Maradona già dal nome si intuisce una vita insolita. Battezzato in onore della passione calcistica del padre Jean, primo e adorato figlio maschio di una famiglia paterna di militari e una famiglia materna di medici, nasce nel 1986 e cresce nel Libano in guerra. Un’infanzia e un’adolescenza complicate, in cui ci sono le ordinarie giornate di scuola, ma anche la paura delle bombe e degli attentati; ci sono le gite a caccia con la selvaggina cucinata sul fuoco da campo, ma anche i posti di blocco a cui si rischia la vita; e c’è una geografia complessa di appartenenze religiose e politiche da navigare per poter sopravvivere. La pace, per Maradona, è in un unico la cucina. Il luogo dove le donne della famiglia modellano un miracolo di sapori, profumi, consistenze, che lui impara a chiamare «casa». Dove i mille pani del Libano, i suoi vini, le sue spezie trovano una sintesi e un’armonia. Anni dopo, trasferitosi in Italia per studiare, quell’arte gastronomica appresa aiutando la nonna, la madre e la zia diventerà a sorpresa il suo lavoro, quello di uno chef impegnato a portare nel suo nuovo Paese la ricchezza di sapore e significato della sua terra. Un memoir come un romanzo vero, un’educazione sentimentale che ci offre uno spaccato intimo, originale e vivo della questione mediorientale. Le ricette irresistibili che arricchiscono i capitoli uniscono i due mondi dell’autore, Italia e Libano, rinnovando la speranza nella pace e nella convivenza tra i popoli.
Nel libro emerge un paese che ho amato, un paese travagliato all'impossibile per quasi tutta la mia vita. Emergono le capacità terapeutiche e aggreganti del cibo, forse l'unico ponte di pace rimasto in questo mondo di follia. Ma soprattutto emergono i libanesi. La loro voglia di vivere, la loro capacità di adattarsi, il loro mix culturale, che divide ma anche ha dimostrato in passato di essere fonte di ricchezza, che ancora, se scavi nell'animo della gente e non nella politica, si trova. Emerge quella capacità di essere fucile e amore, pane e dolore, allegria e disperazione, violenza e dolcezza. L'ultima parte del libro e la postfazione di Sara Faillaci, parlano del rapporto dell'autore con l'Italia e della visita di Papa Leone XIV n Libano " quando è arrivato il Paese si è fermato per tre giorni. Non perchè fosse improvvisamente un luogo pacificato, ma perchè per un attimo ha avuto la sensazione di essere visto". Nelle ultime pagine si legge " per molto tempo ho pensato che questo libro fosse un modo per raccontare da dove venivo, Con il tempo ho capito che era, piuttosto, un modo per capire dove potevo stare". Alcuni spunti che spero spieghino perchè mi è piaciuto tanto. Non è un capolavoro letterario, non è un libro di cucina, non è nemmeno solo un memoir. E' una storia di vita con le sue contraddizioni, le sue pecche e il suo amore per un paese, le cui radici si perdono nel tempo, mentre il suo presente è stato rubato dalla storia e il suo futuro resta una speranza, da non abbandonare mai.
Storia vera di uno chef libanese, ti trasporta in questo paese tanto martoriato quanto ricco di storia e di fascino. Ti accompagna per mano tra le strade di Beirut e ti sembra di entrare nelle cucine delle nonne, sa di famiglia, di casa, dove convivono attorno alle stesse tavole cristiani maroniti, ortodossi e musulmani. E poi in giro per il paese, alla scoperta di tradizioni e ricette delle diverse zone. Un libro che parla di dialogo e di convivenza, di guerre che la gente deve subire, di famiglie separate dai conflitti. La parte che ho amato di più è il racconto dei mille pani del Libano di cui ignoravo l'esistenza, ognuno creato per una particolare occasione, o per accompagnare un determinato cibo.
È un libro molto intenso, animato dal desiderio di dialogo tra le culture soprattutto attraverso la cucina. Le metafore utilizzate sono strabilianti. Ci si commuove, si sorride, si resta muti davanti alla crudeltà delle armi. C'è un percorso umano e una delicatezza che coinvolgono profondamente. In questo caso la mano de Dios è sulla pagina