Dopo l'amore incondizionato provato per il Commissario Ricciardi, la serie a lui dedicata e la città di Napoli - così viva e guizzante che sembra di essere in ogni vicoletto descritto - avrei tranquillamente potuto leggere l'elenco della spesa dell'autore.. Questo romanzo non fa per me, ma chi ero io per non leggerlo? :D
La cosa che mi è piaciuta tantissimo è scoprire una nuova sfaccettatura di De Giovanni: l'ansia, la tristezza, il dolore che sono compagni fedeli di Ricciardi, insieme ad una scrittura poetica ed evocativa che raramente ho avuto la fortuna di incontrare lasciano il posto ad una storia più scansonata (ma non per questo meno intelligente, anzi!!), piena di ironia e decisamente più leggera.. Insomma, abbiamo capito che De Giovanni ha il dono e che questo dono non si esaurisce nella serie ormai celebre che ognuno associa all'autore.. Quando dunque ci lascerà orfani (e sento che, ahimé, la fine è vicina) potrà deliziarci con altre mille storie diverse ♥
La struttura del romanzo non mi è dispiaciuta, anche se è un po' una furbata per mettere insieme storie molto diverse tra loro, me ne rendo conto.. Ho apprezzato l'ironia graffiante e la grande capacità di inquadrare Napoli e i napoletani, di riuscire a fornire un quadro variegato e soprattutto di presentare personaggi 'tipi' che tutti noi conosciamo e abbiamo incontrato nella nostra vita; insomma, gli uomini De Giovanni li descrive come (quasi) nessuno *_*
COS'E', ALLORA, CHE NON MI E' PIACIUTO?
Il romanzo, ebbene sì, pur scorrendo e pur strappondomi ogni tanto qualche risata, mi ha terribilmente annoiato, e questo non per un'incapacità dell'autore (che mi piace semprissimo) ma per il tema trattato: IL CALCIO. Ero anche abbastanza preparata, ma in realtà il fulcro vero della vicenda è proprio lui, con tanto di descrizioni simil-tecniche di partite di calcio.
NO, per favore, no! IL SONNOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!
A me già quando mio padre parla con mio fratello di argomenti calcistici cala la palpebra in maniera vergognosa.. Figuriamoci 300 pagine solo su questo!
Don't get me wrong, alcune scene sono epiche, divertentissime e appunto, come dicevo, ci ho rivisto mio padre/mio fratello e simili.. Però sono la minoranza e la mia soglia d'attenzione era bassissima O.O
Se però il calcio è la vostra malattia e voleste incontrare vostri simili.. De Giovanni vi conquisterà doppiamente, sia per la storia che probabilmente sembrerà scritta proprio per voi, sia per lo stile impeccabile e l'occhio di falco che osserva la società :)
(Se siete parenti/fidanzati/amici di "Malati" del calcio, potrebbe fare anche al caso vostro! :D)
I tifosi azzurri si definiscono così: i Malati. "Io non so' tifoso, so' Malato". "Qullo il mio fidanzato è un Malato, la domenica non si esce". "Non mi parlare di lavoro, oggi: ieri il Napoli ha perso, e io sto Malato".
E hanno ragione, la loro è una strisciante, violenta patologia, con sintomatologia multiforme, assolutamente inguaribile. Si contrae in tenera età, spesso per contagio, un padre, un fratello, un amico; più spesso è genetica. Ha incubazione, decorso e crisi con una curva temporale settimanale e culmina la domenica, quando raggiunge la fase acuta.
Sintomatologia multiforme, dunque: unghie smangiate, occhi iniettati di sangue, ditate di sudore acido su radio e telecomandi. Urla belluine improvvise, dalle finestre aperte sui placidi pomeriggi estivi. pugni sul muro, soprammobili in legno scagliati sui divani con rimbalzi controllati: le case dei Malati hanno sviluppato un loro personalissimo istinto di conservazione.
"Io una cosa continuo a non capire. Molti di questi sono colti, raffinati. Gente intelligente, che fa lavori impegnativi e di alta responsabilità. Non possono non rendersi conto di quanto non valga la pena di soffrire tanto, nel tessuto di un'esistenza che riserva comunque avversità nella professione, nei rapporti sociali, nelle relazioni familiari. Il passatempo, perché di passatempo si tratta, dovrebbe essere un'isola felice, un luogo nell'anima in cui ci si rifugia proprio per non soffrire. Ma perché offrirsi a qualcoa che ti può far star male?"
Peppe rifletté a lungo. Poi rispose:
"Sì certo che stanno male. Ma tu Professo', proprio tu che hai tanto studiato le persone e quello che provano, non puoi sottovalutare la Passione".
Il professore chiese:
"In che senso?"
Peppe sorrise:
"Nel senso che secondo me è sbagliata la prospettiva. Tu non devi guardare quello che la gente ha nella vita, quindi i dolori, le avversità, le sofferenze, ma quello che non ha. O che non ha abbastanza".
"Cioè?"
"L'entusiasmo. Lo scoppio di una gioia imprevista e improvvisa. Vincere sul campo, senza dubbi, senza riserve. E soprattutto la condivisione; abbracciarsi urlando, saltellare tenendosi per mano, inveire insieme, perfino scoppiare a piangere uno sulla spalla dell'altro. Tu citami quante volte, nella normale vita di un adulto contemporaneo, ti può capitare, se escludi il pallone".
Il Professore rilevò l'impatto estetico dell'abbigliamento delle due e rifletté su quanto l'omologazione delle mode non lasciasse tener conto della propria complessione fisica nella scelta di quello che indossava. Pur essendo entrambe dotate di un corpo sostanzialmente cubico, con fianchi un poco più larghi delle tornite spalle e ventre appena più sporgente del vasto seno e del triplo mento, le due fanciulle indossavano jeans elasticizzati di almeno tre misure inferiori al necessario, a vita bassissima, e giubbottini di finta pelliccia. Come due Paesi dell'ex Jugoslavia, i capi di abbigliamento non avevano intenzione di avere un confine comune, e quindi si ritiravano un verso il basso, trascinato dalla gravità e dalla tensione superficiale, e uno verso l'alto ricacciato dal ventre, non resistendo alla tentazione di assomigliare a una sciarpa. Il triste panorama era completato da due paia di scarpe col tacco dodici che tuttavia non elevavano la statura delle proprietarie oltre il limite del bancone al quale si erano avvicinate.