Un racconto vibrante sulla faglia del conflitto socio-economico, politico e comunitario in Siria, antica almeno di duecento anni. Il nuovo potere di Damasco, dopo la guerra civile e il regime change, non ha inventato nulla. Ma ha solo applicato alla lettera quello che ha imparato a scuola, per generazioni: prima l’imperialismo ottomano, poi il colonialismo francese, quindi il nasserismo egiziano, poi il baathismo e infine l’assadismo hanno, a turno, rimestato nel torbido delle rivalità tra pianura e altura, tra pastorizia e agricoltura, tra nomadi e sedentari, tra sunniti e drusi. E ora, passata almeno per il momento l’ondata di violenza anti-drusa, centinaia di famiglie di beduini sunniti fuggono da Suweida per paura di rappresaglie. In questo circolo vizioso, i curdo-siriani del nord-est hanno ora un motivo in più per non fidarsi di Damasco e tenere strette le loro armi. In attesa di capire come procederà la spartizione della «nuova Siria» da parte di Israele, Turchia e Stati Uniti.
Un reportage che mescola luoghi e storia passata e recente di Damasco e della Siria. Conosco l'autore come analista geopolotico e alcuni precedenti libri li avevo trovati a tratti complessi da seguire ma questa volta, a metà strada tra guida e saggio, mi sono sentito trascinato tra le vie, o suq e le cicatrici dei precedenti conflitti. Attraverso le voci e i luoghi si ripercorrono secoli di storia e ciò che ne esce è un grande dubbio sulla situazione attuale che ricorda fin troppo bene il motto gattopardesco.
Splendido libro di una collana, "Città geopolitiche". L'autore conosce e racconta benissimo il carattere di Damasco, le sue persone, le sue famiglie, le dinamiche della società e del potere.