Totò non assomigliava a nessun altro. Era cosí noto, amato, ammirato da guadagnarsi addirittura tre funerali. Visse però con un aver sprecato la sua carriera recitando in decine di film inutili. Del resto, sebbene fosse riconosciuto da tutti come un simbolo del cinema italiano, la critica lo aveva sempre snobbato... Ma cosa si nascondeva dietro quel volto unico, perfetto per far ridere e insieme per commuovere?
Solo Francesco Piccolo poteva dare forma a un racconto sugli ultimi anni di Totò capace di racchiudere le malinconie e le delusioni, i gesti d'amore e i fallimenti, la tragicità e l'estro creativo del grande comico napoletano. Cosa sono le nuvole è lo specchio di un personaggio umanissimo, che per un'intera esistenza ha costruito a sua insaputa la propria immortalità.
È stato uno degli attori piú amati del cinema italiano. A teatro era cosí acclamato che il pubblico non lo faceva neppure appena apriva bocca scrosciavano applausi a non finire. Quando calava il sipario, però, lasciava in camerino quell'irresistibile maschera comica e tornava a essere Antonio De Curtis. «Ehi, signor principe, è inutile che si dia tante arie e snobbi il povero Totò, - diceva alla propria immagine allo specchio. - Si ricordi che è Totò che dà da mangiare al principe, e non viceversa». Negli ultimi anni divenne quasi cieco. Eppure, quando sul set battevano il ciak, avveniva il miracolo. Tolti gli occhiali scuri, si muoveva tra i mobili di scena senza sfiorarli, scavalcava i cavi elettrici, orientandosi come se ci vedesse ancora. Ormai i film di maggior successo commerciale, quelli con Peppino, erano alle spalle. Ma poi incontrò Pasolini, che l'avrebbe scelto per il suo ultimo ruolo da protagonista in Uccellacci e uccellini: una consacrazione tardiva per un attore che temeva di aver recitato in pellicole che nessuno avrebbe ricordato. Tenendo insieme le testimonianze degli amici e dei colleghi di Totò, narrandone la vita privata, i capricci e le bontà, l'ambizione e lo sconforto, Francesco Piccolo scandaglia gli ultimi anni del principe della risata. E riesce a distillare l'essenza di un personaggio in cui hanno convissuto anime e indoli quasi inconciliabili, miserie e nobiltà - come accade a tutte le leggende.
Francesco Piccolo was born at Caserta, in 1964. His novels and short story collections include “Allegro occidentale”, “E se c'ero dormivo”, “Il tempo imperfetto”, “Storie di primogeniti e figli unici” (all published by Feltrinelli), “L’Italia spensierata” (Laterza) and “La separazione del maschio” (Einaudi). With “Storie di primogeniti e figli unici" he won two literary prizes: the Premio Giuseppe Berto and the Premio letterario Piero Chiara. His latest works are “Momenti di trascurabile felicità” and “Il desiderio di essere come tutti”, published by Einaudi.
In cinema, he has developed the screenplays “My Name Is Tanino, Paz!“ (based on cartoons by Andrea Pazienza), “Ovunque sei”, “Giorni e nuvole” and “Nemmeno in un sogno”, as well as “Il caimano” (for which he, Nanni Moretti and Federica Pontremoli were awarded the 2006 David di Donatello for Best Script), “Caos calmo” and “Habemus Papam” directed by Nanni Moretti.
He writes for varied newspapers and periodicals, including la Repubblica and Diario. Piccolo lives in Rome, where he runs the screenwriters’ laboratory for the DAMS course at Roma Tre.
Francesco Piccolo è nato a Caserta nel 1964. Si è laureato in Lettere con una tesi su "Le teorie comiche nel teatro del Settecento". Vive e lavora a Roma e collabora alle pagine culturali del “diario della settimana”. Nel 1993 è stato finalista del Premio Calvino con il romanzo inedito "Diario di uno scrittore senza talento". Con la casa editrice Minimum fax ha pubblicato nel 1994 "Scrivere è un tic. I metodi degli scrittori", tratto da alcune lezioni di creative writing sui metodi di scrittura.
Ha scritto romanzi e raccolte di racconti: “Allegro occidentale”, “E se c'ero dormivo”, “Il tempo imperfetto”, “Storie di primogeniti e figli unici” (tutti pubblicati da Feltrinelli), “L’Italia spensierata” (Laterza) e “La separazione del maschio” (Einaudi). Con “Storie di primogeniti e figli unici” ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio letterario Piero Chiara. Il suo penultimo libro, edito da Einaudi, si intitola “Momenti di trascurabile felicità”, una raccolta di aneddoti sulla felicità delle piccole cose quotidiane. Nel 2013, ha pubblicato “Il desiderio di essere come tutti”.
Ha lavorato anche per il cinema scrivendo sceneggiature, tra cui “My Name Is Tanino, Paz!” (tratto dai fumetti di Andrea Pazienza), “Ovunque sei”, “Giorni e nuvole” e “Nemmeno in un sogno”, oltre a “Il caimano”, “Caos calmo” e “Habemus Papam” con reggia di Nanni Moretti.
Collabora con riviste e quotidiani. Attualmente vive a Roma e cura il laboratorio di sceneggiatura al D.A.M.S. della terza Università di Roma.
Raccontare la fine per illuminare un'esistenza intera. In questo caso l'esistenza di un "guitto" che è stato uno dei più grandi attori italiani, anzi, qualcosa di più, un grande autore, una maschera imprescindibile, un poeta della risata e della malinconia. Francesco Piccolo, nel suo racconto Che cosa sono le nuvole – Gli ultimi anni di Totò, ripercorre il viale del tramonto del principe Antonio De Curtis e del suo alter ego, Totò. Come tutti i viali del tramonto, è malinconico, anche triste. Ma soprattutto, nel caso di Totò, segnato da un grande errore di valutazione del suo protagonista, convinto di non aver prodotto niente di buono nella sua carriera: "Sarei potuto diventare un grande attore, e invece di cento e più film che ho girato ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui." Antonio De Curtis in arte Totò si spense il 15 aprile 1967 e da quel momento ogni minuto successivo, ogni anno, ogni decennio furono lì a dimostrare che aveva torto, torto marcio. La sua grandezza universalmente riconosciuta, l'enormità del suo lascito, la permanenza nell'immaginario di generazioni sono state ben più di un tavolino.
Attraverso le testimonianze di chi gli fu vicino e di chi aveva scritto su di lui in precedenza, Piccolo racconta con un affetto davvero incontenibile — e inevitabile, a mio parere, per chi si avvicina alla biografia di questo gigante — chi era davvero Antonio De Curtis: la cecità sopraggiunta sul palco del teatro che amava tanto, il rientro forzato al cinema, il set come unico spazio in cui la menomazione paradossalmente scompariva, la stanchezza, l'amarezza per non essere stato apprezzato abbastanza. Ne emerge il ritratto di un uomo che si considerava un intellettuale, un artista, per quanto artista orgogliosamente popolare. E in questo senso guardava al teatro come al suo luogo di elezione, quello dove poteva esprimere al meglio questa anima, dove scatenare la maschera di Totò mantenendo un'identità autoriale più forte di quella che gli consentiva il cinema.
Tanto è vero che, nel 1956, all'apice della sua carriera cinematografica, ricco e famoso, invece di continuare a fare quello che faceva e guadagnare bene, De Curtis scelse di tornare al teatro. Piccolo fa di questo episodio uno snodo fondamentale di quello che accadde nei dieci anni successivi. A prescindere debuttò al Sistina di Roma nel dicembre del 1956. Fu un trionfo: ovazioni, pubblico che impazziva. Ma il 4 maggio 1957 "Totò sta facendo uno sketch vestito da Napoleone. È uno dei momenti più comici dello spettacolo. A pochi passi da lui c'è Franca, perché in quel momento è previsto sia in scena con lui. E infatti Franca nota che Totò batte le palpebre, come se si volesse togliere qualcosa dagli occhi. E poi lo vede dare per un attimo le spalle al pubblico, guardandosi intorno con le pupille sbarrate. E, sottovoce, con calma, dice rivolto a Franca: non ci vedo, è buio pesto."
Il lungo viale del tramonto di Totò cominciò lì, quella sera. La sua cecità lo spinse di nuovo a rientrare a pieno regime in un meccanismo di produzione industriale: "Totò andava sfruttato il più possibile; e lo stesso Totò si faceva sfruttare il più possibile, perché in qualche modo continuava a lavorare e a non pensare, e continuava a guadagnare molti soldi." La sua anima di artista si esprimeva — dentro film che partivano da canovacci traballanti — nella suprema e inimitabile arte dell'improvvisazione. "E poi andava sul set e diceva come aveva detto a Pietro De Vico: seguimi che cambiamo tutto, perché la sceneggiatura è una schifezza." Se oggi quei film esili fanno ancora ridere, stupire, regalare gioia molto lo si deve a quella suprema arte.
Antonio De Curtis, come raccontava lui stesso in una memorabile intervista televisiva a Lello Bersani, non a caso ampiamente citata da Piccolo, era l'elegante, aristocratico signore napoletano che sfruttava Totò, viveva alle spalle del guitto, sapeva come farne strumento di intrattenimento, sapeva come piegarlo ai gusti del suo pubblico. Quel tran tran quotidiano di set, sceneggiature deboli, improvvisazione, uscita del film in seconda visione e nuovo set, però, non gli bastava più, e mal si conciliava con il progressivo invecchiamento del corpo, dato che la sua era una comicità molto corporea. In questi ultimi anni Totò "vorrebbe qualcosa di più soddisfacente o luminoso. Vorrebbe forse sperare in qualche film migliore."
L'occasione arrivò con Pier Paolo Pasolini, che lo scelse per Uccellacci e uccellini, battendo sul tempo Fellini, che da anni immaginava di far recitare Totò in un suo film, senza riuscirci. Piccolo racconta con grande intensità il rapporto strano e affascinante tra due persone che non potrebbero essere più distanti: l'intellettuale impegnato e l'attore che veniva dalla commedia dell'arte, il vitalissimo artista e l'attore vecchio e stanco. Un rapporto personale bellissimo, fatto di rispetto e stima reciproca, anche di affetto, che portò a un'interpretazione luminosa e indimenticabile, che gli valse il Nastro d'Argento. Lui alla consegna non rinunciò a una frecciatina contro quei critici che "probabilmente sono gli stessi che mi hanno denigrato per anni." Invece di illuminare di una fiducia nuova quegli ultimi anni, i ruoli offerti da Pasolini — ne arrivarono altri due — e il riconoscimento della critica amareggiarono ancora di più De Curtis. Il suo Totò avrebbe potuto utilizzarlo meglio, non faceva che ripetere in interviste e colloqui privati. Morì con quella convinzione.
"Tutto il mito di Totò è un mito che nasce dopo la sua morte; e che Totò non vede. (…) La ricostruzione critica dei suoi film e della sua storia ha un cammino lento e regolare, accelerato all'inizio degli anni Settanta, quando un distributore ha l'idea di portare in sala di nuovo Totò a colori. La folla riempie le sale, le persone vanno a rivederlo più volte, ripetono le battute insieme a Totò sullo schermo. Da qui in poi è quello che succederà senza più interruzioni, al cinema, in televisione, e poi sui canali YouTube e da qualsiasi parte. Quei film che tutti, compreso Totò, avevano ritenuto una schifezza, sono diventati opere di culto, che gran parte degli appassionati sa recitare a memoria."
E anche questo piccolo libro è l'ennesima dimostrazione della vitalità di Totò. Della sua immortale maschera ma anche della straordinaria vita, anch'essa un'opera d'arte, piena di poesia, di drammi, di gelosie, di colpi di scena, che Piccolo, con la sua penna incantata, delicata, mai retorica, sa raccontare come un film. Mi resta una speranza, dopo averlo letto: che da questo nucleo possa nascere qualcosa di più grande. Che Piccolo, con quella penna, si decida a scrivere la biografia intera di Antonio De Curtis. Perché ce la meriteremmo. E soprattutto se la meriterebbe lui, l'attore che si considerava solo "un venditore di chiacchiere".
Poi sul set Ninetto e Totò divennero molto amici, si divertivano molto insieme. Ninetto: «Totò, come devo fare per dire bene una battuta?» Totò: «Ninè, non devi pensare alla battuta, ma soprattutto al suo contenuto e al significato che gli vuoi dare: è cosí che nasce una interpretazione». Ninetto: «e te pare facile!» Totò: «non è troppo difficile se ci metti il cuore oltre al cervello». Ninetto: «quanto è bello parlà co’ te! Tu pure ti diverti a starme a sentí?» Totò: «sí e ti voglio anche bene. Appena ti ho visto ho pensato che sembravi uno scugnizzo napoletano svelto di mano per necessità. Ninè, tu tiene ’a faccia ’e mariuolo».
Una grande narrazione scritta da un grande autore. Una lettura emozionante che potrebbe, dovrebbe essere un film non su Totò o almeno non solo, ma su una storia tragica e magnifica di un immenso attore e comico. Piccolo sublima, come tutti i grandi scrittori, la vita in un’epica e in una cronaca emozionante e disperata.
Un piccolo libro che racconta in modo super scorrevole gli ultimi anni della vita di un uomo eternamente insoddisfatto e abituato allo stesso tempo ad essere riconosciuto per la sua maschera. Il finale regala una piccola risata velata di tristezza e con un insegnamento che poteva arrivare solo il genio di Totò.
Io che mi chiamo Liliana e che sono innamorata di Toto' da quando sono bambina mi sono intristita molto nel leggere questo libricino tenero e triste sugli ultimi anni della sua vita. Sapevo delle difficoltà dovute alla sua malattia ma non pensavo che ne soffrisse così tanto. Dopo aver letto questo libro lo amo ancora di più. Grazie
Un ritratto della vita di Totò colorato e gioioso. Non manca di puntualizzazioni più critiche sulla difficile affermazione dell'arte di un attore, una dinamica che non ha escluso neanche un artista del livello di Totò. Un libro meraviglioso che infonde allegria, come solo Piccolo sa fare.
Un libro intimo sugli ultimi anni di Totò, tra solitudine e dignità. Piccolo, ma pieno di quella malinconia che non se ne va. Una lettura meravigliosa per chi come me ha sempre amato Totò.