Nella loro vita non breve Schönberg e Stravinsky si incontrarono una sola volta, nel 1912, alla Krolloper di fu uno scambio cordiale e pieno di stima, perch. da una parte c’era Petruška e dall’altra il Pierrot lunaire, che qualche giorno dopo Igor avrebbe ascoltato alla Choralion Saal. Passarono gli anni e i due divennero, sia pure con caratteristiche diverse, celebrità, ma non si incontrarono mai più. Si sfiorarono spesso, si intravidero da lontano, ma i contatti si ridussero a qualche dichiarazione un po’ maliziosa, amplificata dai giornali e trasformata in opposizione radicale da seguaci ed esegeti. Oggi la storia di questi due geniali musicisti, che in fondo si sono sempre apprezzati, merita di essere raccontata in maniera più oggettiva. Le loro vicende si svolsero prima a Vienna, San Pietroburgo, Berlino, Parigi, poi a New York, Los Angeles, nel mondo intero. Su questi scenari antichi e moderni risuonano, come voci di un coro, le testimonianze di Richard Strauss, Busoni, Hofmannsthal, Kandinskij, Zweig, Rilke, Werfel, Thomas Mann, Rimskij-Korsakov, Diaghilev, Debussy, Picasso, Gide, Valery, Auden... Musica, pittura, architettura, poesia e meditazioni religiose si propagano fra queste pagine come echi profondi degli scenari dell’esilio, dell’impatto con nuove realtà sociali, delle persecuzioni razziali, della guerra. Enzo Restagno, restituendo come di consueto ai suoi lettori la preziosa atmosfera dei mondi descritti, racconta il Novecento, secolo tormentato che ha visto nascere l’età contemporanea.
Bellissimo libro, e del resto come dubitarne se firmato da Enzo Restagno? Oggetto della trattazione sono appunto Arnold Schoenberg e Igor Stravinsky, due dei grandi padri della musica cosiddetta contemporanea, ancora per certi aspetti non del tutto assimilati dal grande pubblico. Restagno, dopo le stupende monografie su Henze, Petrassi, Berio e via dicendo, compie qualche passo indietro ed arriva a monte della mancata ricezione di questa parte della musica. E lo fa con i due autori feticcio per eccellenza, divenuti feticcio - va detto - sia per la loro incontestabile grandezza che per i malintesi che hanno da sempre generato (vedi Adorno). Per chi è partito, come il sottoscritto, dalla visione fortemente astringente di Adorno e accoliti, è interessante osservare come il rapporto tra i due sia stato nella realtà più pacifico di quanto si possa pensare. Veramente di un'amicizia mancata si tratta, poiché entrambi rispecchiano volti diversi dello stesso disagio e hanno compiuto ricerche distinte, parallele ma sicuramente nella stessa direzione. Inquadrati i due rispettivi artisti nel loro clima culturale, con tantissimi riferimenti all'arte pittorica (quasi metà libro è una storia dell'arte pittorica del novecento), effettivamente si potrebbe leggere anche come romanzo, sebbene non di finzione. Tuttavia, per chi si interessa maggiormente di questioni musicali, ecco che su alcune opere l'autore si sofferma, le descrive minuziosamente (non ricordo esempi musicali pentagrammati) e con argute parole invita ad ascoltarle con attenzione ed intelligenza, trasmettendo sempre grande passione. Azzeccatissima la foto di copertina (un fotomontaggio, va detto): al termine delle vicende, sembra proprio che Stravinsky faccia dell' "amico" se non un'icona, almeno un santino! Mi sorprende che nelle pagine finali, di bibliografia critica, non venga ricordato il breve "Compagno Stravinsky" di Massimo Mila. Ma si è troppo occupati a mangiarsi le mani vedendo che i maggiori contributi stranieri sull'opera di Schoenberg non esistano in traduzione italiana..