Nello sperduto villaggio di G., l'inverno sembra arrivare sempre troppo presto, portando con sé inquietanti rivelazioni. Tutto comincia una mattina, quando diciassette merli si posano sulle scale della chiesa con un pacchetto fra le zampe. Dentro ci sono le falangi di un indice umano e il regolamento del «gioco dei pezzi»: tutti gli abitanti sono costretti a partecipare; i merli consegneranno giorno dopo giorno piccole porzioni di un corpo e gli altri dovranno indovinare a chi appartiene. Nessuno potrà lasciare il paese, né parlare del gioco con l'esterno. Basteranno cinque errori perché il misterioso mutilato venga ucciso. Un meccanismo semplice e crudele che precipita la comunità in un incubo.
Ognuno reagisce a modo suo, cercando di proteggere e controllare ciò che può, provando a capire quale sia la risposta all'enigma. Tutti, sotto l'occhio indagatore dei merli, riveleranno a poco a poco bassezze e involontarie verità: c'è il Sindaco, che nel tentativo di essere una vera guida mostra tutta la sua debolezza; il Sarto, che cerca di tenere segreta una relazione inconfessabile; e poi gli altri, ciascuno con desideri nascosti, rancori antichi e rimpianti silenziosi. Ma nessuno che riesca a ricordare chi manca all'appello. Intanto, nel buio del bosco, un uomo continua a cantare circondato da uccelli scuri, mentre sterilizza la sua roncola nel fuoco.
Con Pezzi Giorgia Tribuiani scrive una favola nera che richiama i roghi di Salem e le confessioni di Spoon River. Una storia corale sulla memoria come forma di responsabilità collettiva, che illumina le paure e le fragilità umane ma anche la solidarietà che può nascere in una situazione di estremo terrore.
Giorgia Tribuiani è scrittrice e docente di scrittura creativa. Ha pubblicato i romanzi Guasti (Voland, 2018), Blu (Fazi, 2021) e Padri (Fazi, 2022) e alcune novelle tra cui Binari, Superstar e Dissolvenza. Il suo nuovo romanzo è in uscita nel 2026 per Il Saggiatore. Per Dino Audino editore ha pubblicato il manuale Scrivere il perturbante.
Pezzi di Giorgia Tribuiani (Il Saggiatore) è un romanzo folle. Ho sentito parlare di questo libro quando era poco più di un'idea. Ho avuto la fortuna di partecipare ai corsi di scrittura della Bottega di narrazione ed è stata un'esperienza bellissima (ve ne parlo qui).
Proprio durante una delle lezioni Giorgia, che è una fantastica docente, ha raccontato il progetto che le frullava in testa e da allora una parte di me non ha fatto altro che aspettare questo romanzo. Come spesso accade però, una volta arrivato, avevo paura che non mi piacesse. Pezzi sembra quasi un thriller, un libro d'orrore e... non ero sicura che questa esperienza mi sarebbe piaciuta. Ho amato tantissimo Blu (leggi qui la mia recensione) e Guasti (leggi qui la mia recensione) e in maniera ancora diversa Padri (avanti leggi anche questa) ero quindi quasi sicura che il romanzo che avrei amato meno sarebbe stato Pezzi. E invece in questo romanzo c'è tutto quello che serve per farne un grande romanzo: la fragilità dei rapporti umani, la solitudine, gli intrighi, la tensione crescente, l'amarezza causata dalla sensazione di specchiarsi in un mondo che sembra lontano dal nostro solo all'apparenza.
Una bella favola nera di questa autrice della quale avevo letto non molto tempo fa Blu e che, a mio parere, con questo libro ha fatto un bel passo avanti. Il titolo del romanzo si riferisce al gioco a cui tutti gli abitanti del villaggio di G. si trovano costretti a partecipare e che consiste nello scoprire a chi appartegono i pezzi di un corpo umano che di volta in volta diciassette merli un po' particolari (grandi come un bambino) portano al villaggio atterrando sui gradini della chiesa, pena la morte di colui a cui appartengono questi pezzi. Da qui, l'autrice ci fa vedere, a mio parere in modo mirabile, come si comporta una comunità quando è messa di fronte ad una situazione eccezionale. In un primo momento, fino a che si pensa che l'uomo dei pezzi sia un abitante del villaggio, c'è grande unità di intenti e grande solidarietà ma quando è chiaro che gli abitanti del villaggio "non riescono a riconoscere l'uomo che ha bisogno di loro o almeno a ricordarlo" e addirittura viene promesso un premio per chi indovinerà di chi si tratta, ecco che allora vengono fuori gelosie, rancori mai sopiti e un'aggressività in alcuni casi insospettata che porterà alla sciagura evocata fin dalle prime pagine del libro. Interessante è anche come questa storia ci viene raccontata: infatti noi progrediamo nella storia vedendola ad ogni cambio di capitolo dal punto di vista di un diverso abitante del villaggio (a proposito, nessuno di loro ci viene presentato con un nome ma è identificato con il sui ruolo all'interno del villaggio: il possidente, il dottore, il cantante, il nemico del cantante, ecc.) di cui veniamo a sapere la storia ed i sentimenti più profondi e inconfessati e di cui vengono scandagliati i legami con gli altri abitanti e soprattutto quelli familiari; il tutto con una scrittura molti curata. Nel libro c'è anche altro ma lo lascio scoprire a chi vorrà cimentarsi con questa bella lettura.
un libro fatto di sangue, di ipocrisie, di paure, di piccole comunità e di solitudine, con una prosa unica e vivida, una storia raccapricciante non tanto per quel che mostra, ma per le sue implicazioni. ma soprattutto un libro che vibra di immensa speranza per quel che è il panorama letterario italiano, che evidentemente nasconde anche e soprattutto grandi penne e grandi storie
❓ Volete una lettura semplice e scorrevole? ❌ Questo libro non fa per voi.
❓ Volete arrovellarvi il cervello tra confusione e ambiguità? ✅ correte a comprarlo.
È scritto in modo GENIALE. Per niente facile da seguire, mi ha lasciata interdetta per una buona metà: ero confusa, non capivo.. poi ho smesso di cercare di capire e di trovare un senso (perché un senso non ce l’ha, direbbe qualcuno 🙃) e mi sono lasciata trasportare da quella scrittura così surreale e da quelle storie che intrecciano passato e presente di un piccolo paese. Il risultato è stato che ho letto l’ultima metà praticamente INCOLLATA a qualche superficie per finire ‘sto libro . Se ho interpretato bene il significato della storia, credo ci sia un misto di volontà/necessità di recuperare un passato storico, e una sorta di denuncia delle “distrazioni” del presente che non permettono di arrivare alla soluzione del macabro indovinello dei merli.
L'idea alla base di questo libro mi ha folgorata. In un villaggio isolato, una piccola B rovesciata, diciassette merli portano un pacchetto contenente alcune falangi umane e un regolamento: gli abitanti dovranno indovinare a chi appartengono i pezzi di corpo che arriveranno nei giorni successivi, altrimenti il loro proprietario morirà. Nessuno può sottrarsi al gioco, né chiedere aiuto all'esterno. Da qui Giorgia Tribuiani costruisce una "favola nera", un esperimento che mette alla prova una comunità e ne fa emergere i segreti, i rancori e l'incapacità di mettersi d'accordo per trovare una soluzione. Mi ha intrigato la scelta di far parlare personaggi che non hanno un vero nome, che vengono identificati attraverso il proprio lavoro o caratteristica che, messi sotto pressione, rivelano quanto sia fragile l'identità che gli altri ci attribuiscono. Ho apprezzato molto anche la prosa, che ho trovato sicura, consapevole e padrona dei propri mezzi. Tribuiani riesce a creare un'atmosfera perturbante e sospesa, quasi fuori dal tempo, e a trasformare un meccanismo da horror in una riflessione sul modo in cui guardiamo gli altri, su ciò che una comunità sceglie di ricordare e su ciò che preferisce ignorare. Il titolo funziona bene proprio per questa doppia lettura: i pezzi sono frammenti di un corpo, ma anche le tessere di un insieme che il lettore deve provare a ricomporre. E non sempre l'immagine che ne emerge è quella che ci si aspettava. Nonostante queste qualità, non tutto mi ha coinvolta allo stesso modo. La moltiplicazione dei punti di vista e dei personaggi rende la narrazione articolata, ma a tratti anche faticosa, il che è un bene, i libri non devono essere facili da leggere per essrre belli (e questo testo comunque si divora), però alcuni passaggi mi sono sembrati ridondanti e ho avuto l'impressione che il romanzo insistesse su certi meccanismi più del necessario, e ciò mi ha fatto allontanare forse a livello emotivo più del dovuto. Comunque, sono felice di aver (finalmente) trovato un'autrice italiana che si distingue dalla massa e sono molto curiosa per gli altri suoi titoli precedenti. Inoltre, Il Saggiatore come casa editrice si riconferma valida e diversa a livello di proposte su un mercato così saturo di prodotti uguali.
📚 L'intera recensione si può leggere sulla mia pagina Substack o sul mio sito (link in bio).
[...] Anche se in apparenza siamo di fronte a un thiller/horror, la trama è incentrata sì sulla risoluzione dell’enigma, ma soprattutto vuole essere una sorta di esperimento sociale attraverso il quale una comunità è costretta a confrontarsi con le proprie gerarchie, i propri rancori e soprattutto con ciò che ha scelto di non vedere da tempo.
Il titolo contiene già la chiave interpretativa del romanzo, dal momento che i “pezzi” sono i frammenti corporei, ma diventano via via tessere di una speculazione più ampia sulla società, e in particolare il corpo smembrato diventa metafora di una comunità che continua apparentemente a funzionare, ma i cui membri hanno perso la capacità di riconoscersi pienamente gli uni negli altri. La domanda «A chi appartiene questo pezzo?» assume così un significato molto più profondo, nel senso di chi appartiene alla comunità, chi viene ricordato, chi viene escluso, chi si conosce pienamente davvero e, soprattutto, che cosa accade quando ciò che è stato cancellato torna a chiedere di essere riconosciuto. [...]
Il senso più profondo di “Pezzi“ risiede nella tensione tra frammento e intero. Il frammento rimanda sempre a un’unità perduta, ma non permette necessariamente di ricostruirla – così accade al corpo, alla memoria, alla comunità e soprattutto all’identità individuale. Una persona, infatti, non coincide mai con i singoli elementi attraverso cui viene conosciuta (un ruolo, un ricordo, una relazione, una colpa) ma è qualcosa di più complesso e irriducibile alla loro semplice somma. I frammenti consentono di avvicinarsi all’intero, senza mai esaurirlo. [...]
A metà strada tra un giallo e una favola crudele, questo romanzo mi ha decisamente spiazzata con la sua prosa particolare: molto densa, perturbante, non semplice. È formata da frasi lunghe che contengono dialoghi senza segni d’interpunzione, e per questo il significato non è sempre immediato, spesso si perde un po’. L’intera narrazione sembra voler rappresentare il chiacchiericcio da paese d’altri tempi, divagante e avvolgente. La storia è ambientata in un luogo e in un tempo imprecisati, che ricordano un’Italia antica, le tradizioni tramandate e i mestieri che si ripetono di generazione in generazione. Altra peculiarità sono i personaggi, mai nominati per nome ma solo attraverso il loro ruolo sociale all’interno del villaggio (il Sindaco, il Pittore, il Dottore, la Verduraia, il Sarto, la Maestra…). La storia è narrata coralmente in terza persona attraverso gli abitanti del villaggio: decine di voci diverse che, a mio avviso, risultano poco riconoscibili l’una dall’altra e rendono la lettura ancora più ostica da seguire. Il mio problema in definitiva è stato proprio questo: riuscire a seguire ciò che accade, districarmi tra personaggi che ho trovato piuttosto anonimi e “lontani”. Il mistero thriller attorno a cui ruota la trama (un gioco macabro in cui pezzi umani vengono recapitati dai merli) è originale e dalle premesse mi ispirava moltissimo, ma rimane sempre un po’ sullo sfondo e non diventa coinvolgente nel suo sviluppo. La polifonia della narrazione finisce per sovrastare e confondere, e non mi ha permesso di appassionarmi mai del tutto. Arrivata alla fine, ho appreso con curiosità la risoluzione del mistero senza però apprezzarla appieno o rimanerne stupita, perché ancora frastornata dalla ridondanza narrativa. Con questo non voglio dire che l’autrice scriva male, anzi. Il lavoro narrativo in questo libro appare immenso: ambizioso, sofisticato, elaborato nei dettagli. Si vede che l’autrice ama scrivere e insegna scrittura creativa. Il suo stile è unico e spicca in un panorama letterario ormai tristemente piatto. Apprezzo le scritture diverse e spero che continuerà a sperimentare anche in futuro. Solo che in questo caso specifico, per un lettore medio (come me), può risultare decisamente troppo. Avevo apprezzato molto i suoi romanzi precedenti pubblicati da Fazi, Blu in particolare mi aveva ammaliata. Anche quel libro aveva una prosa particolare e non semplice, ma la storia mi aveva coinvolta molto di più. In Pezzi la prosa è indubbiamente impegnativa, ma è stato il suo connubio con la depersonalizzazione dei personaggi (ridotti ad archetipi) e con la caotica polifonia delle voci narranti a non avermi conquistata e coinvolta. E quando una storia non coinvolge purtroppo non funziona.
Il sereno villaggio di G. viene sconvolto dall’arrivo di 17 merli, che annunciano l’inizio del gioco dei pezzi: per 6 giorni gli abitanti riceveranno un pezzo di un corpo umano prigioniero chissà dove e dovranno riuscire a indovinare di chi si tratta. Allo scadere del tempo, se non avranno risolto l’enigma o peggio, se non avranno rispettato le regole, l’uomo sarà ucciso. In un primo momento fanno fronte comune per uscire da questo macabro schema, ma pian piano la tensione e l’angoscia crescenti porteranno i paesani a guardarsi l’un altro con sospetto, tentando di scovare segreti e non-detti e affondando in un tunnel di follia e paranoia.
Tribuiani è chiaramente affascinata dal perturbante e dal grottesco: il suo testo richiama le streghe di Salem, Spoon River, Shirley Jackson. Questa piccola comunità sottoposta a un funesto Indovina Chi? è costretta a rivelare tutto lo squallore finora taciuto. Presagi, premonizioni e un’indistinta sensazione di pericolo imminente ci punzecchiano per tutta la lettura. La mancanza stessa dei nomi propri degli abitanti, sostituiti dai loro ruoli sociali (la Cuoca, il Sindaco, il Cantante, la figlia del Possidente) ci dà già la misura dell’estrema ambiguità e indefinitezza di questa storia.
Ma allora, che cosa NON mi è piaciuto di questo libro? Perché purtroppo questo è il responso: noia e ancora noia. Poteva essere a metà tra un thriller e una favola nera, e invece ci si perde nella polifonia, o per meglio dire nella cacofonia di tutti questi personaggi. Forse giusto una manciata di POV erano per me davvero riconoscibili e utili, ma tutti gli altri? Ridondanti e evitabili. La scrittura è ambiziosa, non facile da decriptare. Ci sono frasi e scene che si ripetono come in una cantilena e forse pure questa reiterazione mi ha allontanata. Infine, ho percepito un grigiore inattraversabile: tutto è cupo, gretto e pullula di negatività e perfino la risoluzione finale mi ha lasciata indifferente.
Insomma, esperimento fallito per me ma noto che è stato molto apprezzato sul web,forse stavolta è proprio il caso di dire “non sei tu, sono io”!
colpisce subito la scrittura, matura, discorso-fiume, che resta costante, come una nenia, come un incantesimo. l’intreccio funziona: si continua a leggere perché si vuole sapere come andrà a finire, anche quando non si capisce sempre bene tutto subito, l’importante è fidarsi e andare avanti.
In un paese fuori dal tempo governato da una distante Regina, da un Sindaco nominale e da un ben più influente Possidente, i personaggi della storia sono Ruoli con la maiuscola, e i merli sono postini dai tratti antropomorfi. Il Paese di G è il teatro in cui si muovono, a dispetto dei loro nomi, uomini e donne unici nelle loro esperienze personali, nei sentimenti e nelle fragilità. C'è ben poco di generico nella passione del Sarto, nell'arte ammorbidita dall'empatia del Pittore, nel dolce e doloroso donarsi del Dottore, nella spigolosità della Maestra... eccetera. Ho avuto la sensazione che alcuni personaggi per cui Tribuiani ha avuto più cura (la Pazza in particolare) siano infine più piatti e fermi nel loro nome di altri, che invece hanno goduto di un trattamento meno invasivo, più d'istinto, e li ho trovati originali e piacevoli. Parlo della Pettegola, della Figlia del Possidente, del Figlio del Senatore, della Verduraia... ma specialmente dei sopracitati Dottore, Pittore, Sarto e Maestra. Si capisce la differenza tra i personaggi che la scrittrice riteneva importanti per la storia e quelli che ha amato scrivere. C'è una morbidezza in più.
Il romanzo si inserisce in un filone di letteratura italiana contemporanea che per quanto apprezzi, inizia a risultare ripetitiva. Penso a I convitati di pietra di Mari, ma anche a O' Cane di Bencivenga... Hanno tutti quest'aura di novella, di fiaba nera, e un cast corale di stereotipi declinati a modo dell'autore. Per dire cosa, tutto sommato? Non un granché. Sono libri piacevoli da leggere perché stilisticamente originali, e strutturalmente ben congegnati. Ma manca qualcosa. Non sono libri d'intrattenimento, perché puntano più in alto, ma non sono nemmeno memorabili, perché non hanno un cuore denso. Nascono da un desiderio di narrare e di farlo bene, punto e basta. Non è arte, è artigianato. Potrebbe andar bene anche così, e in altri momenti della mia vita ne sarei stata perfino entusiasta, ma ora ho voglia di qualcos'altro. Voglio rimanere incollata a un libro come quando ero bambina, voglio chiuderlo ogni dieci minuti perché ho bisogno di tempo per rimuginare su quello che mi ha fatto pensare o provare.
Presto dimenticherò questo romanzo e non mi verrà mai voglia di rileggerlo. Forse preferirei che l'autrice prendesse il nocciolo di struggimento che c'è nella storia del Sarto, della Figlia del Possidente, del Custode dei Merli e della Maestra, e lo aprisse. Che lo facesse sbocciare in una vera e propria storia d'amore.
Peculiare, immersivo e dispersivo al tempo stesso, fiabesco in quello stile puramente alla Tim Burton, ma anche grottesco e, infine, umano... con tutte le complicazioni che questo comporta.
Una storia frammentaria sporca e carica di bugie, ipocrisie, segreti, famiglie spezzate, rapporti taciuti e ricordi dimenticati che vengono a galla alla minima scintilla in grado di gettare un intero villaggio nella spirale della follia. Tutti hanno fatto qualcosa, tutti hanno dimenticato qualcuno, e per tutti c'è un prezzo da pagare; alcuni lo pagheranno davvero caro, mentre altri saranno i colpevoli di questo pagamento, togliendo la gioia al prossimo per goderne da sé ed esclusivamente per sé. "Pezzi" di Giorgia Tribuiani è un racconto difficile, scritto con maestria nella gestione dei dettagli da fornire, dei punti di vista da gestire, del focus del narratore e del gioco che qui viene messo in atto; non è facile seguire lo svolgersi della trama e il filo dei pensieri, degli eventi e della narrazione, ma io ho amato comunque ogni singola parte di questa strana opera.
Soprattutto il finale. E tutto il suo dolore.
Decisamente un'autrice che terrò d'occhio, e che spero non lasci questo genere, questo stile, perché nel panorama dell'editoria italiana c'è bisogno di osare e di distinguersi anche così.
Uno dei libri più strani che abbia mai letto, mi è piaciuto davvero tanto. Le atmosfere sono quelle di una fiaba in chiave dark, oscura e disturbante. La storia è quella del villaggio stesso e dei personaggi che lo abitano, con i loro segreti e debolezze che emergono appena l'equilibrio di quella fragile comunità viene alterato da un gioco strano e inquietante. I protagonisti sono tutti instabili e il controllo della situazione gli sfugge facilmente. O per lo meno, a tutti gli adulti: quelli più lucidi in questa situazione ed esclusi dalla follia dei grandi, sono i bambini a mio avviso. È una storia che mi ha commosso, specialmente nella sua risoluzione. Nonostante tutto ho provato tenerezza e tristezza nei confronti dei merli.
Ero impreparata alla lettura da tutti i punti di vista.
Sì per l’eleganza e l’incisività nel rappresentare pagina dopo pagina come monta il delirio collettivo e lentamente precipita nella degenerazione più totale.
No perché personalmente ho trovato lo stile di scrittura un po’ forzato più che ricercato (come se volesse essere ricercato ad ogni costo), è un gusto personale ma ha condizionato l’esperienza di una lettura che resta comunque interessante.