Il protagonista di questa storia ha una missione: tornare agli anni Novanta, prima che il mondo cambiasse, prima che le cose diventassero irreversibili. Dopo essere sceso negli abissi della rete come moderatore di contenuti, riemerge con l’intento di salvare la sua generazione e ricostruire il mondo. Un romanzo nella visione e nello stile inconfondibili di una delle scrittrici più amate dei nostri anni che non racconta solo una generazione, ma lo spirito del tempo, quello che ci inchioda alla fine delle speranze, e che pure ci illude, ancora, di poter modificare la realtà.
Eleonora C. Caruso è nata nel 1986 e si è annoiata finché non è andato in onda Sailor Moon. Nel 2001 ha cominciato a scrivere in rete fanfiction sui suoi anime preferiti, conquistando in breve tempo migliaia di lettori. Ha fatto l’operaia, la commessa, l’impiegata, la centralinista di call centre. Vive a Milano con il suo compagno e la sua collezione di manga.
Vivere per sempre negli anni '90: l'incubo camuffato da sogno
"Non sarai mai libero. Ogni nuovo ciclo è un conto alla rovescia per un altro conto alla rovescia, che innescherà un nuovo conto alla rovescia."
"Può essere mai che il Signore abbia messo in terra un'intera generazione apposta per farla morire nell'ininfluenza, come se non fosse mai esistita?"
Ammetto che stazionavo su Youtube per recuperare videorecensioni su Backrooms di Kane Parsons: Eleonora Caruso non sapevo manco chi fosse. E dire che leggo di una sua recente rivalutazione su TikTok, ma io non ho né Tik né Tok.
Backroom non è propriamente un romanzo quanto una riflessione autoptica di una generazione, quella dei Millennial, che si è trovata sul ponte tra due secoli, l'anello di congiunzione tra il pre-internet e il post-internet; non è sbagliato definire tale generazione sia retroguardia che pioniera di un mondo che avrebbe cambiato il suo volto per sempre. E all'avvicendarsi di questa complessità - internet, le vite virtuali, l'insistente stimolazione dopaminica, l'esposizione eterna ai contenuti, il paragone con le vite altrui, il rimanere indietro, la rarefazione dei rapporti personali, la crudeltà umana senza filtri su schermo, la comunicazione manipolativa, l'ubiquitarietà delle corporazioni - il nostro protagonista risponde con la fondazione di una comunità dall'obiettivo netto: cristallizzare il paradiso infantile degli anni '90.
Opera cupa e per certi versi asfissiante nel suo irreparabile processo di destrutturazione, capace di guadagnare complessità alla distanza; fino a raggiungere, nell'ultima parte, degli inaspettati picchi di inquietudine (il baglio siciliano è alla stregua di un Paese dei Balocchi abitato da Bambini Sperduti di Peter Pan, anche se i membri della comunità si chiamano Ritrovati). Sono più le domande a sovrastare le risposte, e solitamente questo è indice di un buon lavoro: recupererò altro della Caruso, indubbiamente.
Come continui link iper testuali, la penna sperimentale e fervida e allucinata della Caruso ci trasporta e sballotta nella mente del suo protagonista, tra incomprensioni con la civiltà, il sentirsi alieno nella propria pelle e in quella degli altri, nell’amare come un Dio e senza il freno del Mondo tutto. Tra coscienza universale, cavi Ethernet e lag di caricamento, tra violenza e dolcezza, tra Leo e Cloro, tra le barriere della propria coscienza e quelle imposte dalla società. Tra finzione e realtà, tra video raccapriccianti e altri che ci salvano, tra vita e morte, tutto lo scibile dell’uomo è qui, grazie a Eleonora. Qui per noi, per capirci e aprire gli occhi, per vomitare tutta la bile che stiamo accumulando a causa di generazioni che ci hanno fottuto assieme a una società che ci spaventa di giorno in giorno sempre più. E alla fine, forse, ci si sente davvero liberi e capiti. Grazie Ele. Perché ne avevamo davvero bisogno.
============================================== [!] REPORT DI SISTEMA: DEPRESSIONE POST-LETTURA ============================================== LIBRO: "Backrooms" STATO: Sotto un treno (Critical Error) ----------------------------------------------- ATTENZIONE: L'utente e' caduto fuori dai confini della realta'. Per favore, non disturbare mentre elabora il trauma narrativo. -----------------------------------------------
Non sarai mai libero. Ogni nuovo ciclo è un conto alla rovescia per un altro conto alla rovescia, che innescherà un nuovo conto alla rovescia.
Dopo aver amato Amygdalatropolis, dovevo leggere Backroom di Eleonora Caruso. Per buona parte del tempo, ho avuto la sensazione molto netta che il libro sapesse già tutto. Non in modo "generazionale" nel senso più superficiale del termine, ma nel fatto che riesce a rappresentare un pensiero dolorosamente frammentato e saturo, incapace di stare fermo abbastanza a lungo da capirsi davvero. Questa almeno è la sensazione che io ho sempre provato pensando agli argomenti di cui il libro parla. E la mia risposta spesso è quella di consumare contenuti fino a stordirmi pur di non restare sola con i miei pensieri. Per questo ho trovato forte e sensata la scelta della seconda persona, una scelta coraggiosa che in questo frangente ha vinto. Caruso racconta una generazione cresciuta dentro la promessa di internet come spazio di libertà, di fluidità, finita invece dentro piattaforme che trasformano tutto in prestazione e paranoia. Una promessa che si è trasformata in inamovibilità. Mi ha conquistato dalla prima pagina, ed è un libro che consiglio, anche se ci sono scene forti che danno un pugno allo stomaco, ma sono violenze che accettiamo per poter continuare a usufruire tranquillamente delle playlist di gattini…
ma qui abbiamo tutti trent'anni, perché è un'età che non vuol dire più niente, se non che si è vissuti finora.
Sono al mio quinto libro di Eleonora C Caruso e questa autrice continua a sorprendermi!
Backroom è il più recente capitolo di quello che ormai è comunemente conosciuto come il Carusoverse, una serie di libri della scrittrice che sono sia ottimi stand alone sia isole appartenenti a un unico arcipelago e collegate da personaggi ricorrenti.
Protagonista di Backroom è Zan, uno dei personaggi secondari di Doveva essere il nostro momento. Seguiremo la sua storia attraverso le decadi della sua vita. Una storia complicata che si incrocia con la storia che conosciamo dagli anni 90 a questa parte.
Caruso riesce sempre a sorprendermi per due aspetti: la vita che sgorga fuori dai suoi personaggi (é una delle caratteriste più brave che abbiamo in Italia ad oggi, e per il suo sguardo super lucido sui fenomeni che viviamo nel presente, come Internet e i social. Questo talento è veramente raro perché di solito abbiamo bisogno di diversi anni per trasformare in racconto ciò che ci succede in modo strutturato e solido. Caruso invece è come una interprete simultanea del presente, lo ascolta e pochi secondi dopo ce lo traduce in modo puntualissimo, donandoci una consapevolezza sull’oggi che chissà quando senza di lei avremmo conquistato.
Inoltre trovo la sua scrittura sempre più bella, consapevole e matura. Coerente a se stessa ma in una versione più elevata della precedente.
Ho amato anche questa storia che fa un affondo su un personaggio che nella storia prima avevo molto sottovalutato. Svela un mondo, come quello della moderazione dei contenuti online, che neanche immaginavo e mi ha colpito tantissimo.
Amo sempre di più questo arcipelago che, libro dopo libro, si fa sempre più ricco.
Un capolavoro, una perla rara. Davvero edificazione del mito, temi forti e ben trattati, trama interessante, una storia che ti incolla alle pagine. È un microcosmo in espansione continua, va letto e riletto, riesce a svegliare il torpore che deriva dall’uso improprio del telefono. Recupererò altri romanzi dell’autrice.
Backroom di Eleonora C. Caruso è un romanzo che si muove costantemente sul confine tra realtà, percezione e mondo digitale, costruendo un’esperienza di lettura più che una semplice storia lineare. Al centro c’è la parabola di un ragazzo cresciuto tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, profondamente disallineato rispetto al mondo che lo circonda: mentre la società evolve verso internet, i social network e la cultura dell’iperconnessione, lui trova nella tecnologia il suo unico punto di contatto con la realtà, fino a identificarsi sempre di più con essa.
Crescendo, questo legame si intensifica e si trasforma in qualcosa di totalizzante. Il protagonista finisce per lavorare all’interno del sistema stesso che alimenta la rete, occupandosi di moderazione dei contenuti più estremi e disturbanti del web. È qui che il romanzo cambia tono e si fa ancora più cupo: l’esposizione continua al lato più brutale e invisibile di internet lo porta a sviluppare una visione distorta del mondo, in cui ciò che accade online non è più separabile dalla realtà. Da questa deriva nasce l’idea, quasi ossessiva, di sottrarsi al presente e costruire uno spazio alternativo, isolato e sospeso nel tempo, con l’obiettivo di riportare la propria generazione agli anni ’90, percepiti come un’epoca più coerente, ordinata e comprensibile.
Questa è la base narrativa, ma ciò che rende Backroom davvero interessante è il modo in cui Caruso la racconta. Il libro non procede in modo completamente lineare e spesso lascia volutamente zone d’ombra, in cui non è chiaro se ciò che stiamo leggendo appartenga alla realtà, alla rete o alla mente del protagonista. Questa ambiguità non è un limite, ma una scelta precisa: il lettore è costretto a condividere lo stesso disorientamento del personaggio, immerso in un flusso continuo di chat, frammenti digitali, pensieri ossessivi e percezioni alterate.
Sotto la superficie narrativa, il romanzo è soprattutto una riflessione molto lucida sul funzionamento del mondo digitale contemporaneo. Non si limita a evocare il dark web o i contenuti estremi come elementi shock, ma sposta il focus sugli algoritmi e sulle piattaforme che regolano la nostra esperienza online. Backroom suggerisce che internet non sia più uno strumento neutro, ma un ecosistema che seleziona, amplifica e trasforma tutto ciò che attraversa: emozioni, immagini, notizie e persino il dolore. Il risultato è un flusso continuo di contenuti che alimenta rabbia, paura e dipendenza, rendendo sempre più labile il confine tra osservatore e contenuto.
Un altro tema centrale è la nostalgia degli anni ’90, non trattata in modo idealizzato ma come desiderio di un mondo percepito come più stabile e leggibile. Il protagonista vede in quel periodo una sorta di “equilibrio perduto”, e la sua ossessione per il passato diventa il motore della sua deriva. In questo senso, il romanzo parla anche di una generazione che fatica a trovare un posto nel presente e che si rifugia nell’idea di un tempo precedente come unica possibilità di salvezza.
Lo stile di Caruso è immersivo, frammentato e fortemente visivo: alterna momenti di introspezione a sequenze che ricordano la cultura digitale più caotica, quasi come se il testo stesso fosse un feed in continuo aggiornamento. Questa scelta rafforza la sensazione di instabilità che attraversa tutto il romanzo e rende la lettura a tratti disturbante, ma estremamente coerente con il suo contenuto.
Backroom è quindi un romanzo che parla di internet, ma soprattutto di identità, solitudine e percezione. È una storia che interroga il nostro rapporto con la tecnologia e con la realtà stessa, mostrando quanto sia facile perdersi quando il mondo esterno e quello digitale smettono di essere distinguibili. E proprio in questa confusione controllata sta la sua forza più grande.
Zan ha ragione sul mondo, sul suo collasso e sui suoi danni irreparabili, ma non è una bella persona.
Non è una bella persona, ma è davvero un bel personaggio.
Caruso sa come uscire dalla dicotomia “buoni vs cattivi” e ciò emerge soprattutto con questo libro in cui racconta di un bambino con evidenti problemi psichiatrici che nessuno ha saputo amare, che ha rielaborato la sofferenza provata non per superarla ma per autoconvincersi di essere un dio, un salvatore, qualcosa di più di un anima sfortunata.
L’arbitrarietà lo irrita, salvo quando è lui a fare le regole, nella comune che ha creato in cui si vive ancora come negli anni Novanta, e allora ha bisogno di obbedienza, coerenza, senza mai interrogarsi sulla propria - eventuale - ipocrisia.
Un racconto dolce amaro, che consiglio di leggere sapendone il meno possibile.
Dirò che ha il sapore dei lecca lecca che frizzano, quelli impacchettati singolarmente nella bustina - quelli da immergere nella polverina bianca: ora sai che è chimica pura, che non poteva far bene quella roba lì, e sai anche che la ricordi così buona perché eri un bambino e di certe cose non ne sapevi niente - non potevi saperne niente, e andava bene così, anche se tutta l'umanità ti diceva che ormai si era capito tutto, e non avresti dovuto più preoccuparti perché eri stato così fortunato da vivere nel migliore dei mondi possibile.
Backroom è un viaggio nella storia di un protagonista senza nome, complesso e introverso, che ha vissuto gli "anni migliori" lungo l'asse storto dei Ninties. La sua crescita va di pari passo a quella di Internet, altro grande protagonista del romanzo, con cui condivide una natura labirintica e dai collegamenti apparentemente infiniti. La scrittura di Eleonora Caruso ha uno stile ricco, radicato nella cultura pop ma senza diventare mai stucchevole o citazionista. Da nerd convinto ho amato questo approccio così come la decostruzione costante del mito dei Novanta, adoperata attraverso una lente informatica che permea tutto il libro. PS: ho scoperto in corsa che si tratta di un prequel di Doveva essere il nostro momento edito da Mondadori, nonostante questo si tratta di una lettura a sé stante e godibilissima anche in solitaria. Detto ciò, recupererò sicuramente anche l'altro titolo.
L’angoscia regalatami da questo libro è direttamente proporzionale alla consapevolezza che il mondo di Zan - quello dei moderatori che passano le loro giornate guardando alle peggiori espressioni dell’essere umano - rispecchia molto la realtà dei fatti. Poi ti viene voglia davvero di andare a vivere in una comune senza Wi-Fi ma anche quella purtroppo nn è una soluzione funzionale, nel libro come nella realtà. Da leggere Solo se volete passare la notte con gli incubi.
Backroom di Eleonora C. Caruso è stato letto soprattutto come analisi psico-sociologica dei tempi internettiani che corrono. “Signora mia, dove andremo a finire.” Io invece l’ho vissuto come racconto cosmico. Definirei senz’altro Backroom come “libro di culto”. Innanzitutto, nel senso banale che, sono convinto, col tempo diventerà un romanzo di culto. Può apparire a prima vista enigmatico, cyberpunk, oscuro. Ma i sentimenti hanno un peso, eccome. È una narrazione guidata dai personaggi, come sempre in questa autrice. Stavolta personaggi e sentimenti diventano, appunto, “culto”. Backroom racconta la nascita del culto di Zan, il Creatore di un Archivio alternativo (nel senso sia informatico che foucaultiano), ovvero di una memoria che vuole bypassare tutto ciò che è avvenuto dopo gli anni 90. Nostalgia per i tempi passati? Forse qualcosa di più. Possiamo intendere il ritorno agli anni 90 come l’esito di un percorso iniziatico.
Da dove vengono le pagine in linguaggio informatico che intervallano il racconto? Probabilmente sono un flusso di coscienza in “linguaggio macchina” (anche se tecnicamente il linguaggio macchina è un’altra cosa). Il forum di pervertiti che parla di Cloro è composto da diverse voci interiori dell’uomo che diventerà Zan. Segno di follia? Non è detto. Perché il linguaggio dei computer non dovrebbe narrare efficacemente i problemi di connessione di un uomo con sé stesso, con la realtà, con gli altri? Non è proprio la connessione l’essenza del linguaggio dei sistemi di rete? Come di qualsiasi altro linguaggio?
Backroom è esso stesso in connessione con le altre opere del Carusoverse. È un universo coerente, “bucato” (come il calore “bucava” la celluloide dei vecchi film) da due figure fuori scala: Christian e Zan. Li definirei eroi psico-cosmici. Anzi, psyco-cosmici. Si fronteggiano in modo complementare. In chiave filosofica, Christian è il principio dell’ápeiron, dell’infinito eccedente. Zan invece è il Logos (che, ricordiamolo, secondo Giovanni Evangelista si fece carne e si sacrificò per noi, per poi resuscitare).
Provo a delineare una direttrice sulla linea del “vedere” e dell’”essere visti” nel Carusoverse. Cloro, Shun ==> l’esteriorità come terribile “essere visti” (Shun vomita sangue per una disperata ricerca di interiorità?) Julian ==> il tentativo di sparire, di diventare invisibile Leo ==> l’eccesso di consapevolezza: assiste da spettatore impotente alla propria epoca L’uomo che diventerà Zan / Zan stesso ==> prima possessore di una visione consapevole e spietata degli altri (tesi – in sé). Poi portatore di una visione che accetta l’orrore come forma di sacrificio e annientamento (antitesi - per sé). Poi finalmente capace di una visione amorevole e “spirituale” (?) dei suoi “figli” (sintesi - in sé e per sé). La sua missione (il per sé), che credeva comportasse il sacrificio dell’in sé, trova la sintesi (l’in sé e per sé) quando entra in connessione con i suoi seguaci (fra cui Cloro e naturalmente Leo).
L’utilizzo della dialettica hegeliana potrebbe apparire eccessivo. In realtà è motivato dal testo. L’uomo che diventerà Zan da ragazzo a scuola amava la filosofia, e aveva fantasie omicide nei confronti degli studenti che non comprendevano Hegel. Quando verso la fine del suo periodo “antitetico” aiuta una collega in crisi leggiamo: “qualcosa in lui si smuove per un doppio riconoscimento: di sé in lei, e di sé per Sé”. È l’inizio della redenzione, che è come dire l’inizio della sintesi (anche la parola “sintesi” sembra provenire dal mondo tecnologico moderno, e non da un filosofo che scriveva nell’800). Questo procedimento dialettico è sottolineato nel romanzo da un variare della forma e del tempo della narrazione.
PRIMA DECADE Narrazione alla terza persona: la personalità dell’uomo che sarebbe diventato Zan non si è ancora formata. Solo verso la fine passiamo alla seconda persona, in corrispondenza della scoperta dell’”estasi del sacrificio di Gesù”. È il principio di un’individuazione. Tempo presente. È il tempo eterno del discorso filosofico. Anche Hegel nella Fenomenologia dello Spirito usa il presente. Eppure, nel momento in cui scrive ponendosi dal punto di vista dello Spirito, tutto è già accaduto.
SECONDA DECADE Seconda persona, tempo presente. Glitch a pagina 33: la prima riga è alla prima persona. Capiamo che la seconda persona rappresenta la narrazione che l’uomo che diventerà Zan fa di sé stesso. Il sistema entra in crisi, si prepara al crash. Glitch alla prima persona più esteso a pagina 72. Poi ultimo definitivo, struggente glitch a pagina 75.
TERZA DECADE Terza persona, tempo passato. La decade più alienante si apre con il linguaggio del romanzo borghese tradizionale: scelta perfetta nel momento in cui l’uomo che diventerà Zan lascia che il mondo definisca la sua identità. Rimane solo il sacrificio, per lui che è l’agnello che modera gli orrori del mondo assumendoli su di sé attraverso la visione. Diventato moderatore per una piattaforma di video on line, il futuro Zan incontra l’Orrore più estremo, che accetta di visionare come sacrificio (di sé e della vista stessa). L’uomo risorge (come Zan) solo quando rivolge la sua vista interiore agli altri esseri umani, che a questo punto possono solo diventare adepti di un culto: quello di Zan stesso.
QUARTA DECADE Seconda persona, tempo presente. Zan ha ritrovato sé stesso e la capacità di guardare agli altri, al di là degli schermi dell’orrore.
Eppure il linguaggio di Hegel non è fatto per raccontare l’evoluzione di una persona, ma per descrivere le fondamenta del cosmo. E non dimentichiamo un fatto banale: nel suo culto, Zan è Dio. E Zan pensa al mondo in termini informatici. Se la dialettica è connessione fra cose e idee, può il linguaggio dell’informatica descrivere adeguatamente la struttura dialettica fondamentale della realtà? Copio qua e là da Backroom: “PUNTO DI ACCESSO ALLA RETE […] CONOSCE L’INDIRIZZO IP DI ORIGINE, MA NON LA DESTINAZIONE FINALE DEL TRAFFICO” (tesi?) “NODO INTERPOSTO […] LA SUA FUNZIONE È AUMENTARE LA SEPARAZIONE LOGICA FRA LE PARTI COINVOLTE NELLA COMUNICAZIONE” (antitesi?) “IL CANALE RISULTA ATTIVO, CIFRATO E BIDIREZIONALE. LA TRASMISSIONE PUÒ AVVENIRE IN MODO CONTINUO E STABILE” (sintesi?) C’è una particolare ragione per cui il Logos che governa l’Universo dovrebbe essere espresso con il linguaggio umano, e non con il linguaggio delle macchine? E se la tecnologia avesse in sé un’origine ancestrale, che non ha niente a che vedere con l’attualità dell’ultim’ora? Se è così, Zan non è un pazzo, ma un genio. Vede la realtà in termini informatici solo perché la realtà, a un livello profondo, è informatica. E questa è la chiave che ne permette la riscrittura. Le sue parole: “Parlare di una sola realtà è anacronistico. La realtà non è quello che vediamo, è quello su cui ci accordiamo. Se cambi l’accordo, cambia la realtà. Questo posto [il Baglio] è un accordo, nient’altro. Ma non è fare finta. È creare un sistema da capo, partendo da un archivio comune”. L’informazione si organizza, si sedimenta in una realtà e in una memoria, ma è sempre riscrivibile. “Forse quella che noi definiamo “realtà” non è altro che una forma fisica dei dati che riceviamo da Internet; forse è sempre stato così, Internet è sempre esistito, e pazientemente ha aspettato che ci evolvessimo abbastanza da potersi rivolgere a noi”
Apro Google e scrivo: “In principio era il bit. E il bit si fece carne.” Maddai?, risponde Google. Un po’ quello che aveva detto un certo John Wheeler con la sua teoria “it from bit”. Avete in mente il gatto di Schrödinger? È chiuso in una scatola, e morirà se verrà stabilito che una certa particella è stata emessa da un atomo radioattivo. Il problema è che la particella, finché non viene osservata da qualcuno, è un’onda di probabilità. Non esiste realmente nel nostro universo. Solo quando viene misurata diventa una cosa materiale. Quindi finché non viene guardato da qualcuno, il povero gatto è sia vivo che morto. Non esiste neppure veramente. (E se il gatto fosse un influencer? I suoi follower basterebbero a tenerlo in vita?)
Dunque, dice Wheeler, la realtà è letteralmente fatta di risposte a domande come: il gatto è vivo o morto? Onda o particella? Sì o no? 1 o 0? Cioè informazioni connesse fra loro (perché il gatto sarà vivo per tutti gli spettatori collegati). Il bit precede la realtà. L’universo è fatto di 6*10^80 risposte alla domanda: sì o no? Ogni volta, un’onda decade a stato di particella, oppure no. L’informazione viene prima della materia. Come può esserci soluzione di continuità fra l’informazione che ha prodotto la vita e l’informazione che anima le macchine? Fra il nostro linguaggio umano e l’html? Nel momento in cui si è generato, l’Universo ha creato il dentro e il fuori, il vedere e l’essere visti, come connessione costitutiva. La realtà è coerente perché sono messe in rete le stesse risposte. 6*10^80 di like o dislike condivisi.
Qualcuno ha coniato il termine Bit Bang per descrivere l’origine dell’universo. Forse Dio ha fatto clic sul file BIG_BANG.zip, e una enorme massa di informazioni si è decompressa. Ma allora, cosa è andato storto? Come si è generato l’orrore?
“Stiamo male non perché ci manca qualcosa, ma perché abbiamo qualcosa di troppo” dice Zan. Forse c’è stato un sovraccarico di informazioni, proprio come quando si decomprime una zip bomb. Troppi sì e no da processare. È rimasto un residuo ingestibile. Quello che doveva essere un sistema ordinato di energia, è decaduto a mondo materiale. E questo è male.
Zan si è da poco traferito al Baglio e rilascia un’intervista al suo discepolo Simone (come Simon Pietro). Si china sul dittafono e pronuncia la battuta: “Diane, sono le undici e trenta del 24 febbraio, sono quasi arrivato a Twin Peaks”. Zan annuncia la nascita del Baglio ricordando l’arrivo dell’agente Cooper a Twin Peaks, un momento che è stato visto come l’inizio di un viaggio iniziatico. Trama: atroci delitti scuotono la ridente cittadina di Twin Peaks. L’agente dell’FBI Dale Cooper nel corso delle indagini scopre che tali eventi sono determinati da misteriose entità soprannaturali, provenienti da una dimensione nota come la “Loggia”. Le entità della Loggia hanno un forte rapporto con l’elettricità: in Twin Peaks ricorrono frequentemente immagini di cavi e pali elettrici, luci che sfarfallano, ronzii inquietanti. Sono dettagli che segnalano l’arrivo del male nella nostra dimensione. Tutto ciò ha suggerito un’interpretazione metanarrativa di Twin Peaks: le entità malvagie sono “elettriche” perché sono i fantasmi della televisione, venuti a tormentare le nostre vite “reali”. Un’interpretazione tutto sommato rassicurante, basata su una “sana” distinzione fra reale e virtuale. Un’altra interpretazione meno rassicurante, ma forse più intrigante, è che Twin Peaks sia un racconto gnostico.
La gnosi è una corrente religiosa e filosofica fiorita soprattutto nei primi secoli dell’era cristiana. Gli gnostici scrivevano libri (piuttosto enigmatici invero) come il Pistis Sophia, in cui Gesù risorto insegna per anni ai discepoli arzigogolate cosmologie neoplatoniche. Per gli gnostici il mondo materiale è una prigione creata da divinità maldestre per recludere le nostre anime. In particolare bisogna guardarsi dagli Arconti, entità cosmiche malvagie che vogliono mantenere le anime immerse in una realtà illusoria, fatta di ignoranza. In alcuni passi sembrano nutrirsi della luce spirituale dei loro prigionieri, per aumentare il proprio potere. Per fortuna il vero Dio ha mandato Gesù come maestro di elevazione spirituale e di ribellione. Information wants to be free.
(Intermezzo musicale: “the world is a vampire / sent to drain / secret destroyers / hold you up to the flames… / despite all my rage, I am still just a rat in a cage…”)
Nel film Fuoco cammina con me, prequel di Twin Peaks, viene chiarito che le entità incontrate dall’agente Cooper nelle sue indagini si nutrono del dolore delle vittime e degli esecutori dei delitti che loro stesse ispirano. David Bowie ha un cameo in Fuoco cammina con me. Interpreta la parte di un agente dell’FBI, collega di Dale Cooper, che ha scoperto il luogo dove le entità malvagie consumano la Garmonbozia, il “distillato” della sofferenza degli esseri umani. “David Bowie diceva che Internet è una creatura aliena”, ricorda l’uomo che diventerà Zan a pagina 145 di Backroom. Ricordate il rapporto speciale delle entità della Loggia con l‘elettricità? Cos’è l’elettricità, se non una forma di energia che veicola informazione?
Forse allora abbiamo trovato il candidato ideale per il ruolo di Arconte malvagio del XXI secolo. Internet crea realtà fittizie, valorizza l’odio, monetizza la bruttura. Lo scopre anche Zan, quando comprende che lo scopo del proprio lavoro non è purificare Internet, ma di permettere alla piattaforma di individuare da quale livello di orrore in su è possibile guadagnare.
Che fare? Io dalla lettura di Backroom mi porto a casa che: - vi è la possibilità che l’ordinamento stesso del cosmo abbia una natura digitale (ma non nel senso che viviamo in una simulazione: è il nostro caro vecchio mondo, ma potrebbe avere da sempre al centro un processore digitale che non sospettavamo). - se è così, non hanno senso i temi complementari del “ritorno alla realtà” o della “fuga dalla realtà”. Lo comprende Zan, che al Baglio vuole costruire un archivio alternativo, non rifugiarsi nella fantasia. Quando vacilla il substrato ontologico che definisce cos’è la realtà, non ha forse ragione Zan a lottare archivio per archivio? L’informazione non è “reale” o “virtuale”, è solo informazione. - Internet come potenzialità cosmica è sempre esistita. È altresì possibile che al momento del suo sviluppo attuale agisca come un vampiro spirituale, traendo profitto dalle emozioni peggiori degli esseri umani, e anzi incitandole per aumentare i guadagni. - IL BAGLIO DIFFUSO: sta a tutti noi creare ogni giorno archivi alternativi da contrapporre a quelli imperanti. Loro hanno l’odio e le fake news, noi puntiamo sul dialogo e il rispetto per la memoria storica. Talora sarà possibile mettere in atto forme di “ritiro”, di rifiuto di alcuni processi che non ci vedono d’accordo. Ma alla fine, saranno sempre i nostri 0 e 1 contro i loro 0 e 1. In questo Gioco, si abbatte qualsiasi distinzione fra reale e virtuale (tutto è bit), fra Culto Sacro e “cult” pop, fra romanzo psicologico e fantascienza. Se Backroom fosse uscito cinquanta anni fa, sarebbe stato un meraviglioso romanzo di fantascienza. Invece è storia contemporanea. Non facciamoci illusioni: parafrasando Hegel, tutto ciò che è reale è digitale, e tutto ciò che è digitale è reale.
Travolgente e disperatamente contemporaneo, un’opera che riesce a catturare l'essenza ossessiva, superficiale, e spesso tossica del nostro presente digitale. Caruso è capace di scandagliare lucidamente ma non senza compartecipazione il senso più profondo del web, inteso come vera e propria estensione della nostra psiche e gabbia esistenziale. Il romanzo fotografa alla perfezione quel senso di progressivo disfacimento dei legami umani e delle identità, dove il confine tra ciò che mostriamo sullo schermo e il vuoto che ci portiamo dentro si fa sempre più labile ed esasperato. Leggendo queste pagine si avverte un brivido di autentico smarrimento: è il ritratto di una generazione (e di una società intera) che si muove in una terra di nessuno, sospesa tra l'iperconnessione e l'isolamento più radicale. Piaciuto molto - amaro e fa riflettere.
Eleonora C. Caruso ha letto Amygdalatropolis e le è piaciuto. Ha rielaborato il sudiciume contenuto in quel libro e lo ha espanso in una storia lunga una vita, criptata da codici nascosti, compressi, manomessi in un meccanismo di autosabotaggio dalla mente di un protagonista senza nome perso nei propri labirinti liminali.
Alcune cose avrebbero potuto essere messe più a fuoco, ma evidentemente l'autrice voleva così. In fin dei conti non sono sicurissimo di averlo capito appieno, nel dubbio però metto 4 stelle e recupererò altro di lei, di cui non avevo ancora letto niente.
EDIT: scopro adesso che i protagonisti di questo romanzo sono gli stessi di una precedente opera, non sono sicuro che sia un sequel. Nel caso, scemo io a non aver controllato prima, ma come ho detto - il libro mi è piaciuto nonostante non abbia colto tutto tutto.
In certi punti ripassa e ricalca tanti punti di "Doveva essere il nostro momento", il che ci sta essendo una backstory, ma la parte di Dublino soprattutto mi è sembrata aggiungesse poco rispetto a quanto raccontato di là. Per il resto, solo note positive: lo stile è coinvolgente, anche se a tratti molto grafico, e commenta la nostra vita attuale in maniera tagliente. Non concordo con molti dei critici: la Caruso non ci riporta agli anni Novanta, ci mette uno specchio davanti di come sono gli anni Dieci-Venti di questo nuovo millennio, semmai.
3.5 La prima parte mi ha confuso e mi ha fatto pensare che questo non fosse il libro adatto a me. Ma dalla metà circa la questione cambia. Mi sono sentita molto più vicina al personaggio principale e ho compreso meglio tante dinamiche che purtroppo rovinano davvero il nostro mondo, lo hanno peggiorato e lo peggioreranno. Non è una distopia, è una realtà innegabile. Direi una cosa però ad Eleonora C. Caruso: io sarei una ritornata anche se sono nata dopo il 1991. Estendiamolo almeno fino al 1993! :D
Molto carino e anche relatable, mi sono piaciute le atmosfere e i personaggi. L’ho anche trovato semplice da seguire nonostante fosse il mio primo approccio all’autrice e non abbia mai letto niente ambientato nell’universo de Le Ferite Originali.
Ragione per cui non ha preso la sufficienza è dovuta a quelle pagine dettagliate di violenza e abuso su animali, che purtroppo è il mio trigger per eccellenza. Non è un difetto del libro, sia chiaro, perché lo scopo è la denuncia di una società che si sta piegando sempre di più all’intelligenza artificiale e ai social media; una società che si sta annullando e che sta diventando sempre più crudele e indifferente. Quindi capisco la necessità di certe scene e di certi dettagli, ma devo dire che dopo aver letto quelle scene ho perso un po’ l’interesse e non mi sono sentita più così coinvolta come all’inizio. Un peccato, ma una lettura che consiglio comunque perché la ritengo molto valida. Tuttavia rimane una profonda lettera d’amore e odio verso la nostra generazione e il mare di possibilità mancate e risorse bruciate, che riflettono il nostro passato e il presente.
Se siete un po’ deboli di stomaco o sensibili verso certe tematiche, credo che l’impatto sull’esperienza di lettura sia abbastanza forte. Quindi Controllate i trigger warnings e sappiate che non c’è una gioia che sia una, in questo romanzo.
Bellissimo. Sono felice che il viaggio cominciato con Le Ferite Originali mi abbia condotta su questo pianeta senza nome. Non credo lo avrei apprezzato a pieno, senza averne visto il protagonista attraverso gli occhi di Leo e Cloro in Doveva Essere il Nostro Momento. Apprezzato a pieno aka soffrire abbastanza, intendiamoci, perché per apprezzare un libro scritto così non servono di certo prequel. Con Zan l’autrice ha avuto l’occasione di lanciare in un volo libero il suo immenso talento. Mi ha accompagnata per mano dentro una testa tanto labirintica che mi ci sarei persa volentieri, e poi, ogni volta che mi sentivo troppo a mio agio, dietro angoli inaspettati ho trovato specchi. Pagine di una lucidità affilatissima. Per chi ha vissuto lo stesso web di ____ ai tempi, non mancheranno i momenti in cui ci si sente strattonate fin dentro la pagina per guardarsi allo specchio e farsi qualche domanda.
C’è un passaggio in particolare al quale penserò a lungo e per farmelo godere davvero è stato necessario il punto di vista di Leo in Doveva Essere: quando in riva al lago Zan gli si svela per la prima volta senza il delay tra i pensieri e la voce. Per Zan è un momento cardine di vulnerabilità e scoperchiamento inediti, perché con nessuno si era mai mostrato tanto apertamente. Per Leo è il momento in cui si spaventa decide che deve andarsene. Che botta.
Ho proprio amato l’introspezione tortuosa. Sto leggendo Solenoide e credo che a Zan piacerebbe, anche se non potrei parlarne al baglio.
Mi è dispiaciuto finirlo, sono andata a dormire pensando “e adesso?” e mi sono svegliata con la stessa domanda in testa. E adesso, Zan?
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Mi dispiace, avevo alte aspettative sul romanzo (visto il titolo)… la delusione é stata proporzionata. Le uniche due domande a cui ho pensato costantemente durante la lettura sono state:
- Perché non ha tagliato questa parte? Scoprendo che avrei salvato SOLO le ultime 30 pagine… Alle quali avrei dato 3 stelle.
- Perché questo titolo? Fin dalle prime pagine ho avuto la sensazione che fosse soprattutto un’operazione pensata per cavalcare l’onda del fenomeno Backrooms. Con l’annuncio del film e le aspettative per la risonanza che avrebbe potuto ottenere, quella percezione di “trovata di marketing” si fa sempre più forte, fino a diventare quasi inevitabile nelle ultime pagine… Non so, delusione
è una delle più amare e vere descrizioni del disfacimento umano di fronte l’era digitale e l’approccio che ha portato alla devastazione proprio dei millenials. sei in un limbo che vorresti scappare con loro in una comunità bloccata, ma allo stesso tempo sei cosciente che non è per niente una soluzione ragionevole. zan personaggio stupendo con i suoi difetti, che si ci vengono sbatacchiati in faccia, ma lo rendono estremamente umano. la caruso deve continuare a far libri finché sono in vita
Avevo sperato e poi atteso questo piccolo romanzo da molto tempo e, senza dubbio, ne è valsa la pena. Mi sento estremamente grata di aver passato un poco di tempo nella stanza di Zan, così per aver avuto l'opportunità di vederlo meglio. So che questi personaggi non lasceranno mai il mio cuore.
Eleonora, lo sai perché 4(.5) e non 5 stelle? Perché nessuno si bacia. È una motivazione ridicola? Sì, certamente, eppure eccoci qui. Non mi interessa. <3
Il protagonista senza nome di questo romanzo nasce e cresce negli anni Novanta, di pari passo con l’avvento di Internet, un mondo nuovo ma intricato e multiforme che diventa per lui una vera e propria famiglia.
Dal carattere complesso ed introverso il nostro protagonista vive alienato in un mondo tutto suo, chiamato “La stanza”, nel quale nessuno può entrare. Questo isolamento lo porta a disprezzare le persone, ad avere improvvisi attacchi di rabbia, i genitori non lo riconoscono più. Lui vive la rete, con i suoi link ipertestuali e i suoi algoritmi, come unica possibilità di salvezza per l’umanità.
Quando, con la fine del millennio, crolla l’illusione del benessere dei “Nineties” e con essi si sgretola anche il mondo “fatato” della rete, il nostro protagonista, ormai cresciuto, si ritroverà a lavorare come moderatore di contenuti entrando a diretto a contatto con gli orrori di quel mondo che una volta credeva così meraviglioso.
Con lo scopo di “salvare internet” ma soprattutto di salvare la sua generazione, decide di fondare una setta con la quale rifiuta le regole del web moderno. Lo scopo è tornare a vivere negli anni Novanta, quando c’era più equilibrio e sicurezza, quando i giovani non erano sopraffatti da un mondo così violento e crudele.
Ammetto di aver faticato all’inizio ad entrare nella narrazione, ma non perchè la scrittura di Eleonora Caruso sia complessa o la storia non sia interessante, anzi. Forse mi aspettavo qualcosa di diverso, di più immediato e se vogliamo “leggero”. L’autrice invece ci catapulta senza giri di parole in quella che è la realtà nella quale viviamo tutti, facendoci rendere conto che non è per niente accogliente, anzi.
Internet e i social ci hanno plasmato, alimentando in noi insicurezze e dubbi. Viviamo le nostre vite in funzione di quello che leggiamo o vediamo dietro uno schermo dimenticandoci però dei veri gesti umani.
“L’essere umano è un animale tattile, il contatto è la prima cosa che cerca alla nascita […]. Per questo la società delle relazioni digitalizzate è alienata, triste e violenta. Quando non tocchiamo le persone, l’erba, gli animali, tocchiamo la morte.”
Un romanzo che va letto lasciandosi trasportare, che fa riflettere e sperare (o illudere) di riuscire, prima o poi, a cambiare il mondo.
Se come me sei nato negli anni novanta non puoi non leggere questo romanzo!