«Vi siete mai trovati a cena con qualcuno che comincia a parlare di Israele, e vorreste fuggire in un’altra stanza?» chiede Daniel Sokatch all’inizio del libro. Quando si parla di Israele e di Palestina, per alcuni è facile avere un’opinione immediata, mentre per molti è quasi impossibile affrontarne la complessità. Ma la ricerca di una sola sintesi facile è il modo più sbagliato di conoscere, capire e giudicare quello che è successo e che sta succedendo. Sokatch, da anni alla guida del New Israel Fund, un’organizzazione dedicata all’uguaglianza per tutti gli abitanti di Israele, ebrei o arabi che siano, lo sa bene. La domanda che tutti gli fanno più spesso è: «Puoi spiegarmi la questione di Israele in dieci minuti, o anche meno?» Questo libro è un tentativo di risposta che si prende il tempo necessario: racconta la storia di Israele e gli sviluppi dello scontro e della convivenza fra due popolazioni che si percepiscono – e nei fatti lo sono – entrambe vittime di avvenimenti storici più grandi di loro. Sokatch cerca di far capire anche le crisi più recenti attraverso il racconto di una storia di cui è sempre difficile collocare l’inizio, e poi degli sviluppi della seconda metà del Novecento e dell’inizio di questo millennio, che l’informazione internazionale ha spesso trascurato salvo trovarsi poi a dover indagare emergenze improvvise. La storia di Israele è ormai fatta di moltissimi passaggi e Sokatch spiega perché Israele e il conflitto israelo-palestinese ispirino emozioni così contrastanti, perché Israele attragga così tanti sentimenti e giudizi assoluti, spesso fanatici in opposte direzioni: mettendo in fila e in ordine le loro complessità, il lavoro di chi ha cercato delle soluzioni e quello di chi le ha demolite. Per parlare di Israele è una lezione di storia e di attualità avvincente da leggere malgrado i drammi che attraversa, e che aiuta a capire quello che succede, a discuterne, e a scegliere cosa proteggere e cosa criticare.
"Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui”; titolo originale:” Can We Talk About Israel? – A Guide for Curious, Confused and Conflicted”; di Daniel Sokatch, traduzione di Marinella Magrì; edizioni Iperborea; Isbn 978-12-8172-912-4.
Un libro del quale se ne sentiva estremamente bisogno di questi tempi; personalmente ne raccomando fortemente la lettura.
Senza tanti fronzoli né ipocrisia, tentativi di autogiustificazione o, all’opposto, melenso buonismo, l’Autore fa un punto estremamente equilibrato e sagace della situazione attuale in Palestina, sia relativamente ai rapporti fra palestinesi e Israele, sia rispetto alla deriva autocratica presa dalla società israeliana.
Il Saggio ripercorre parallelamente la storia di Israele e del popolo palestinese a partire dai primi insediamenti ebraici di fine Ottocento fino ai giorni nostri, mettendo in luce, con raro equilibrio, meriti e colpe di entrambe le parti ed evidenziando, tra l’altro, il progressivo spostamento a destra dell’assetto politico della società israeliana.
Particolarmente deprimente è la precisa rendicontazione delle occasioni perdute per pervenire ad una soluzione equa per entrambi i popoli, mancate spesso per sfortuna, incapacità delle leadership di entrambe le parti in causa, o per cinici calcoli politici di fazione spesso minoritarie.
Illuminante e da tener sempre presente il “trilemma strategico di Israele” di Yitzhak Rabin”, riportato nel Saggio, e che qui riproduco sulla base di una citazione da “Micromega”, che esemplifica le variabili che questo grande leader considerava inconciliabili: 1) Mantenere uno Stato ebraico (demograficamente e culturalmente ebraico). 2) Mantenere uno Stato democratico (con pieni diritti di cittadinanza per tutti i residenti). 3) Mantenere il controllo sull'intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo (compresa la Cisgiordania). Rabin comprendeva che, nel lungo periodo, Israele poteva sceglierne solo due su tre: 1) Se Israele avesse mantenuto tutto il territorio (3) e fosse rimasto democratico (2), avrebbe smesso di essere a maggioranza ebraica a causa dei tassi di natalità palestinesi (inconciliabile con 1). 2) Se avesse voluto mantenere uno Stato ebraico (1) su tutto il territorio (3), avrebbe dovuto privare i palestinesi dei diritti democratici (inconciliabile con 2). La soluzione di Rabin, concretizzata negli Accordi di Oslo, era cedere parte del territorio (rinunciare al punto 3) per preservare sia la natura ebraica che quella democratica dello Stato (1 e 2). Si sa purtroppo però come, per adesso, le cose sono andate a finire.