’animo della scrittrice, ormai prossima alla morte.
Dico questo perché la protagonista del romanzo, la giovane Maria Concezione, soffre dello stesso male della Deledda, il cancro. Ed è proprio per questo motivo che La Chiesa della Solitudine, per quanto meno celebre ed impegnativo di altre opere, non può essere sottovalutato, poiché nel rapporto tra la protagonista e la malattia, possiamo sicuramente scorgere anche una parte dei pensieri della scrittrice, relativamente a questa dolorosa esperienza.
Concezione, alla quale, dopo un’operazione che le porterà via un seno, viene detto che potrà vivere, se le va bene, un’altra decina d’anni, rifiuterà l’amore terreno. La ragazza, che vive da sola con la madre in una casa annessa a una chiesa, ha una buona posizione economica, ma porta avanti una vita semplice, lavorando come sarta e facendo, quando può, un po’ di beneficenza. Nonostante ella voglia rimanere tranquilla, sarà assillata da diversi spasimanti. Rifiuterà tutti. Con grande sacrificio e consapevolezza, allontanerà anche l’unico uomo che le è gradito – Aroldo – che davvero la ama per come è e che non ha fame del suo denaro.
In questa vicenda e in questo rapporto con la morte e con una società arcaica, che vede nel matrimonio l’unico compimento della donna, il personaggio di Concezione si erge sopra tutti gli altri.
Da un lato la giovane protagonista affronta con realismo e rassegnazione la condanna che le grava sul capo e riesce a trovare consolazione nel bene che può fare ai bisognosi e alla anziana madre. Dall’altro, invece, si dimostrerà combattiva, quando – tenendo nascosta la gravità del proprio male a tutti – rifiuterà tutte le proposte di matrimonio, arrivando a contestare proprio il fatto che una donna debba per forza sposarsi. E questa posizione della Deledda è davvero interessante, tenendo presente il contesto sociale dell’epoca (Sardegna rurale, regime fascista). Non è da sottovalutare, secondo me, che pur attraverso le parole di una donna malata, l’autrice sarda abbia voluto esprimere questo suo (più che condivisibile) pensiero.
Che dire di più? Il romanzo è piacevole da leggere e Grazia Deledda ha l’abilità di immergere il lettore nei pittoreschi universi di Sardegna. Le frasi sono come piccole pennellate di acquerello e alla fine di una pagina, alla fine del libro, rigo dopo rigo, tutto ci appare chiaro davanti agli occhi, con una resa quasi cinematografica. Le diedero il Nobel perché dicevano che, attraverso la descrizione della sua terra e dei suoi conterranei, riusciva a trattare tematiche universali. Ed ecco, forse, in questo romanzo minore, più che in altri romanzi da lei scritti, questo è quanto mai evidente. Una scrittrice che intendo scoprire e leggere anche di più in futuro!