Questo romanzo è ambientato principalmente a Salem nel 1692. Molti comportamenti potrebbero risultare estranei ai giorni nostri, nello specifico, alcune delle scene sottoelencate potrebbero triggerare alcuni descritte.Sono inoltre presenti episodi non consensuali Il libro Nel momento in cui Selene Ashford ha versato il proprio sangue sulla Rosa di Endor, il suo destino è stato segnato. Strappata al suo tempo e catapultata nella Salem del 1692, Selene si ritrova intrappolata in un mondo dominato da paura, superstizione e morte, dove ogni sguardo può diventare un’accusa… e ogni accusa una condanna Intrappolata nel cuore della caccia alle streghe, Selene sa che basta un errore per finire impiccata. Ma il vero pericolo non è il passato in cui è caduta. È lui. Edmund, comandante e cacciatore di streghe. Spietato. Temuto. Inarrestabile.
Ho chiuso l'ultima pagina di questo volume con un groppo in gola , intrappolata nel limbo di un finale che non chiude il cerchio, ma spalanca le porte del tempo. L'autrice ci condanna a una sospensione straziante, lasciandoci sospesi sull'orlo di un precipizio emotivo nell'attesa del seguito; una scelta dolorosa ma magistrale, che nasce da una ricerca febbrile e cieca tra le pagine. Al centro di tutto c'è un'ossessione: la Rosa di Endor, un fiore leggendario e proibito, capace di sfidare le leggi della natura e di trascinarci brutalmente indietro nei secoli, fin dentro l’inferno del 1692. Salem ci accoglie così, nel cuore di un periodo storico spaventoso ed estremamente buio, intriso di una superstizione soffocante dove il fanatismo religioso diventa legge e l'isteria collettiva si nutre di carne e sangue. È il tempo della caccia alle streghe, dove i confini tra giustizia e tortura si annullano, dove i corpi vengono spezzati nelle prigioni e l’aria profuma costantemente di corda, roghi e terrore. Ed è proprio immergendomi in questa oscurità che sono arrivata a una conclusione, un pensiero che mi si è radicato dentro pagina dopo pagina: ci sono legami capaci di muoversi oltre i confini della ragione, oltre lo scorrere dei secoli; un amore che il tempo non può consumare e che la mente non può comprendere. In questo silenzio opprimente, in una cella che profuma di muffa e di fine, si ritrova improvvisamente scagliata Selene. Lei, che nel suo presente moderno aveva sempre scelto la prudenza, camminando in punta di piedi per paura di fare pazzie, si ritrova nuda di fronte a un’epoca che la condanna per ciò che non è. Ma è proprio in quell’angolo buio che impara a lottare: la sua porcellana si scheggia e rivela le spine, trasformandola in una creatura fiera e indomabile. Selene non è la classica eroina debole, né la protagonista patetica di una soap opera che si innamora del carnefice solo perché intravede una briciola di umanità. No, lei lo odia. Lo odia con una violenza che le incendia il petto, eppure resta intrappolata in un nodo impossibile da recidere. E poi c’è lui, Edmund Lancaster. Il Comandante, il cacciatore, l’uomo che incarna la spietatezza di quel secolo oscurantista. Non un semplice villain, ma un'anima spezzata e plasmata da un trauma infantile feroce: un bambino di sette anni costretto a respirare l’odore di sangue nel corridoio della morte di sua madre, sacrificata da un padre padrone convinto che sia «meglio una moglie morta che una famiglia distrutta dal disonore». È lì che Edmund ha indossato una maschera di pietra per diventare una macchina perfetta priva di sentimenti. Quando Selene entra nella sua vita, per lui è solo un capriccio, un "giocattolo" da dominare e distruggere. Ma quando le stringe il cappio al collo, quel trionfo diventa cenere. L'uomo freddo e calcolatore viene letteralmente annientato dal silenzio della sua prigioniera, riducendosi a un cucciolo ferito che cerca disperatamente calore nel gelo che lui stesso ha creato. La rabbia invisible esplode incontrollata, le barriere cadono e i ruoli di potere si invertono drammaticamente di fronte alle sbarre:
«Odiatemi! Urlatemi contro, sputatemi in faccia, fate qualcosa! Ma non statevene lì a farmi sentire come se fossi io il prigioniero!»
Da quel crollo nasce una «terra di mezzo che confonde», un'attrazione magnetica che si muove tra l'odio più cieco e la fiducia più vulnerabile. Un limbo fatto di notti insonni in una grotta gelida, dimenticandosi delle proprie ferite per curarsi a vicenda. È la capitolazione totale di Edmund, che si toglie i guanti di pelle scoprendo che le sue mani hanno smesso di sanguinare solo grazie a lei. Un uomo che si arrende a un sentimento totale, sussurrando parole brutali nella loro franchezza: «Io ti amo qui e ora, questo è tutto ciò che so», implorando il cuore di lei di battere per lui, almeno fino al giorno del suo ritorno. Lo stile dell'autrice è magistrale, capace di dosare con un equilibrio perfetto la cruda realtà delle torture e la poesia di un'intimità disarmante, che fa sfumare il mito di Orfeo ed Euridice nella nebbia di un bacio disperato, tremante e colmo di silenzi. La tensione psicologica ed erotica mozza il fiato, fino a quando il distacco finale si compie nel modo più doloroso: Edmund, che ha sempre preso tutto con la forza, rinuncia al proprio egoismo e la lascia andare pur di non distruggerla. Ma quando pensi che i secoli abbiano vinto, la verità ti colpisce come un fulmine. Una profezia antica si compie nell'ombra e squarcia ogni certezza. Edmund non l’ha solo amata nell’oscurità di Salem. L’ha inseguita attraverso las pieghe del tempo, spalancando porte proibite pur di ritrovarla nel buio dei suoi sogni. Vi giuro, sono rimasta letteralmente ammaliata. Questa storia vi lascerà appese a un filo, con il cuore che batte come un tamburo spezzato nell'attesa febbrile del seguito.