"Tore my shirt to stop you bleedin'... Na na na..." La canzone di Billie Eilish martella nella testa di Giulia, a battiti ritmici. È una canzone che parla della fine di una festa e trasuda sangue e dolore. Giulia non riesce a capacitarsi, con i suoi diciassette anni, di essere finita in commissariato, sotto il fuoco di fila di domande dei due poliziotti. Non riesce proprio perché a Monchi, il piccolo e tranquillo paese dove abita - villette, giardini curati, famiglie che si riuniscono per celebrare compleanni - il sangue e il dolore sembrano appartenere a un universo lontano, ed è inconcepibile assistere alla corsa disperata di un'ambulanza che trasporta, in bilico tra la vita e la morte, un bambino di otto anni con il corpo dilaniato dalle coltellate. Giulia è davanti agli investigatori per aiutarli a individuare il perché quel bambino, Filippo Costa, lei lo conosce e con la sua famiglia ha un legame speciale. Rispetto ai genitori "disastrosi" di Giulia, i Costa sono sempre stati un presenti per i figli, esemplari nel loro equilibrio tra sport, educazione e alimentazione sana, mai un litigio, mai un urlo, mai uno schiaffo. Un'ottima famiglia. Quando le indagini si concludono e la verità viene stabilita, di bocca in bocca, e sugli schermi di tutti, rimbalzeranno giudizi senza "mostro", "diavolo", "segreti morbosi". Ma attraverso il racconto e lo sguardo di Giulia, Stefania Andreoli ci svelerà, come sempre senza fare sconti, una verità molto più complessa e inafferrabile. E molto più spaventosa. Perché, al di là delle etichette, il male può nascere dalle azioni che appaiono più innocue, può annidarsi tra ingranaggi lucidi e perfettamente oliati. L'unico modo per vederlo, e per prevenirlo ed evitarlo, è accorgersi del vuoto di gesti e di emozioni che può aprirsi dietro un'apparenza regolare, rassicurante, quasi banale.
Ammetto di essermi approcciata a questo libro con scetticismo. Nonostante la trama mi intrigasse, credevo che Andreoli stesse facendo un azzardo uscendo dal suo campo e scrivendo un romanzo. La mia opinione è cambiata dopo poche pagine, l'autrice si è rivelata una penna eccellente, ho divorato un capitolo dietro l'altro! L'esperienza della psicoterapeuta con pazienti adolescenti è evidente in ogni pagina di questa storia e ha fatto sì che venissi catapultata indietro nel tempo, quando ero io una ragazza che guardava con sospetto e a volte anche con "sufficienza" gli adulti che si muovevano in un mondo fatto di apparenze e formalità. Un'ottima famiglia non è solo un giallo, è un pretesto per riflettere su rapporti, emozioni e come ci muoviamo nel mondo.
Stimo tanto la dottoressa Stefania Andreoli, per come svolge il suo lavoro, per come parla e per la sua onestà intellettuale. Conoscendola e ascoltandola sempre in radio, quando ho iniziato a leggere questo suo primo romanzo ho immediatamente capito dove volesse arrivare, che questo mondo di genitori immaturi, con un' impeccabile immagine di se stessi fosse un tema importante del libro. L'eloquio della Andreoli è sempre stato fantastico e infatti anche il libro è ben scritto, in più è strutturato in maniera tale da accrescere la curiosità di sapere cosa sia effettivamente accaduto a Filippo, un bambino di otto anni, figlio di due genitori perfetti almeno in apparenza. È un libro che si lascia leggere con piacere, probabilmente non da chi fa parte della suddetta categoria di genitori. Chissà...
Quattro stelline perché apprezzo sempre Stefania Andreoli e mi farei raccontare da lei anche la lista della spesa, so che avrebbe qualcosa di intelligente da dire al riguardo. Non sono abituata a leggere gialli e sicuramente parte della mia voglia di andare avanti era data dal voler scoprire chi era il colpevole (i miei sospetti si sono rivelati corretti hehe), premesso ciò io l’ho apprezzato. Alla presentazione a cui ho partecipato a Roma ha spiegato che parte del motivo per cui ha scelto il romanzo al posto del saggio era di arrivare a più persone possibili e spero ci riesca, io forse rimango fan del saggio però.
3,5 Dopo aver letto diversi saggi scritti dalla Stefi Andreoli, arriva Un’ottima famiglia, primo romanzo dell’autrice.
Racconta di cosa si può nascondere dietro l’illusione di una famiglia perfetta, raccontando di Filippo, Cristian e i loro genitori. Ma anche di Giulia, ed è proprio attraverso la sua voce e il suo punto di vista che seguiamo le vicende della famiglia Costa: all’apparenza una famiglia appunto “perfetta” finché non si iniziano ad analizzare diversi comportamenti e dinamiche in modo più approfondito e ampio, a seguito di una tragedia.
Sviscerando in retrospettiva le abitudini, i modelli educativi e le dinamiche della famiglia Costa, diventa sempre più evidente come il vuoto emotivo che può provare un figlio possa portare a esiti terribili. E spesso quel vuoto è la conseguenza di atteggiamenti all’apparenza banali, ma che banali non sono.
Illuminante, distruttivo e costruttivo: “Era un male che aveva preso le sembianze di un bene rassicurante e banale”. Andreoli una garanzia, in tutto e per tutto.
“Tanti anni fa, in una giornata d'inizio inverno, Anna ha afferrato Cristian sotto le ascelle, lo ha sollevato e l'ha messo a sedere su quella poltrona, in punizione. Poi se n'è andata di sotto, nel seminterrato, a fare le pulizie o chissà che altro. Cristian, obbediente, è rimasto lì senza fiatare, a guardare attraverso la finestra il sole che scivolava dietro i palazzi e le ombre sul pavimento che si facevano sempre più lunghe. Finché nella stanza è piombato il buio. Allora la sua mente ha cominciato a viaggiare, ha immaginato che sua madre fosse fuggita e l'avesse abbandonato, o che fosse morta per qualche strano incidente mentre faceva le pulizie, che il corpo di Anna giacesse stecchito proprio sotto di lui, qualche metro più in basso. Non ha osato chiamarla, né alzarsi per andare ad accendere una lampada: da bravo soldatino ha eseguito gli ordini fino alla fine. E, quando Anna è tornata, Cristian era in preda a una crisi incontrollabile: singhiozzava e boccheggiava, come se non trovasse l'aria, «Sciocco» gli ha detto sua madre, accendendo la luce senza preavviso, «lo sapevi che la mamma era qui sotto.» Più tardi, per consolarlo, Anna ha comprato il suo dolce preferito e ci ha invitato a cena. Mentre serviva il gelato al cioccolato, ha raccontato a tutti la scena di Cristian che piangeva rannicchiato sulla poltrona rossa, la maglietta zuppa di lacrime. «Che sciocco, che bisogno c'era di disperarsi» ha ripetuto. Cristian avrà avuto sette anni e lei si era dimenticata di lui.” 💔.
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Decisamente più apprezzato dell'unico saggio di Andreoli che ho letto (ma infatti ho scoperto che lei i saggi non li legge, invece i romanzi sì - la differenza si nota tutta).
Particolarmente azzeccata la scelta della voce narrante che ti fa entrare davvero dentro questa storia e ti fa subire in prima persona i subdoli meccanismi della famiglia Costa. In alcune parti mi è sembrato che la voce dell'autrice si sovrapponesse troppo alla voce di alcuni personaggi, soprattutto nei momenti in cui deve trasmettere il "messaggio".
In ogni caso, è un libro scorrevole che non si riesce a posare sia perché si vuole scoprire il colpevole dell'accoltellamento di Tommaso sia perché si vuole capire il movente - come tante volte vorremmo capirlo nei casi di cronaca di cui abbiamo notizia.
Devo essere sincera: ascolto gli interventi della Dottoressa Andreoli in radio tutte le settimana e la seguo con passione, ma avevo precedentemente letto un suo libro e non mi era piaciuto, per cui partivo un po' scettica. Plot twist: non mi era piaciuto perché era un saggio e volevo leggere un romanzo e infatti questo libro mi è piaciuto molto. All'inizio ho temuto potesse essere un po' ingenuo, un po' banale, tipo: in realtà le famiglie che mostrano di avere problemi sono quelle più sane, mentre quelle che sembrano perfette sono le più marce. Ma mi sbagliavo, il messaggio è molto più profondo di questo, meno scontato e assolutamente non banale. Vale davvero la pena leggerlo: interessante, ben scritto e fonte di molti spunti di riflessione quanto mai necessari
"Mi sa che questa volta è una specie di romanzo" mi ha detto il libraio. Sì, uno di quelli belli anche. Di quelli che leggi in una notte (coinvolgente l'intreccio, ben scritto), che ti fanno commuovere (Cristian e la gara di atletica, soprattutto), che ti stanno educando ad ogni riga (tra le più rilevanti visto il periodo storico: e se mio padre pensasse che sua figlia è una figa come mi sentirei?).
Interessante mettere i messaggi di un saggio dentro un romanzo con una certa componente di giallo e un narratore inaffidabile. Non mi ha fatta impazzire ne per un lato ne per l'altro ma comunque molto scorrevole.
Che gli vuoi dire? Bello è bello: ti tiene lì e vuoi sapere quale sia l’epilogo; scrittura fluida, non banale, non cringe come temevo; tema delicatissimo e trattato alla portata di tutti; libro necessario. Me l’aspettavo? No. Lo consiglierò? Assolutamente si.
“Cioè, quando qualcuno è soprappensiero te ne accorgi, no? […] Chissà cosa ci succederebbe se nessuno ci risvegliasse mai, se i nostri pensieri più profondi prendessero il sopravvento. Secondo me ci scioglieremo come in quel quadro famoso con gli orologi”. “Sentirsi slacciato da ogni legame”.
Scorrevole e attraente si legge in un batter d’occhio. Il valore psicologico è sicuramente dirompente e rivelatore. Non so se sia stata la mia lettura troppo veloce, o se il libro sia troppo scorrevole pero mi sembra quasi mi sia sfuggito via.
Un trama semplice e sconvolgente, talmente verosimile da diventare vera.
Una scrittura agile e veloce unita ad una incredibile capacità di seguire la logica e l’evoluzione di pensiero di un’adolescente alle prese con un dramma che segna un prima e un dopo.