La pubblicazione integrale del diario scritto dal beato p. Mario Borzaga, Missionario Oblato di Maria Immacolata, dall’ottobre 1956 al 18 aprile 1960, una settimana prima della sua scomparsa. Gli ultimi 4 anni di vita di questo giovane martire del Laos, ripercorsi attraverso le sue parole e le sue esperienze interiori.
Diario di un uomo felice ricopre gli ultimi 2 anni di vita di don Mario Borzaga, trascorsi nel Laos come missionario O.M.I., e iniziato a scrivere qualche mese prima della partenza. Il diario copre il periodo che va dalla primavera del 1957 a dicembre del 1959. Purtroppo, il quaderno relativo agli ultimi sei mesi della sua vita è andato perduto perché don Mario l’aveva con sé quando è stato catturato e ucciso dai guerriglieri del Pathet Lao e non è mai stato ritrovato.
Il diario inizia con il giovane sacerdote che descrive con entusiasmo la traversata in nave e le sue prime impressioni sui luoghi che incontra durante il viaggio e all’arrivo in Laos. Il tono della narrazione cambia quando inizia la vita dura in un villaggio sperduto e si inizia a sentire tutta la stanchezza fisica e mentale di don Mario. Mario Borzaga racconta al lettore ogni sua giornata (ne salta veramente poche): lo studio della lingua (ne impara addirittura due di quelle parlate in Laos), le visite agli ammalati per offrire cure (reso possibile grazie ad un breve corso da infermiere fatto prima di partire), le riparazioni a oggetti essenziali come moto, bici o auto, la stesura di articoli per varie riviste cattoliche italiane, le lettere ai parenti o agli amici, la preparazione dell'omelia e il catechismo in loatiano, la celebrazione della messa, le confessioni, i viaggi in città per ritiri con il superiore, gli spostamenti tra villaggi, il taglio della legna per costruire scuole, la stesura di un dizionario di laotiano-italiano, etc.
Oltre alle varie difficoltà che doveva affrontare ogni giorno, don Borzaga faceva anche fatica ad adattarsi al clima umido o piovoso del Laos. Per esempio, il terreno fangoso spesso gli impediva di raggiungere i malati nei villaggi vicini oppure impediva ad altri di portare aiuti nel suo villaggio. Questi costanti problemi gli causavano momenti di profondo sconforto e pensava di non essere mai all'altezza di niente: era molto insicuro e timido, si sentiva un fallito, un prete mediocre e quindi cattivo.
Gran parte del diario, ovviamente, è dedicato alla sua vita interiore di fede. Provava un profondo amore per Gesù eppure aveva un miliardo di dubbi considerandosi un prete cattivo e perditempo, un ingrato, "tiepido" e mediocre. Parla moltissimo della santificazione, ma non si sentiva mai all’altezza, come se sbagliasse sempre tutto. Le sue riflessioni sono molto umane e lui sicuramente pretendeva troppo da se stesso. Non si sentiva abbastanza fervente e non accettava di essere mediocre. Per lui essere mediocri era sinonimo di essere pessimi e ne parlava in continuazione. Era molto severo e intransigente con se stesso. Eppure, nonostante tutto ciò che pensava di se stesso, è morto martire a soli 27 anni perché si è sacrificato per i laotiani nonostante non nutrisse per loro molta simpatia.
Solo la Fede mi salva, solo la Fede e l’Amore, e salva le anime solo colui che per le anime si santifica e si sacrifica.
Quando lo annota non poteva certo immaginare che quelle parole avrebbero descritto la sua vita e la sua tragica morte.