Un posto piccolo, una leggenda che parla della fine del mondo, una ragazzina con la pancia e il cuore in fiamme. Un romanzo che si legge d’un fiato, pieno di dolcezza, umanità e magia.
Lea ha diciannove anni, mille domande senza risposta e una vita intera trascorsa in un paesino con quattro strade, una chiesa, un negozio di alimentari e un bosco che non ha mai attraversato. Lea ha tre amici, una sorella con la testa vuota, una madre che si chiama come lei e un padre che sa solo lavorare la terra. Lea ha occhi di campagna e tante cose non le sa, ma quello che sa è utile ovunque. E benché il posto dove è cresciuta sembri sospeso nel tempo, i ragazzi che ci abitano sono più vivi che mai: hanno desideri, speranze, ambizioni. E intorno a loro, un mondo che non è esattamente il nostro vibra di stranezza e vaga minaccia.
È il primo pomeriggio dell’anno, e Lea è seduta a fumare una canna quando incontra uno sconosciuto: l’uomo ha perso il suo cane, vorrebbe addentrarsi nel bosco a cercarlo, ma lei lo trattiene, perché dal bosco nessuno ritorna. E così, fra un tiro e l’altro, in un monologo ipnotico e colmo di tenerezza, Lea gli racconta ogni cosa: perché ieri il mondo è cambiato, perché ieri il mondo è finito.
Con l’eleganza della grande letteratura e il ritmo delle credenze popolari, in questo romanzo Elisa Levi compie un piccolo miracolo: fotografare il momento esatto in cui la vita si biforca, le scelte si fanno più grandi di noi, e sentirsi a casa vuol dire guardare altrove.
Sarà che io in un posto claustrofobico - anche se con il mare - ci sono nata. Sarà che io una persona che continua a vivere come la protagonista la conosco anche. Sarà che io le narrazioni anaforiche le amo proprio.
Elisa Levi costruisce un mondo narrativo in cui si può entrare facilmente e lo fa attraverso il racconto di Piccola Lea, il personaggio più unico fra tutti. I protagonisti ci coinvolgono nel loro mondo come se ne facessimo parte anche noi. Li riconosciamo, simpatizziamo con loro, li perdoniamo per tutto ciò che fanno, anche le cose peggiori, perché capiamo che il loro comportamento è inevitabile: ha a che fare con il paese, con la vita che si sono ritrovati a vivere, loro malgrado, e nella rassegnazione di tutti ci troviamo anche noi che leggiamo, e non riusciamo a capire fino alla fine del romanzo come tirarcene fuori.