Ho iniziato I ragazzi della Cristal pensando di leggere “solo” un romanzo di formazione. In realtà mi sono ritrovata dentro una specie di macchina del tempo: non quella patinata delle compilation e dei ricordi perfetti, ma quella vera, ruvida, fatta di serate che sembravano infinite e di mattine in cui capivi che qualcosa stava cambiando… anche se nessuno te lo aveva detto. La cosa che mi ha colpito di più è l’atmosfera: la provincia degli anni ’90 qui non è una cartolina, è un posto che respira. Ci sono i soldi contati, i silenzi in famiglia, le amicizie che sembrano indistruttibili e poi – quasi senza rumore – iniziano a sfilacciarsi. E in mezzo c’è la Cristal, che non è solo un locale: è quel punto fermo che tutti abbiamo avuto, un rifugio emotivo, un “centro del mondo” che a un certo punto non basta più.
Per me, che l’adolescenza l’ho vissuta proprio in quegli anni, è stato un tuffo al cuore: le compagnie numerose (abbiamo provato a muoverci in 50!!), la nostra mitica gelateria Day & Vay (con annesse secchiate d’acqua dai condomini dei piani superiori) e le discoteche la domenica pomeriggio, ma anche il male di chi se n’è andato troppo presto. Non è nostalgia “da cartolina”: è quella memoria concreta, un po’ dolce e un po’ spigolosa, che ti torna addosso quando una storia è raccontata bene.
Andrea (il protagonista) attraversa gli ultimi anni delle superiori con quella sensazione tipica di quell’età: credi di avere tempo, credi che “domani è uguale”, credi che le persone resteranno lì. Ma il romanzo racconta benissimo il momento esatto in cui capisci che crescere non è una promessa, è un prezzo. E lo fa senza retorica, senza frasi ad effetto: con una scrittura asciutta e sincerissima, che ti prende proprio perché non prova a commuoverti… e finisce per riuscirci lo stesso.
Micro-appunto (più una preferenza personale che un difetto): in alcuni punti i riferimenti a cose tipiche degli anni ’90 sembrano un po’ forzati, come per voler metterci dentro tutto ma finisce per appesantire un pelo la narrativa e distogliere l’attenzione dalla storia vera e propria. Detto questo, la misura complessiva funziona e lascia addosso quella malinconia “pulita” che resta anche dopo l’ultima pagina.
Consigliato a chi è cresciuto negli anni ’90 (preparatevi: vi verrà un nodo in gola in più di un punto) e a chi vuole un romanzo di formazione realistico, con personaggi e situazioni che sembrano vere perché lo sono: non perfette, non eroiche, solo tremendamente umane.