Al largo della costa settentrionale dell’Islanda, là dove si celebra l’unico incrocio tra il Circolo Polare Artico e il territorio islandese, c’è un’isola piccola e Grímsey. Abitata da molti più uccelli che persone, è stata definita «il più ignoto degli insediamenti islandesi, che la nebbia delle epoche passate ha conservato come un oggetto da collezione». Leonardo Piccione ha trascorso a Grímsey diversi mesi, alternando l’esperienza della solitudine alla condivisione della vivace quotidianità di una comunità di pescatori a rischio di estinzione. Cose da fare di notte al Circolo Polare Artico è il multiforme resoconto di un’avventura ai confini del mondo, in cui si succedono incontri, camminate, partite a scacchi, ricette per preparare il merluzzo e soprattutto storie, tra le quali si staglia quella di Daniel Willard Fiske, un pittoresco bibliofilo ottocentesco che è ancora oggi il riverito “patrono” di Grímsey, e che di questo libro finisce con il diventare il coprotagonista.
Ricomposto lo sguardo in un ghigno inquisitore, lo sportellista mi sottopose due quesiti, un paio di interrogativi taglienti come il vento del «Che vai a farci a Grímsey? Non hai sentito che perfino Dio li ha abbandonati?»
«Leonardo Piccione da anni osserva quel laboratorio naturale e umano a cielo aperto che è quest’isola unica e ne illustra la patologia che il “mal d’Islanda”». Io Donna
«Una scrittura originale e di grande qualità». Corriere del Mezzogiorno
Non so se in assoluto sia il libro migliore di Piccione, ma è certamente quello in cui la sua lingua e le sue storie, cioè il suo mondo, trovano una sintesi. È la convergenza naturale dei volumi precedenti, dei quali l'autore qui propone, elevandole, le sue scelte più riuscite.
C’era sempre qualcosa a cui tendere l’orecchio: gli aneliti sensuali modulati da un piviere, il belato amoreggiante di un beccaccino, qualche altro indistinto promemoria sonoro dell’impellenza della natura e del fatto che Grímsey d’estate è prima di tutto un’isola della fornicazione. Di tanto in tanto, nei giorni senza vento, in questo coro di ardore carnale entrava a gamba tesa un tosaerba, tossendo da una qualche lontananza il suo assolo metallico.