In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L'arrivo in paese di Arianna - giovane donna bella e alla deriva - e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l'amore, non potrà più sopportare.
Niccolò Ammaniti was born in Rome in 1966. He has written three novels and a collection of short stories. He won the prestigious Italian Viareggio-Repaci Prize for Fiction with his bestselling novel I'm Not Scared, which has been translated into thirty-five languages.
"Come Dio comanda", "Io non ho paura", "Branchie" vivono tra i ricordi indelebili della piccola me adolescente che divorava libri su libri, Ammaniti mi è sempre piaciuto tantissimo ma qui sono rimasta abbastanza delusa. Questo racconto aveva un potenziale altissimo, l'idea c'è, ma in solo 140 pagine la narrazione risulta allo stesso tempo sovraccarica e carente. Troppi generi mischiati insieme (storie di mafia, romanzo di formazione, fantastico, una specie di rivisitazione simbolica della mitologia greca), troppi personaggi solamente abbozzati. Peccato davvero.
Nei romanzi di Niccolò Ammaniti, c’è un momento preciso in cui l’infanzia smette di essere riparo e diventa un confine da varcare. Il custode ( in libreria per Einaudi Stile Libero, pp.176 €16,50) si colloca esattamente su questa linea di frattura. Il romanziere romano non racconta soltanto il timore dell’ignoto, ma l’istante in cui un adolescente scopre che crescere significa anche dover scegliere tra obbedienza e libertà, fra le regole e i sentimenti. Perché non sempre una casa è un rifugio, talvolta, sembra una prigione costruita sui doveri e Ammaniti racconta una famiglia matriarcale che da generazioni custodisce un antico segreto, un incarico che non consente alcuna scelta.
Il protagonista, Nilo Vasciaveo, ha tredici anni e vive con la madre e la zia a Triscina, un borgo siciliano affacciato su un mare che d’inverno sembra trattenere il respiro: le case basse, la spiaggia fuori stagione, il vento che spazza la sabbia compongono un paesaggio sospeso, come una bolla nel tempo. Ma il centro del romanzo è proprio questa casa isolata, un luogo claustrofobico che non ammette concessioni per proteggere un male che evoca un tempo remoto.
Ammaniti torna così a quella soglia inquieta che attraversa tutta la sua narrativa dell’infanzia: la linea d’ombra che separa il mondo protetto dei ragazzi dalla rivelazione improvvisa del lato oscuro degli adulti. Era accaduto con Michele Amitrano in Io non ho paura; con Lorenzo in Io e te, chiuso in uno spazio sotterraneo per difendersi da un mondo percepito come altamente invasivo; accadeva con i bambini di Anna, obbligati a reinventare regole e gerarchie quando gli adulti erano improvvisamente scomparsi dalla scena post apocalittica. Tre anni dopo La vita intima (tutti i romanzi di Ammaniti sono editi da Einaudi), anche Nilo si ritrova su quella soglia ma, stavolta, il male non ha un aspetto sociale ma tratti arcaici: non è un episodio ma un compito che si tramanda.
La casa dei Vasciaveo ruota tutta attorno ad una stanza che racchiude un segreto. Non è soltanto un luogo fisico, è il fulcro simbolico dell’intera narrazione. Le gerarchie, i divieti e la necessaria complicità, costituiscono un principio che regola ogni cosa - («Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno») -, è ciò che tiene insieme la famiglia e al tempo stesso, la imprigiona. Ed è qui che si apre la frattura. L’arrivo di Arianna, una giovane donna bella e alla deriva, e della figlia Saskia, creano uno scompiglio inatteso. Per la prima volta, Nilo sperimenta una leggerezza che non conosceva e l’irruzione del desiderio, persino del sentimento, spalanca le porte ad una felicità possibile, quanto pericolosa. Per Nilo questa ventata di futuro rappresenta l’idea di poter vivere senza che sua madre decida per lui e fra questi due poli — la casa e Arianna — Ammaniti gioca l’intero romanzo. Nella sua prosa, Nilo è un tredicenne chiamato a scegliere e l’amore che sente nascere è destabilizzante, è la crepa che mette tutto in discussione, rendendo insopportabile ciò che fino a un attimo prima sembrava naturale; di colpo, l’obbedienza non appare più come destino, ma come una rinuncia dinnanzi ad un’alternativa inattesa quanto ammaliante.
La scrittura è asciutta, fortemente visiva, capace di alternare lentezza descrittiva e improvvise accelerazioni, racchiudendo anche alcune circostanze inverosimili che il lettore deve accettare, facendole proprie. Diamo, inoltre, merito ad Ammaniti di non aver dato spazio ad alcun folklore, difatti, la Sicilia che emerge dalle sue pagine non è una cartolina, ma un luogo in cui le radici imprigionano e il mare promette la fuga. Crescere, ne Il custode, non significa soltanto perdere l’innocenza ma assumersi il rischio di interrompere una catena, spezzando il circolo del tempo e il romanzo gioca tutto su una tensione sospesa che monta sino al grande colpo di scena finale. Con questo libro Ammaniti conferma la sua grande vocazione nel saper raccontare l’infanzia come territorio estremo, esposto al trauma ma capace di flettersi senza spezzarsi, cicatrizzando il passato.
La crescita di Nilo suggerisce che diventare adolescenti non sia un passaggio naturale, ma un (necessario) atto di rottura. Una scelta che richiede il coraggio di aprire una porta, accettando ciò che ci attende là fuori, oltre la linea d’ombra conradiana dell’orizzonte.
“La chiamarono Medusa, che in greco antico vuol dire custode, perché il loro sogno era che un giorno diventasse sacerdotessa e custodisse il fuoco del tempio di Atena, la dea della guerra e della saggezza. Quando la portavano in giro la gente si voltava ad ammirarle i capelli lisci e splendenti e loro erano tutti orgogliosi.”
Lo ammetto: mi aspettavo che “Il custode”, il nuovo attesissimo romanzo di Niccolò Ammaniti, in libreria da oggi, fosse potente come “Anna”. Questa aspettativa era dettata dal fatto che il protagonista è di nuovo un adolescente, Nilo.
Il romanzo è ambientato in un paesino sul mare della Sicilia, dove un segreto antico e letale pesa come una maledizione familiare. I protagonisti sono i Vasciaveo, custodi da millenni di qualcosa di indicibile nascosto nel bagno di casa, una “cosa” che li rende prigionieri del proprio dovere, fino all’arrivo di Arianna, una giovane donna alla deriva con la figlia Saskia, che sconvolge gli equilibri e risveglia in Nilo desideri nascosti e un amore che lo spinge alla ribellione.
Niccolò Ammaniti scava nelle ombre dell’adolescenza inquieta, nella provincia sospesa tra degrado e mito, e nell’orrore che si insinua nella quotidianità, offrendo una storia di liberazione fragile e domestica che passa attraverso l’amore e la scelta di dire la verità, senza eroismi spettacolari ma con una profondità emotiva che stringe il cuore.
Niccolò Ammaniti bilancia, nel libro, grottesco e tenerezza, realismo sociale e fantastico perturbante, riuscendo a trasformare il terrore intimo in riflessione universale su sacrificio, libertà e relazioni familiari.
«E mentre si girava a guardarmi per l'ultima volta ho capito quando mi ero innamorato di lei. Quel giorno che siamo arrivati con il camioncino e attraverso il parabrezza sporco l'ho vista sollevarsi dal marciapiede con le sue gambe lunghe da trampoliere, gettare la cicca a terra, schiacciarla con il tacco dello stivale e venire verso di noi. In quel momento preciso, in quel secondo esatto, ho desiderato il potere di trasformarla in una statua che si sarebbe meritata il Vaticano, il Louvre, il piú grande museo del mondo e che invece sarebbe stata mia, solo mia, per sempre, nella mia stanza, tra il letto e la scrivania. La pietrificazione dell'attimo in cui mi sono innamorato.».
4 ⭐️ Tutti mi dicevano: “auguri per il finale”. E allora io, ancora più spronata, non vedevo l’ora di arrivare all’ultima pagina. Un finale mozzafiato nel vero senso della parola, perché questo storia mozza-il-fiato: ha dell’incredibile ma ha bisogno anche di molta immaginazione nel leggerla, come l’ha avuta Ammaniti nello scriverla. Si dice che Triscina è il paese dove la gente scompare. Di certo, qua abita la famiglia Vasciaveo: mamma Agata che dirige l'azienda dei marmi, insieme alla sorella Rosi, e Nilo chiamato Sticchiteddu, ossia stecchino. Sembrano una famiglia inoffensiva ma è solo un trucco per non essere scoperti. Nessuno può immaginare che i Vasciaveo hanno dei poteri che manco gli X-Men possono sognarsi. Nilo ha il compito di occuparsi della “cosa” nel bagno: con dita affusolate, unghie perfette e i capelli composti da centinaia di serpi e con un terribile potere, quello di trasformare in pietra chiunque la guardi. Nilo non può vivere la sua adolescenza ma ha il privilegio di essere il custode di Medusa. L’arrivo in paese di una donna e sua figlia, Arianna e Saskia, cambia la sua vita. Perché sono venute a Triscina? Lui davvero vuole sacrificare la sua vita in questo paesino? Conoscerà l’amore e capirà che non potrà più sopportare questa vita…
Un buon libro in perfetto stile Ammaniti, non è stato all'altezza di alcuni suoi capolavori ma comunque è una lettura che coinvolge. Mi ha lasciata con delle domande e forse anche un po' confusa e per questo non ho potuto dargli una valutazione più alta, in generale mi è piaciuto.
Di Ammaniti avevo letto soltanto, un po’ di anni fa, “Io non ho paura”: lo ricordo come un libro di formazione che voleva essere profondo, con atmosfere vivide, anche se scritto malissimo (a mio parere) e pieno di volgarità.
👉 Volevo dare una seconda possibilità a questo autore, ma niente, non l'avessi mai fatto: "Il Custode" è un libro brutto, inconcludente, delirante, senza né capo né coda.
All'inizio della lettura, anche in base a quanto riporta la trama sul retro di copertina (in modo fuorviante), il libro mi sembrava una versione di “Io non ho paura” in stile realismo magico: il protagonista è sempre un ragazzino che si trova a fare i conti con le ambiguità e il male del mondo degli adulti. E come in “Io non ho paura”, è sempre il contatto con una figura esterna (in questo caso con due figure femminili) a innescare la crisi e la voglia di cambiamento.
🤦♀️ Ma in realtà, la trama prende poi tutta un'altra piega, al punto che "Il Custode" non è neanche lontanamente accostabile a “Io non ho paura”.
🙅♀️ Sono rimasta totalmente allibita quando ho scoperto cosa fosse la “cosa nel bagno”: non leggo nessun tipo di narrativa horror o thriller, sono facilmente influenzabile, qualunque cliché mi va benissimo, ma qui siamo ai livelli di un'assurdità insuperabile!!
❌ Per non parlare poi del fantomatico amore di Nilo, così come viene spacciato nella trama di copertina: “Niccolò Ammaniti scrive il suo romanzo d’amore più pauroso” “Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà più sopportare”🙄👀
Questo libro parla invece di un AMORE TOSSICO, POSSESSIVO E MALATO. Non c'è nessuna storia d'amore. C'è solo una fortissima tempesta ormonale di un'adolescente nei confronti di una donna matura, circostanza per cui l'autore si sente autorizzato a sfornare pagine su pagine di fantasie erotiche di un ragazzino su un corpo femminile, che viene sessualizzato al massimo grado.
🤦♀️ Finale che raggiunge il colmo dell'inconcludenza: il ragazzo cambia improvvisamente il carattere che ha dimostrato per qualcosa come il primo centinaio di pagine, e decide, E per concludere in bellezza tragica, in stile soap-opera:
👉 Morale della favola? Io non ho assolutamente capito dove volesse andare a parare Ammaniti: che la violenza contro le donne e la profanazione del corpo femminile è un fatto millenario ? Che l'amore malato fa male? Ho bisogno di subirmi tutte queste pagine inconcludenti per capirlo? Credo che ricavare un qualunque significato da questo libro faccia solo onore a chi lo trova, ma il libro ne è totalmente privo.
🙅♀️ Né la vicenda raccontata è godibile al di là di qualsiasi considerazione sui significati: è un libro scritto male, pieno di frasette spezzettate e paratattiche, che non sono giustificate neppure volendo immaginare uno stile mimetico rispetto all'età del ragazzino, dato che Nilo parla in prima persona per buona parte del libro (ma non tutta: infatti a casaccio sono inseriti stralci in corsivo in terza persona, che solo alla fine si capiscono). Anche “Io non ho paura” era scritto con lo stesso stile semplice, ma era molto più evocativo e impattante di questo, che è invece pieno di dettagli inutili e di frasi elementari di questo genere:
Ecco l'incipit: Si chiamava Jacques Qualcosa e arrivava da Parigi in bicicletta. Aveva attraversato l'Italia ed era venuto giù in Sicilia con il sogno di salire sulle bocche dell’Etna. Non ci riuscì, perché il filo della sua esistenza si incrociò con la nostra e la sua fine ha dato inizio a questa storia.
O ancora: A zia Rosi piaceva la boscaiola, bianca con i funghi e salsiccia. A mia madre la marinara ma senza aglio. A Pasindu la diavola. A me la cafunedda, rossa con tante patatine fritte e würstel.
🤦♀️ Oltre alla scrittura illeggibile, ci sono anche tanti episodi inutili buttati a caso nel filone narrativo, come la discussione in macchina tra due personaggi che compaiono per la prima e ultima volta, e che a causa del loro litigio provocano un incidente (l'incidente è sì importante per la storia, ma non questi due personaggi e i motivi del loro litigio).
😤 Il dialetto siciliano è inserito ugualmente a caso come una sorta di aggiuntivo tanto per. E così anche la mafia risulta un elemento estremamente banalizzato, inclusa solo per dare un fondo di criminalità alla vita di Nilo e perché la storia è ambientata in Sicilia.
🤦♀️ La quantità di riferimenti alla cultura pop e contemporanea è snervante: sapere che il mobile x è stato comprato su Amazon, mentre la poltrona y su Ebay, mi interessa zero. Posso capire questo genere di riferimenti in libri che non hanno alcuna intenzione di fare “alta letteratura”, ma in un romanzo del genere, che VORREBBE essere profondo/intellettuale/filosofico/ect., trovarmi tutta questa quantità di rimandi al mondo contemporaneo (Instagram, OnlyFan, CocaCola, Jovannoti, Andrea Bocelli…), mescolati insieme alla mitologia greca e ad altri rimandi ““profondi””, in uno pseudo-realismo magico, mi ha solo provocato un enorme enorme fastidio. Tutti dettagli non necessari ai fini della storia, né utili a collocare il racconto nella contemporaneità (non ce n'era bisogno, l'avevamo capito!).
👉 In conclusione, libro bocciato, che sconsiglio totalmente.
L’arte di scrivere un folle gioiello in 165 pagine. Pazzo, ironico, simbolico… Credo sarà una delle migliori letture del 2026. Non so che altro dire perché non mi aspettavo un impatto del genere, fortificato dal fatto di non aver letto quarta di copertina, letto recensioni o presentazioni varie. Mi ha shoccato tutto: storia, scrittura, simbologie. Wow.
L'idea é bellissima secondo me, lo svolgimento avrebbe potuto essere diverso e, per quanto apprezzi moltissimo un plot twist, io avrei approfondito Poseidone piuttosto. Detto questo, sono una di quelle lettrici che comprano Ammaniti a scatola chiusa e a volte sono estasiata a volte meno, ma delusa proprio tanto, quasi mai.
Non ho capito cosa ho letto, non mi è piaciuto ma comunque non sono riuscita a riporre il libro fino alla parola fine. È questa la definizione di un buon romanzo? -- Ho lasciato trascorrere qualche giorno, senza altre letture e senza distrarmi, per far sedimentare Il Custode di Ammaniti. Si tratta di un romanzo agile, corre spedito tra le pagine e la tentazione di non fermarsi è tanta. Per dare un senso compiuto alla storia di , del suo tragico destino e di come abbia legato la famiglia Vasciaveo serve invece silenzio e riflessione. Nilo è un ragazzino, che si affaccia sull'adolescenza con un carico enorme sulle spalle: le aspettative della famiglia che lo spingono verso il contrario di un debutto in società, ma anzi ad una reclusione forzata come custode della cosa nascosta nel bagno, avrebbero sopraffatto chiunque. aggiungi il carico da novanta: la scoperta del corpo femminile, grazie ad Arianna e alle sue dirette Onlyfans e la strada verso la tragedia è segnata. Ho apprezzato il buon miscuglio tra tradizione greca e modernità rampante, non saprei dirr però se riuscito al meglio.
Nicolò Ammaniti torna con Il custode e ancora una volta conferma la sua capacità di raccontare l'umanità nelle sue pieghe più fragili e imprevedibili. Non siamo ai livelli di capolavori tipo Come Dio comanda ma si difende benissimo e regala una lettura coinvolgente e intensa.
Lo stile è quello inconfondibile di Ammaniti: diretto, visivo, capace di alternare crudezza e tenerezza con grande naturalezza. I suoi personaggi sono sempre vivi, imperfetti, spesso ai margini ma proprio per questo profondamente autentici: anche in questo romanzo Ammaniti crea atmosfere sospese, quasi inquietanti, senza mai perdere il contatto con una realtà emotiva molto concreta.
Per me Il custode è un ottimo libro, forse meno dirompente rispetto ad alcune sue opere precedenti, ma comunque solido, ben scritto e capace di lasciarmi qualcosa.
Ho ritrovato Ammaniti! Lucido, spietato, cattivo. Eppure è un romanzo d’amore, la storia di Nilo, ragazzino adolescente, che si innamora perdutamente per la prima volta o meglio crede di innamorarsi, come succede a 13 anni. Ma Nilo non è un ragazzo qualunque, è un Vesciaveo, famiglia siciliana, matriarcale, dove lui è l’unico maschio. La mamma insieme a zia Rosi lo hanno tirato su con cibo genuino, tante storie di mitologia antica e soprattutto una regola: per noi Vesciaveo la cosa più importante è occuparsi di ciò che c’è in bagno… Un giallo, un romanzo d’amore e di formazione, un po’ fantastico. Bellissimo, si legge velocemente e manca alla fine. Per chi ama il fantastico un po’ più di me, sarebbero 5 stelle
• Borgo siciliano, eredità familiare che è reclusione e soffocamento, nessuna crescita ma presa in carico forzata.
• Adolescenza, desiderio, corpo, il mostruoso.
• Il centro della storia è un segreto indicibile che segna il protagonista, una rivelazione che è sempre stata implicita. E quando entra in scena per lui la possibilità di un legame diverso, di una presenza esterna che incrina l’isolamento emerge l’impossibilità e espone la gabbia.
• Alcune scene, soprattutto quelle che sfiorano il grottesco, giocano sull'effetto immediato e questo, assieme alla prosa e al finale, rende il racconto troppo semplificato.
Ammaniti costruisce una storia sul mito di medusa e di altri Dei acquatici , ritornato i temi cari all’autore ossia l’infanzia, la famiglia diciamo non proprio armoniosa ed una certa violenza pulp ma meno pronunciata rispetto agli inizi della carriera poi c’è la sicilia che si presta benissimo a fare da sfondo alla storia. Godibile.
Ammaniti è stato un autore molto importante nella mia gioventù. Era il 2004, avevo appena iniziato una facoltà che non capivo, così mi rintanavo in biblioteca civica a studiare, dove mi capitó tra le mani "ti prendo e ti porto via". Fu un colpo di fulmine e nei mesi successivi ho letto tutto quello che aveva scritto e ho passato tutto il tempo in biblioteca immersa in altri romanzi, anzichè sui manuali di macroeconomia, alla ricerca del mio gusto personale (questo avrebbe dovuto darmi qualche indicazione sulle mie inclinazioni, ma ero una sciocca ventenne e decisi di ignorare ogni segnale). Il mio gusto letterario all'inizio è stato plasmato da mia madre, accanita lettrice che mi ha fatto appassionare al mondo della letteratura partendo da Stephen King e Ken Follett, per poi farmi scoprire con calma Tolstoj, Flaubert, Maugham, de Beauvoir e tanti altri. Ammaniti è stato il primo autore che ho scelto da sola e mi ha dato tante indicazioni su quello che cercavo in un libro. Mi sono sentita spesso a disagio da piccola e il modo di Ammaniti di raccontare l'infanzia è stato catartico per me. Nei libri ho sempre trovato compagnia e calore e nei suoi questa sensazione si è accompagnata anche ad una forte sensazione di comprensione e accoglienza. Anche se ho letto tanti pareri negativi, in questo libro ho ritrovato l'Ammaniti che ho tanto amato e che tanto mi aveva invece infastidito ne "la vita intima". Se avesse avuto un po' più di voglia e si fosse dilungato di un altro centinaio di pagine per delineare meglio i contorni dei suoi personaggi, questo libro avrebbe meritato cinque stelle piú che piene. Ma comunque per me è stato un gran bel ritorno "a casa".
Che idea geniale, far credere a un bambino che nel bagno di casa ci sia imprigionata Medusa, colei che pietrifica con lo sguardo. Che modo poetico, brillante, originale, di affrontare il tema dell’innocenza e della responsabilità in un contesto criminoso. Il passo attraverso il confine in uscita dall’infanzia è un tema caro ad Ammanniti, e troppo spesso i suoi romanzi - brillantissimi e geniali al decollo - si fiaccano quando dovrebbero mantenere l’altitudine, perdono quota, colano a picco sul finale. Questo forse no, ho pensato, ho sperato, fino a circa un terzo del romanzo. Questo forse non mi deluderà, affronterà il tema della perdita dell’innocenza in una chiave inedita, con questa originale sinergia narrativa tra il mito e la mafia - che potenziale sterminato.
Purtroppo, invece, Ammanniti si è confermato ancora una volta eccezionale solo alla partenza. Le promesse delle premesse sono state tutte disattese, che amarezza. Medusa non è una metafora, o forse lo è, ma a un livello tanto profondo che non l’ho capito. E un’altra cosa che non ho capito è il punto. What’s the point? Cosa voleva dire, dove voleva andare a parare Ammanniti con questo romanzo? Per me è una splendida idea incompiuta, un’occasione d’oro sprecata. Il finale non merita neanche eufemismi: pessimo.
Grazie, Ammaniti. Che sai essere autenticamente scanzonato raccontando una storia senza nemmeno un raggio di luce. Che non ci consoli. Che nemmeno ci giudichi. Grazie perchè hai il coraggio di scrivere storie strambe ma più reali della vita grigia che ciascuno di noi si ritrova tra le mani, e che non necessariamente vuole vedere vivisezionata nelle pagine di un libro. Grazie per non averci propinato l'ennesima piccola tragedia dei molti padri che odiano i figli e delle molte figlie che odiano le madri, di gente che va a vivere (per scelta) in un altra parte del mondo, di genealogie di industriali del cioccolato, del torrone e del marsala, di sentimenti vischiosi traditi in modi sempre troppo banali. Grazie. Perchè nel deprimente panorama italiano contemporaneo ci sei anche (ancora) tu.
un romanzo di formazione allo stesso tempo tenero e crudele, dove le ombre dell’adolescenza si mescolano a un’inquietudine che contamina la realtà pagina dopo pagina, facendone emergere il lato più fantastico e insieme grottesco. il nuovo romanzo di Ammaniti è la storia del tredicenne Nilo e della sua famiglia, in cui da secoli ci si tramanda il ruolo di custodi della “cosa” nel bagno, un ruolo che è anche una gabbia perché assorbe completamente le vite di chi ci si dedica: la dimensione familiare diventa uno spazio claustrofobico, dove non c’è spazio per l’affermazione della propria identità ma solo per l’accettazione passiva di un ruolo che ci è stato cucito addosso. esiste un modo per affrancarsene? un romanzo breve da cui mi aspettavo di più, ottima idea di base, elaborazione drammatica in maniera un po’ farsesca sul finale.
Una favola che tocca tutti i temi più cari ad Ammaniti, con un tocco di fantastico e surrealismo che aggiunge carattere e magia al racconto. Secondo me, quando inserisce questi elementi fantastici nelle sue storie Ammaniti dà il meglio di sé.
Ammaniti ha la capacità unica di trasformare una situazione apparentemente ordinaria in un incubo surreale. In questo romanzo, l'autore esplora il tema della custodia — non solo fisica, ma emotiva e morale. I personaggi sono indimenticabili nella loro sgradevolezza e umanità. Il ritmo è serrato e la trama non lascia scampo, confermando Ammaniti come uno dei pochi autori italiani capaci di unire l'intrattenimento puro a una critica sociale feroce e mai banale. Un libro che si legge d'un fiato e lascia un retrogusto amaro..