Decisamente uno dei saggi più avvincenti e interessanti che abbia letto. Russo presenta i risultati di un vastissimo studio sulla scienza e sul pensiero scientifico greco, soprattutto di età ellenistica, strutturandoli su tre binari. Nel primo indaga quale livello avessero già raggiunto i greci e i risultati sono impressionanti, tanto da essere di nuovo raggiunti solo nell’Ottocento: da viti in metallo a orologi con più di trenta ingranaggi, da pompe per il sottovuoto alla descrizione dei nervi, dalla rimozione della cateratta alla misurazione della circonferenza terrestre; insomma, per farla breve in quasi tutti i campi della scienza i greci avevano esercitato la loro intelligenza, pervenendo a farli progredire enormemente (si pensi che erano già arrivati a intuire che gli atomi nei gas fossero più distanti e si muovessero molto di più, correlando inoltre il loro movimento alla temperatura). Ciò che davvero fa venire i brividi è l’acume del loro intuito, la loro capacità di formulare ipotesi vicinissime al vero, pur senza avere gli strumenti scientifici poi impiegati nel ’800-’900 per confermare tali ipotesi, ma ancora più la loro capacità di organizzare tutte le loro conoscenze in un sistema coerente e dotato di precise regole, ossia in un vero e proprio sistema scientifico, regolato persino nella terminologia.
Il secondo binario è quello che si interroga sui motivi per cui tutte queste conoscenze si siano perse, affiancando varie ipotesi, come la segretezza di certe scoperte di natura tecnologica, la distruzione di fonti scritte, ma soprattutto un cambio di mentalità, che portò gli intellettuali successivi a disinteressarsi i tali scoperte (i romani, ad esempio, ritenevano le attività pratiche indegne per i ceti elevati) o, qualora vi si interessassero, a non essere più in grado di comprenderle. Questo aspetto fa sorgere molte riflessioni su quante cose, nella storia, sono perse o mal interpretate per la nostra incapacità di penetrare nel pensiero di coloro che le avevano create (basti pensare che ben poche voci prima di quella di Russo avevano sostenuto l’eccezionale progresso scientifico registrato in epoca ellenistica, indicando piuttosto come età d’oro per queste discipline il periodo classico e quello ellenistico come già in declino, mentre Russo dimostra come, fino ad Aristotele, il pensiero fosse pre-scientifico e le scoperte più avanzate vennero invece fatte in età ellenistica). E la cosa ancora più strana è che molti degli scienziati moderni si sono ispirati a opere greche per le loro teorie rivoluzionarie (come Newton), eppure nessuno si era mai preso la briga di quantificare e precisare cosa già sapessero i greci.
Il terzo binario è appunto quello che connette la scienza moderna/contemporanea a quella greca, misurandone i debiti, le somiglianze e le differenze. Su questo punto impressiona davvero costatare come siano serviti più di1800 anni per tornare al medesimo punto, nonostante tutta la storiografia additi i secoli a partire dal Rinascimento come una continua e progressiva scoperta di nuove conoscenze, evidenziandone la modernità. E ancora, la scienza attuale ha sempre fondato la propria autorità, la propria estrema modernità sul fatto di essere nuova, di essere cioè arrivata a spiegare fenomeni naturali in modo preciso per la prima volta: Russo dimostra ottimamente che non è così e che il nostro tanto decantato progresso, che l’evoluzione culturale della specie umana, sono ben lungi dall’essere lineari e unici, ma anzi sembrano quasi ridicoli confrontati alla capacità di leggere la realtà di una civiltà ritenuta molto più arretrata di noi. Questo è il bello, rimettere tutto in prospettiva, smussare l’arroganza del presente, assumere coscienza di quanto, nel corso della storia, sia soltanto un riscoprire o un perfezionare qualcosa di già esistenze.