La curiosità era forte, da ogni parte ero martellata da ‘sto Rocco Schiavone, ed allora l’ho letto. Deludente. Non è che mi sta soltanto antipatico Schiavone, non lo sopporto. Non mi piace niente di lui, uno “sborone” cafone con i colleghi di lavoro, con le donne, con tutti, tanto da provare un fastidio quasi fisico mentre leggevo di lui e delle sue indagini aostane, al freddo e al gelo. Posso capire il voler creare un personaggio sopra le righe, uno “alternativo”, non il solito poliziotto buono pieno di tante belle virtù che combatte contro i cattivi, capisco e apprezzerei. Ma da qui a costruire un personaggio che insulta tutti quelli che incontra, piglia a schiaffi la gente, fuma gli spinelli dentro l’ufficio (se li fumasse a casa gli spinelli!), tratta le donne da tipico arrogante cafone (con la giustificazione che è traumatizzato perché gli è morta la moglie! Che cavolo di giustificazione è per maltrattare delle persone?), tiene comportamenti illegali lucrando sulle operazioni di polizia a cui partecipa (vogliamo scimmiottare gli scrittori americani tipo Don Winslow? Si tratta di tutt'altro genere, però) … beh a me pare proprio voler esagerare nel cinismo, nel “not politically correct”, tanto da creare un personaggio troppo artefatto ed innaturale, quasi una macchietta!
Non mi dilungo a parlare dell’indagine, il caso da risolvere è l’omicidio di Leone Miccichè, un siciliano trapiantato ad Aosta che gestisce uno chalet a Champoluc con la compagna, trovato morto sotto un mucchio di neve dall’autista di un gatto delle nevi mentre sta pulendo le piste. Non anticipo nulla se non che non ho gradito per niente il modo in cui Schiavone ha scelto di rivelare il colpevole: anche in questo caso una esagerazione che, come il protagonista, sa di fasullo.
Non riesco a salvare nulla di questo personaggio, che, guardando la fiction che hanno dato in Rai, mi pareva un incrocio tra Montalbano e Ricciardi, invece nel libro si è rivelato peggio.