Maria Davvetas rimane vedova giovanissima e per mantenere se stessa ed il figlio si vede costretta ad accettare il lavoro di guardia penitenziaria nel carcere femminile di Averof. Ora ha 89 anni, è malata di #alzheimer e mentre dimentica il presente riaffiorano i suoi ricordi del passato.
È un libro difficile da racchiudere in un unico genere. Si può definire una sorta di memoir perché nasce da una vicenda realmente vissuta dall'autore, ma allo stesso tempo assume la forma di un vero e proprio romanzo grazie alla scelta di una struttura narrativa estremamente originale. Più che raccontare l'Alzheimer, infatti, l'autore cerca di farlo vivere anche attraverso la forma del libro. La narrazione è frammentata, composta da capitoli molto brevi che si susseguono come lampi di memoria, ricordi improvvisi e associazioni di idee. Non segue un ordine cronologico lineare, ma il movimento irregolare della mente della madre. È come se il lettore entrasse direttamente nel suo flusso di coscienza: il passato riaffiora a scatti, alcuni episodi emergono con una lucidità sorprendente mentre altri scompaiono nel nulla. Ho trovato questa scelta estremamente efficace, perché la struttura del romanzo non è un semplice espediente stilistico, ma diventa la rappresentazione concreta della malattia. Forma e contenuto finiscono così per coincidere perfettamente. Il libro racconta l'ultimo periodo di vita della madre dell'autore, morta a ottantanove anni dopo una lunga malattia di Alzheimer. Il fulcro del racconto è il progressivo deterioramento della memoria e il rapporto tra madre e figlio, segnato da una profonda inversione dei ruoli: la madre torna gradualmente a essere una bambina, mentre il figlio diventa colui che la accudisce. A questa si affianca un'altra, dolorosa inversione simbolica: la madre aveva trascorso la vita lavorando come secondina in carcere, mentre ora è il figlio a trasformarsi, suo malgrado, nel suo "carceriere", costretto a sorvegliarla e a impedirle di uscire di casa per proteggerla dai pericoli della malattia. La storia è raccontata quasi interamente in prima persona dal figlio, che ricostruisce dialoghi, episodi e gli ultimi momenti vissuti insieme alla madre. Solo in un breve passaggio la parola viene affidata direttamente a lei, scelta che rende quel momento ancora più intenso. Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente è la capacità dell'autore di raccontare il decorso della malattia senza retorica. Descrive non solo il dolore di assistere alla perdita della memoria di una persona amata, ma anche la fatica concreta dell'assistenza quotidiana: il rifiuto delle cure, i gesti imprevedibili, il continuo timore che la madre possa mettersi in pericolo. Emblematica è l'immagine di lei che, convinta di dover ancora andare al lavoro in carcere, indossa il cappotto sopra la vestaglia e tenta di uscire di casa nel cuore della notte. La memoria, però, non svanisce semplicemente: riaffiora a ritroso. Dai ricordi della madre emergono episodi della sua vita come secondina, una professione mai amata e vissuta con vergogna, che anche il figlio aveva cercato di nascondere durante l'adolescenza. Affiorano anche frammenti della sua infanzia, segnata da un senso di soffocamento e dai libri, unico rifugio possibile. Colpisce inoltre scoprire che la madre non abbia mai letto nessuno dei libri scritti dal figlio: un dettaglio che racconta con delicatezza la complessità del loro rapporto. Attraverso questi ricordi il romanzo offre anche uno sguardo inedito sul carcere, mostrando come quella realtà fosse dura non solo per le detenute, ma anche per chi vi lavorava. I momenti felici sono pochi, mentre prevalgono scene di grande durezza, legate sia alla malattia sia alla vita carceraria. In alcuni passaggi emerge una tragicomicità che può ricordare il cinema di Charlie Chaplin: si sorride solo in apparenza, perché dietro ogni episodio resta sempre una profonda sofferenza. Dal punto di vista stilistico ho apprezzato moltissimo la scrittura dell'autore. Le immagini sono spesso affidate a metafore potenti che rendono il dolore quasi tangibile. Pur raccontando esperienze durissime, riesce a mantenere uno sguardo profondamente poetico, dimostrando una rara capacità di trovare bellezza anche nella sofferenza. Più di tutto, però, il libro mi è sembrato un atto d'amore. Attraverso la scrittura l'autore tenta di preservare il passaggio della madre nel mondo, di salvarne il ricordo prima che venga cancellato dalla malattia e dal tempo. Allo stesso tempo, la scrittura diventa uno strumento per elaborare il lutto e dare un senso al dolore vissuto. È una lettura intensa, drammatica e profondamente toccante. Non è un libro facile, ma è uno di quelli che lasciano un segno e continuano a riaffiorare nella memoria anche dopo aver voltato l'ultima pagina.
“La secondina” è un testo di Nikos Davvetas, edito da Gramma Feltrinelli nel 2026, una forma ibrida che si può collocare a metà tra il romanzo e il memoir.
L’autore parla della madre, che per anni ha lavorato come agente di polizia penitenziaria, e dei suoi ultimi anni, caratterizzati dalla convivenza con il morbo di Alzheimer, malattia che l’ha privata della propria identità. La narrazione risulta frammentaria. L’impressione è che Davvetas abbia volutamente ripescato episodi di vita dal cassetto dei propri ricordi, senza mantenere l’ordine cronologico. Ogni tanto alcune incursioni nei ricordi d’infanzia, attraverso opportuni flashback, riportano alla luce, ma in modo poco approfondito, alcuni aspetti della personalità materna. Il racconto è filtrato dalla voce di chi scrive e, a mio parere, appare evidente la scelta di utilizzare un tono freddo e distaccato, più simile a una cronaca giornalistica che a un memoir.
A parte il finale commovente, non ho trovato l’intensità narrativa che mi aspetto da questo tipo di letture. Davvetas non descrive, se non mantenendosi in superficie, nemmeno il rapporto madre-figlio. La mia impressione è che non abbia avuto la forza di scavare nel proprio io per arrivare a comprendere fino in fondo né i propri sentimenti né quelli materni.
“Quando era piccola, le sue ciglia erano lunghe e incurvate. “Su, dai,” le dicevano. “Chiudi gli occhi, tienili chiusi e facci vedere le tue ciglia. Dai, non aver paura, chiudi gli occhi…” Li ha chiusi. Per sempre. Adesso però riaprili! Riaprili! Il gioco è finito. Riesci a sentirci?”
Non posso dire di aver amato questo libro, ma una cosa mi ha sicuramente colpita: come per una ignobile pena del contrappasso, la donna passa da carceriera a carcerata. Prigioniera, ai suoi occhi, della badante georgiana e del figlio, ma, di fatto, ostaggio della memoria in un tempo che non richiede regole.
Un libro molto doloroso che però non riesci a mettere giù. Un libro che scorre via come i ricordi fuggono dalla mente della madre dello scrittore. ❤️🩹