Dopo l’8 settembre 1943, a Dignano d’Istria si gioisce come se la guerra fosse davvero finita. Ma in pochi intuiscono cosa accadrà di lì a breve in quella terra contesa fra le colline e il mare. Lo immagina Giovanni Bulessi, che insieme alla moglie Maria gestisce l’emporio del paese; lo capiranno presto sua figlia Luze e il marito Milan, costretti a separarsi subito dopo il matrimonio per poi ricongiungersi dall’altra parte dell’Adriatico; la levatrice Vincenza e sua figlia Valdina, innamorata di Mate che fa su e giù dalle colline di terra rossa dove sono stanziati i partigiani titini; don Mario quando ripenserà alle parole del vescovo nel giorno in cui viene assegnato a quella piccola parrocchia dell’entroterra: «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi». Lo capirà infine Emilia, nipote di Luze e Milan, quando dopo anni farà ritorno nei luoghi dei nonni materni. Lasciandosi guidare da quel dialetto bumbaro che è soprattutto lingua del ricordo, Francesca Silvestre si ispira ai racconti familiari per scrivere un romanzo sulla memoria collettiva di un paese lacerato dai grandi fatti della Storia, che da sempre irrompono nella quotidianità delle vite minime lasciando dietro di sé ferite, silenzi e nuove vittime a cui dare un nome.
L'8 settembre 1943, a Dignano d'Istria - oggi croatamente Vodnjan - si festeggia come se la guerra fosse finita. Non lo è, e Francesca Silvestre ce lo ricorda quasi subito. Il suo romanzo d'esordio, pubblicato dalla casa editrice Italo Svevo in un volume editorialmente bellissimo, a partire da una delle migliori copertine degli ultimi anni, segue la storia della famiglia di Giovanni Bulessi, proprietario dell'emporio del paese, crocevia di storie e condifenze come è solito in un paese di poche migliaia di anime, pervicacemente convinto che quella terra sia Italia e che lui e la moglie Maria, prima o poi, torneranno a casa.
Il bumbaro, dice Wikipedia, fa parte dell'istriota, un gruppo linguistico a sé stante e indipendente, distinto sia dal veneto che dall'istrorumano. Sopravvive nella memoria degli anziani di Dignano, e Francesca Silvestre ne fa cifra stilistica e lingua del ricordo: il risultato, perfettamente calibrato, è un racconto di prosa dalla risonanza orale, che attraversa le generazioni fino ai giorni nostri e si fa corale, di quei cori in cui distringui perfettamente ogni singola voce. Accanto ai Bulessi ci sono Luze e Milan, Vincenza, Valdina, fino a Emilia, la nipote che anni dopo torna nei luoghi dei nonni. Non è - volutamente - un mosaico armonico, ma una costellazione, a volte inframezzata da timide reticenze. Del resto, una memoria univoca, da queste parti, forse non esiste ancora - benchè si siano fatti enormi passi avanti negli anni - “Perché era questo che faceva la guerra in una terra di confine: divideva amici e fratelli, che finivano per spararsi dalle barricate opposte. Poi, in qualche modo, chi sfuggiva ai proiettili, doveva imparare a sopravvivere al dolore”
A Dignano, nel 1808, per ingrandire la piazza, l'antico castello venne demolito e con le sue pietre vennero selciate le vie circostanti. Come dire: la Storia genera Storia, e quelle pietre ne hanno viste diverse, infinite, tragiche versioni. Il pregio di “Storie bumbare” è soprattutto questo: quello di tenere insieme, con maturo equilibrio, la Storia con la maiuscola e le vite minime: le rappresaglie, il dolore delle famiglie travolte, la fuga, ma anche la ruvida tenerezza del sor Bulessi con i bambini assiepati davanti alla vetrina in attesa di una caramella. Niente slogan: solo una terra di confine che ha cambiato padrone più spesso di quanto alcuni dei suoi abitanti cambino camicia.
L'autrice, nata a Cittadella nel 1971, si ispira ai racconti di famiglia, e si sente: la Storia irrompe nelle vite minime lasciando ferite, silenzi e vittime a cui dare finalmente un nome. E’ un esordio che punta sulla voce più che sulla trama, e che per questo ti resta ancora più addosso: lontano dalla nostalgia di maniera, o dalla facile retorica d’effetto. E quindi vero, terribilmente e profondamente vero.
Con una scrittura elegante e delicata, Francesca Silvestre racconta l'anima inquieta dell'Istria, terra di confine segnata dalla storia e dalla nostalgia. Attraverso le vicende di famiglie divise tra partenze e radici, "Storie bumbare"dà voce a una memoria collettiva fatta di dolore, amore e appartenenza. Un romanzo intenso e toccante, capace di restare nel cuore del lettore.