Marta Morazzoni è stata, negli anni ‘80/’90, autrice di punta per Longanesi (casa editrice di cui da tempo mi sembra di sentir parlare poco); ricordo quanto piacevano a mio padre i suoi primi lavori, “L’invenzione della verità” e “Casa materna”, e la bellezza della veste editoriale (anche se il libro di cui parleremo ora ha una copertina davvero poco riuscita). Ho invece scoperto per caso questo “Caso Courrier”, nonostante avesse vinto il Campiello nel ’97, ma mi ha dato il raro piacere di un romanzo iniziato e finito in una (lunga) serata.
Ambientato in un villaggio dell’Alvernia nei primi anni del Novecento, sembra una storia di Simenon: ma qui la provincia più che torbida è torpida.. e il protagonista è un “aggiustatore di destini” come il commissario Maigret, un commerciante volonteroso, saggio ed epicureo, convinto che per un uomo intelligente tutto nella vita congiuri per il meglio. E così organizza la sua vita come un orologio (gli affari, matrimonio e figli, amanti carnali e virtuali), sempre attento a essere anche amato da tutti e non urtare nessuno.
Purtroppo la vita non sempre collabora nemmeno con l’uomo più avveduto, e il “ritorno del rimosso” può scatenare comportamenti inconsci devastanti: tre sole volte in tutta la sua vita Alphonse Courrier si è fatto cogliere impreparato, ma tutte lo hanno marchiato a fuoco (è il caso di dirlo, visto il finale).
Il racconto è reso prezioso dalla capacità narrativa della Morazzoni, che impersona un narratore tanto onnisciente quanto inaffidabile, svagata quanto divagatoria e ironica, e dal suo italiano prezioso e musicale, discorsivo e impeccabile.
Così inaffidabile che, dopo aver speso 200 pagine a divagare spesso su dettagli (che come insegna il protagonista, sono l’aspetto più importante delle azioni umane), dedicherà al “caso” vero e proprio solo l’ultima paginetta, come se il lettore sapesse già tutto dei fatti, e spingendolo comunque a riflettere in autonomia sugli scherzi del destino.