Chiedersi se siamo felici, se lo siamo stati o se speriamo di poterlo essere, può sembrare un esercizio provvisorio e perfino ingenuo, ma alla fine è l’unica domanda che ha un senso compiuto.
Ci sono libri che sfuggono alle rigide classificazioni di critici ed editori, e, parlando al cuore dei lettori, li accompagnano nel percorso spesso difficile e a volte esaltante della vita quotidiana. Sono libri capaci di indagare l’enigma della mente e l’abisso del cuore, rivelando l’unicità irriducibile di ogni essere umano e, al tempo stesso, le costanti che abitano in noi.
È il caso delle Confessioni di Sant’Agostino, dei Saggi di Montaigne, dei Pensieri di Pascal, dello Zibaldone di Leopardi.
E forse è il caso di Riprendersi l’anima di Paolo Crepet.Frugando nel proprio animo e nella propria memoria come in un bazar, per trovare sempre l’universale nascosto dietro ogni particolare,Crepet scrive il suo libro più importante, un antidoto contro l’omologazione, contro i rischi della tecnocrazia e della violenza sotterranea ed esplicita che percorre i nostri tempi.
Davanti alla tentazione di cedere a chi vuole annientarci, con la guerra, con il controllo, con la tentazione di rinunciare al fuoco che arde in noi, Crepet ricorda a sé stesso, e a chi decide di intraprendere questo viaggio con lui, per cosa vale la pena vivere. Ci ricorda che l’ombra e la luce, la musica e il silenzio, la quiete e il desiderio sono tutti momenti essenziali della nostra vita. Ci fa vedere come siano necessari il caldo e il freddo e quanto il tiepido, invece, sia un pericolo, un’anestesia che ottunde i nostri sensi e le nostre emozioni.
Alternando sapientemente riflessioni profonde, ricordi personali e storie meravigliose – come quella del corniciaio che non riusciva a lavorare a Guernica di Picasso, o di Mike, motociclista il cui amore ha saputo guarire una bambina – Crepet mette in scena il meraviglioso teatro delle emozioni umane e ci mostra con una chiarezza partecipe e commossa come respingere l’apatia, lo sconforto, la tentazione di cedere a chi ci vuole spenti. E, soprattutto, come riprenderci l’anima.
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è un esperto nel campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica e della psichiatria sociale.
Non sono una fan di Crepet, ma questa sua ultima pubblicazione mi è stata caldeggiata dalla mater familias, che definire lettrice forte, ma soprattutto selettiva, è sminuirla.
Ecco, la genitrice non si è sbagliata: in quella che appare una sorta di "summa" di tutta la sua esperienza sul campo, ma soprattutto di vita, in questa raccolta a metà tra il memoir e la riflessione filosofica, il buon Crepet ci offre non uno ma tanti spunti concreti di quanto peso la responsabilità e la buona volontà individuale giochi ancora - e per fortuna - sul futuro collettivo.
Tanti spunti, dicevo, quanti sono i brevi - ma talora fulminanti - capitoli del suo romanzo...e sono ben 55, che scorrono via veloci e potenti, parlando di violenza, isolamento sociale, tecnocrazia, e ancora analfabetismo di ritorno e analafabetismo affettivo.
Ma se la miscela esplosiva di tutti questi mali colora a tinte cupe il nostro presente, "riprendersi l'anima" è sempre un'opzione percorribile: e fa rima con riapproppriarsi della propria identità, autenticità e sentire, per combattere l'oscurità che incombe incominciando dal nostro quotidiano, riconnettondoci con l'autenticità di una vita di sentimenti, relazioni e passioni vere.
Giudizio tecnico finale: We are the world (we are the children...)
Mi sono ritrovata in molti passaggi di questo libro, e le considerazioni dell'autore sui temi della vita (a volte anche personali), mi hanno fatto riflettere e paragonare i miei pensieri e i miei atteggiamenti, relativamente agli stessi temi. L'ho trovato molto attuale e attinente ai nostri tempi; credo sia da consigliarne la lettura, sia alle persone già adulte ma anche a molti giovani, che tra le righe di questo romanzo/saggio, potrebbero ritrovare sé stessi e le motivazioni per andare avanti in questa epoca di conflitti, ingiustizie e culto dell'effimero!
«L’identità non è un museo, ma un temporary shop che ogni volta va pensato e progettato lontano dall’idea di stanzialità».
In "Riprendersi l'anima", Paolo Crepet ci porta a riflettere su quanto spesso confondiamo la ricerca di stabilità con l'immobilismo. Attraverso riflessioni dense e immagini potenti, il libro esplora il senso del viaggio, il valore dell'errore (inteso come errare, peregrinare e inciampare) e l'accettazione del disordine.
Il caos quotidiano, ci ricorda Crepet, non è necessariamente un difetto: se è autentico, sa essere profondamente rigenerativo, mostrandoci con sincerità i nostri limiti e la nostra voglia di esistere.
Tre spunti che restano dentro: • Il senso del cammino: passeggiare e viaggiare non sono semplici pause dalla routine, ma modi per dare significato al tempo che scorre e riaprirsi alle emozioni senza filtri. • L’identità fluida: non siamo monumenti fermi nel tempo, ma ponti in continuo movimento. • La responsabilità della consapevolezza: ascoltare parole illuminanti toglie ogni scusa al pessimismo di comodo.
Un saggio diretto e stimolante, ideale per chi sente il bisogno di rimettere in discussione le proprie certezze e ripartire da ciò che prova davvero.