Nel suo romanzo Canto sottile, Reber Yousef solleva il velo sulla memoria yezida come un chirurgo sulla pelle del tempo. Dal tramonto dell'Impero ottomano fino al 2019, il racconto si frantuma e si ricompone in una narrazione senza date, guidata solo dall'eco degli eventi. Damasco, Sinjar, Afrin, Ras al-Ain, fino a i luoghi diventano una mappa segreta di un popolo sospeso tra fuga, persecuzione e sopravvivenza. Siltê, Eysanê, Seyranê e Selma sono le donne le cui voci resistono al silenzio della sussurrano preghiere, custodiscono segreti, tramandano canti come un filo sacro, nati dall'esilio e dall'isolamento, ma che sanno farsi lama, rito, memoria. Note che sfiorano le stelle come un richiamo invisibile, capaci di proteggere ciò che resta. Tra villaggi perduti, lingue cancellate e reperti che migrano nei musei d'Europa, il romanzo racconta la continuità delle ferite e la forza silenziosa di chi canta per non scomparire. Un'opera luminosa, iniziatica, dove la voce femminile diventa respiro.
La storia di una famiglia yazida perseguitata per generazioni dagli arabi e dalla tisi, raccontata con una delicatezza che ti entra dentro proprio come un canto sottile. Non sapevo quasi nulla di questo popolo curdo non musulmano, a riprova di quanto la letteratura possa ancora insegnarci. Grazie a Emuse che sta traducendo e pubblicando un sacco di piccole perle ❤️
Un libro pieno di sofferenza, che dà voce a un popolo e a una comunità dimenticati dal mondo, costretti a subire persecuzione e genocidio nel silenzio. Traspare l'importanza che l'autore dà alla memoria, all'importanza di trasmettere i racconti della propria comunità per salvarsi, non impazzire, e, in qualche modo, salvarla. Ho apprezzato molto anche lo stile, in alcuni punti poetico e molto evocativo, così come la scelta di narrare storie che in un primo momento paiono sconnesse, ma che poi si rivelano collegate tra loro in un racconto generazionale commovente.