C’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo. Un atto di verità politica.
Il fascismo non è un relitto del passato. Non è un’ombra confinata nei manuali di storia o nei rituali nostalgici di una minoranza. È una corrente sotterranea, carsica, che attraversa la Repubblica e riaffiora ogni volta che la democrazia si indebolisce.
Tomaso Montanari parte da una domanda semplice e che cosa resta del fascismo nell’Italia di oggi? La risposta è radicale. Il male non è una parentesi chiusa nel 1945, ma una continuità che si rinnova. Dalla fine della guerra un ininterrotto passaggio di testimone tra uomini, idee, linguaggi e apparati ha consentito alla mitologia e all’ideologia politica del fascismo di sopravvivere alla sconfitta militare e alla nascita della Costituzione. Non come ripetizione caricaturale del Ventennio, ma come adattamento restano identici la visione razzista dell’umanità, l’idea di una nazione basata sul sangue, l’avversione per ogni principio di eguaglianza, il culto del capo, un modello autoritario dello Stato, l’odio per le diversità.
La continuità del male demolisce il mito consolatorio di una destra conservatrice, moderata, istituzionale e disposta a stare nei confini della Costituzione. Il progetto è esattamente il abbattere la Costituzione antifascista e riportarci all’odio e alla paura.
Con rigore filologico e passione civile, Montanari ricostruisce la genealogia delle idee che dominano il discorso pubblico la paura del diverso come strumento di governo, l’ossessione identitaria, il dominio patriarcale, l’ammirazione per le società “spartane” che praticano l’apartheid e la violenza. Ogni parola viene riportata alla sua fonte, ogni formula ricondotta alla sua origine.
Non un’invettiva, ma un atto di verità politica. Chiamare le cose con il loro nome diventa una necessità democratica. Per capire che cosa sta accadendo. Per riconoscere la matrice dell’intolleranza e del discorso d’odio. Per spezzare la continuità del male, e fermare l’ascesa dei nuovi siamo ancora in tempo. Se li vediamo per quello che sono davvero.
Sono nato nel 1971 a Firenze, dove vivo. Studio l’arte dell’età barocca e la storia del patrimonio culturale.
Mi sono formato alla Normale di Pisa, ho insegnato a lungo alla Federico II di Napoli e ora sono professore ordinario di Storia dell’Arte Moderna all’Università per Stranieri di Siena.
Sono convinto che gli storici dell’arte servano a fare entrare le opere d’arte nella vita intellettuale ed emotiva di chi si occupa di tutt’altro.
Penso anche che l’amore per la storia dell’arte non debba essere un fatto privato (o peggio un’evasione, o un modo per non pensare), ma pubblico e ‘politico’. L’articolo 9 della Costituzione ha, infatti, mutato irreversibilmente il ruolo del patrimonio storico e artistico italiano, facendone un segno visibile della sovranità dei cittadini, dell’unità nazionale, e dell’eguaglianza costituzionale, perché ciascuno di noi (povero o ricco, uomo o donna, cattolico o musulmano, colto o incolto) ne è egualmente proprietario.
Ma tutto questo è assai difficile da capire, perché oggi la storia dell’arte non è più un sapere critico, ma un’industria dell’intrattenimento ‘culturale’ (e dunque fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico). Strumentalizzata dal potere politico e religioso, banalizzata dai media e sfruttata dall’università, la storia dell’arte è ormai una escort di lusso della vita culturale.
È per questo che oggi non basta fare ricerca e insegnare, ed è per questo che ho scritto A cosa serve Michelangelo? (Einaudi 2011), La madre dei Caravaggio è sempre incinta (Skira 2012), Le pietre e il popolo (minimum fax 2013), Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (minimum fax 2014), Privati del patrimonio (Einaudi 2015), e (con Vincenzo Trione), Contro le mostre (Einaudi 2017).
Tra i miei libri di ricerca recenti: La libertà di Bernini (Einaudi 2016) e Costituzione italiana. Articolo 9 (Carocci 2018).
Ho ideato e condotto due serie televisive dedicate a Bernini e a Caravaggio per Rai 5 e la serie Favole, forme figure per Loft, la tv del Fatto Quotidiano.
Scrivo sul Fatto Quotidiano, per il quale ogni lunedì tengo la rubrica Le pietre e il popolo. Ho anche una rubrica sul Venerdì di Repubblica: Ora d’arte.
Ho provato (direi inutilmente) a rimettere in piedi una sinistra in Italia, e sono presidente dell’associazione di cultura politica Libertà e Giustizia. Ho dedicato un piccolo libro all’impegno civile degli intellettuali: Cassandra muta (Gruppo Abele 2017).
Basterebbe solo fare un semplice gioco: leggere i passi tratti dai discorsi e dagli scritti dei rappresentanti del governo attualmente in carica, senza rivelarne l'autore, e chiedere a chi li ascolta, l'attribuzione. Io l'ho fatto e la risposta è sempre stata:"Mussolini".
Non potrei argomentare meglio l'assoluta coerenza della tesi su cui si basa questo scritto: esiste un filo che lega la destra italiana all'ideologia fascista e fintanto che questo non verrà spezzato a nulla varrà giurare sulla Costituzione antifascista, che ci tutela dagli orrori del passato ancora troppo vicini, cercando poi con ogni mezzo di indebolirla e di modificarla. Montanari ha dunque ricordato e reso evidente questa continuità semplicemente riproponendo tali passi e commentandoli.
Il pensiero è sostenuto da riferimenti bibliografici ricchissimi, a cui attingere per ulteriori approfondimenti, e dalla capacità di smascherare la retorica e le fallacie argomentative di cui si nutre il discorso della destra al governo.
Non mi ha convinto appieno la tecnica dimostrativa usata per supportare la tesi di fondo (che condivido in pieno). Alcuni accostamenti mi pare pecchino di bias di conferma e risultino fin troppo contestabili. Non basta far seguire alle citazioni di Meloni quelle di Mussolini. Merita comunque per tutti quei momenti in cui fa affiorare alcuni collegamenti meno scontati e, come detto, l'obiettivo è nobile e ahimè importante. Jesi rimane il punto di riferimento imprescindibile per questa tematica.
[Premetto innanzitutto che la Meloni certo non mi sta simpatica, in quanto sono progressista, liberale e antifascista] Sono estremamente combattuto sulla valutazione da dare a questo libro. ----- In primis, è innegabile che questo saggio sia molto ben documentato, con centinaia di citazioni soprattutto di Mussolini, Meloni e i suoi fidati. Mi è piaciuto molto come, nei primi capitoli, Montanari ponga una certa enfasi sul far notare al lettore come il giornalismo italiano tenda a non contraddire mai l'intervistato, lasciandolo dire informazioni anche platealmente false o contraddittorie: basterebbe davvero poco per fare un giornalismo migliore, eppure pochi hanno il coraggio di farlo (soprattutto con Giorgia Meloni stessa, mi sento di aggiungere, in quanto una parola sbagliata potrebbe far sì che cancelli una persona/canale/giornale dalla già risicata lista di enti a cui concede interviste). Ho apprezzato anche l’attenzione data a mostrare come la destra italiana abbia due facce ben distinte da mostrare a persone altrettanto distinte: è reazionaria coi reazionari e moderata coi moderati, ma anche femminista/conservatrice, sionista/antisemita, razzista/non-razzista, sovranista/europeista ecc… Infine ho trovato molto utile anche la spiegazione sui vari simboli “segreti” della destra, come i riferimenti al Signore Degli Anelli, alla Lambda e a Sparta, ecc… Peccato invece che parli solamente di Fratelli di Italia, nonostante il titolo si riferisca alla “destra italiana” in toto. ----- Ora la parte difficile: l'autore ha evidentemente molti risentimenti contro Meloni, e io credo - e questo è il problema maggiore - che ciò infici moltissimo la qualità e l'imparzialità del suo trattato.
Sono innumerevoli i casi in cui Montanari accosta parole di Meloni e di Mussolini dicendo, sostanzialmente, "ecco, vedete? dicono le stesse cose! allora Meloni = Mussolini"; eppure manca un pezzo di discorso enorme, anzi mastodontico: Mussolini le cose le faceva, Meloni no. Interi capitoli sono dedicati a spiegare che Meloni è razzista e crede nella teoria della sostituzione etnica (chi se lo sarebbe mai aspettato da lei, eh?), come anche faceva Mussolini, ma non una parola viene spesa per parlare di come i due abbiano tradotto in fatti le proprie idee. Mussolini ha promulgato le Leggi Razziali e si è alleato con Hitler, Meloni cosa ha fatto? Ha costruito dei centri in Albania (costosissimi e inutili, ma questo prescinde l’argomentazione) e li ha usati per rimpatriare meno di 100 migranti? Il confronto non regge sotto nessun punto di vista. Questo stesso schema di vede ovunque nel libro. Io sono grato a Montanari per avere inserito un sacco di citazioni, che gli hanno causato indubbiamente di spendere mesi interi a leggere ogni dichiarazione di Meloni&Co., ma mi chiedo se lui abbia mai alzato la testa per vedere cosa stesse succedendo nella realtà, la quale è ben diversa dalle dichiarazioni della Presidente del Consiglio, per fortuna.
Ecco un altro esempio di forzatura, da pagine 135-136: Meloni dice, riassumendo, che “l’uguaglianza va garantita nel punto di partenza e il merito nel punto di arrivo”, al che Montanari risponde con “Sono parole chiare: chi rinuncia ai propri diritti, chi si sacrifica di più, andrà più avanti. E’ la legge del più forte: un terrificante darwinismo sociale […]” per poi citare la frase di Mussolini “La natura è il regno della disuguaglianza: si può nella società partire da un minimo denominatore comune, ma la natura, la forza delle cose, la virtù stessa dei popoli [proposizione chiaramente razzista, ma che non è in alcun modo riconducibile alla frase di Meloni citata dall’autore], inducono a diseguaglianze necessarie”. Cioè, secondo l’autore, la meritocrazia è fascista? Ma mi faccia il favore.
Un ultimo esempio di come Montanari si fa prendere troppo la mano dall’odio: come scritto, Meloni è profondamente ipocrita e doppiogiochista, fascista e moderata a giorni alterni ma sostanzialmente immobile nei fatti. L’autore dà per scontato che lei sia genuinamente fascista e reazionaria, mentre quando si comporta altrimenti lo fa per fini elettorali. Non viene nemmeno preso in considerazione che potrebbe in realtà essere più moderata di quanto non si pensi, ma che ammicchi al fascismo per aumentare il proprio bacino elettorale a destra; non sto dicendo che questo sia necessariamente il caso, ma è un peccato che questa possibilità non venga mai citata o esplorata.
Non sto dicendo che tutto ciò renda Meloni meno fascista, ma questo stesso stile argomentativo, condito da una buona dose di cherrypicking, decontestualizzazioni e forzature (certo non estranee a questo saggio) può essere utilizzato per “dimostrare” che anche il più moderato politico del PD è un anarco-comunista dinamitardo. E allora mi chiedo, che valore ha l’intero libro? Comprendo che l’obiettivo del saggio sia di occuparsi “non degli atti e delle politiche del governo Meloni, bensì dell'ideologia (appunto "illiberale, autoritaria e antidemocratica") che li sostiene, e delle sue origini." (pagine 165-166), ma ritengo disonesto separare completamente idee e fatti: il più sfigato dei neonazisti è forse paragonabile a Hitler in quanto ne condivide le idee? Per me no. ----- Insomma, mi sembra un libro banale e di poco valore, in quanto il modus operandi dell’autore è pessimo.
E’ uno di quei libri che vanno letti per comprendere meglio quello che viviamo ogni giorno e per renderci conto del significato di parole quali libertà, democrazia, rispetto, tolleranza, solidarietà, diritto etc che diamo per scontate senza capirne il vero significato. Ma non credo che sia un libro da leggere solo per fede partigiana. Al di là del fatto di essere (come me) allineato o meno con le tesi dell’autore, il libro fa riflettere su un tema che, per gente della mia generazione (post boomer) lontana dal periodo cupo della guerra ma cresciuta spesso in famiglie dai valori “tradizionali” e’, a mio parere, fondamentale. Come si riesce a non essere di “destra” in un contesto “moderno” dove i valori “tradizionali” sono portati avanti da questi nani politicanti di destra? Riflettere e studiare su quella che è la cultura dell’antifascismo e della vera democrazia e’ un esercizio che forse abbiamo dimenticato di fare con costanza e ardore e che dovrebbe essere alla base di un civismo che oggi sembra destinato a soccombere. Il ruolo di intellettuali come Montanari e della Scuola è fondamentale ma non può e non deve prescindere da un impegno convinto e costante delle istituzioni repubblicane!
"La continuità del male - Perché la destra italiana è ancora fascista" è un saggio del 2026 di Tomaso Montanari. In una serie di capitoli tematici, Montanari ci illustra i parallelismi tra il regime fascista del Ventennio e l'attuale governo: senza l'aiuto delle note, le citazioni di questi personaggetti sono paurosamente intercambiabili. Perché sì, non siamo poi tanto lontani dalle ideologie del regime, "È avvenuto, quindi può accadere di nuovo" come scrisse Primo Levi. Ormai fin troppi governi al potere sono pericolosamente vicini e poco velatamente ammiratori dell'estrema destra fascista. Vorrei fare una recensione più esaustiva ma mi limito a consigliare fortemente questo libro, esaustivo e di facile comprensione, che in sé ha tutte le informazioni necessarie a comprendere la situazione attuale. Leggere alcuni passaggi di questo libro è stato a dir poco nauseante. Come si fa a idolatrare il fascismo? Come si fa ad essere arrivati al punto in cui l'antifascismo è diventato per qualcuno sinonimo di terrorismo? È ora di abbandonare l'ignoranza e l'inciviltà prima che sia troppo tardi: la storia è sotto i nostri occhi, basta solamente aprirli.
si puó essere d'accordo o meno con la tesi di Montanari (che credo si svegli la notte sudato indicando il vuoto e ansimando "..i fascisti.. !"); ma la maggior parte delle parole di questo libro non sono di Montanari, e sono parole che parlano da sole, qualunque cosa terribile stiano cercando di dire. un'opera del genere, necessaria, fatta di fonti, poteva venire solo da uno storico: ed é cosí che nel nostro presente di informazioni di seconda mano si combatte chi cerca di convincerti ad ignorare la memoria.
"Immagino che chi ha letto fino a questo punto stia provando, oltre a una allarmata inquietudine, un certo senso di nausea"
Testi della destra italiana messi a confronto con testi del fascismo, per dimostrare che le voci sono cambiate ma il rumore di fondo è lo stesso.
Un testo, il cui ritmo talvolta cede al dettaglio della citazione, che si pone come obiettivo l'aumento "delle persone, anche collocate nei posti-chiave della Repubblica, che non potranno più dire in coscienza, di non sapere".
Note precise, peccato l'assenza di una breve bibliografia.
Illuminante. Necessario. Commovente nella sua parte conclusiva. Mi viene naturale descrivere questo libro con questi tre aggettivi. Penso sia fondamentale capire l'origine e la pericolosità dell'odio che ogni giorno ci viene sputato addosso dall'attuale classe dirigente. Un odio che si nutre di ignoranza e paura. È quindi nostro dovere resistere.
Montanari porta le ricevute. La storia ci mette davanti a cose che pensavamo appartenute al secolo scorso, e invece no: adesso tocca a noi. Non molliamo, iniziando dal sottolineare, dal prestare e dal parlare di questo libro. Viva la repubblica antifascista!
Ho letto con sgomento questo libro, scoprendo come le radici del male riescono a sopravvivere in attesa di nuova linfa vitale. E quell'attesa oggi sembra finita...