Palermo, 1640. Una monaca carmelitana è rinchiusa nelle prigioni della Santa Inquisizione in attesa di conoscere il motivo del suo arresto. Per rassicurare un misterioso compagno di cella, inizia a raccontare, perché «una buona storia svia la solitudine e ingannala morte». Joanna De Austa, questo il suo nome, ha avuto un’infanzia segnata dalla perdita di un padre avventuriero e dalla presenza di una madre afflitta dalla vedovanza e priva di slanci. Ma lo zio vescovo è stato per lei un mentore di mente aperta e anticonformista, conoscitore dei libri proibiti, le ha trasmesso l’amore per la poesia ,le arti e le lingue straniere. E ha protetto la sua amicizia con Nucidda, la figlia della governante, una bambina cieca da cui Joanna ha imparato un nuovo modo di vedere, che non ha bisogno dello sguardo. Questa profonda sapienza la guiderà in un’impresa capace di riscattarla da una vita difficile e dalla gabbia di un matrimonio imposto. Con un’intuizione del tutto innovativa per il suo tempo, Joanna fa della cartiera di famiglia una piccola casa editrice, dimostrando di saper unire la passione per i libri al talento imprenditoriale. Il primo volume dato alle stampe sarà il Don Chisciotte. «Diventammo famosi» dirà «per aver fatto due cose impossibili. Far scrivere i ciechi. Pubblicare la storia di un pazzo.» Ancora una volta, Simona Lo Iacono trasforma in romanzo una storia vera di lutti e rinascite, rovesci economici e incontri cruciali, tenebre e quella luce che brilla nel cammino delle donne verso la libertà.
E come in tutti i romanzi che si rispettino c'è anche qui il colpo di scena - che in questo caso consiste nello scoprire che quella di Joanna è una incredibile, bellissima storia vera, uscita dritta dritta dagli archivi dell'Inquisizione.
Il che spiega, paradossalmente, la reazione che ho avuto più volte nel corso del romanzo pensando "ma che fantasia assurda che deve avere l'autrice per inventarsi scenari così improbabili, eppure descritti con così tanta minuzia": a volte la realtà è più sorprendente della fantasia, e la storia di Joanna è, nella sua semplicità e dolcezza, un piccolo gioiellino.
La storia di una donna vissuta tra la fine del '500 e l'inizio del seicento. Una vita e un destino eccezionale, un'eccezione per le donne dell'epoca. Una delle prime donne a riconoscere il valore del lavoro e dei diritti dei lavoratori. Una donna capace di coraggio e perdono, un'intelligenza vivida, fervida, ma umile. L'abbraccio morbido e amorevole verso il prossimo e il bisognoso. Una cura e una compassione verso la più piccola e fragile delle vite a venire, i semi. Un grande amore per un animale perso, in un periodo storico in cui persino la vita degli uomini non aveva un gran valore, figurarsi quella di un falco. Il romanzo è scritto con un linguaggio ricco e ricercato, senza mai essere prolisso e respingente. Una prosa magistrale, la voce della protagonista suona autentica e credibile. Da leggere e assorbire.
Peccato per la ridondanza di tricolon, così diffusi nel testo che alla lunga stancano e risultano ripetitivi. Rispetto a Virdimura, questo romanzo è molto più asciutto, in stile quasi telegrafico, caratterizzato da un ritmo incalzante e serrato. L’alternanza poi tra la vita di Joanna e la reclusione alla prigione dello Steri è talmente frammentata e sbrigativa che il racconto, per quanto poetico, perde di profondità e complessità, banalizzando una storia che avrebbe potuto davvero svettare per intensità e respiro letterario.
Scritto bene. La confessione di una suora ad un compagno di cella, in prigione. Il finale concederà diversi colpi di scena. L’autrice indica che si tratta del romanzo di una storia vera, di protagonisti realmente esistiti.
Storia fantastica Romanzo, che di romanzo credo si tratti, che parte da un fatto storico documentato, frutto della sapiente ricerca intorno a Joanna degli incanti. Fantastico in quanto il libro è strutturato con dialoghi che incollano il lettore al libro che si avvia pagina dopo pagina verso un finale non scontato e sorprendente, al quale si arriva gradualmente in parte scoprendo un dejà vu dopo aver avvistato la terra promessa. Questo per sintetizzare l’architettura del libro, ma c’è ben altro. C’è il costante impegno, come con il precedente Virdimura, di restituire grandi figure femminili e ricordarle e riportarle in un mondo dove la condizione della donna, paritetica da poco ma spesso solo in apparenza, viene lacerata ogni giorno e spinta verso la regressione a stereotipi agghiaccianti.