2 giugno 1946, l'Italia diventa una repubblica e per le donne comincia un nuovo tempo. Con il suo stile inconfondibile, impertinente ma rigoroso, Serena Dandini scrive l'avventura delle Madri costituenti che sono state protagoniste di quel momento. Un'«affettuosa genealogia» dove trovano posto anche intellettuali e artiste che le hanno precedute o che ne hanno raccolto il testimone.
Dei 556 deputati che all'indomani della guerra compongono l'Assemblea costituente - eletta da milioni di italiani e, per la prima volta, di italiane - soltanto 21 sono donne. Donne caparbie, intrepide e schiette, diversissime per origine, carattere e appartenenza politica, ma accomunate da una convinzione la democrazia, senza la metà femminile del mondo, è una promessa scritta a matita. Sono figure straordinarie, spesso dimenticate, che hanno combattuto e versato sangue, guidato lotte operaie, fondato giornali e movimenti politici per ottenere diritti a lungo negati. Serena Dandini le riporta alla luce in un libro appassionato che coniuga impegno civile e ironia, lungo un percorso in cui accanto alle Madri costituenti sfilano attiviste instancabili, donne di spettacolo capaci di dar voce a desideri e ribellioni, nonché giudici e parlamentari che hanno trasformato le battaglie in leggi. Tutte loro hanno contribuito a incrinare abitudini e pregiudizi degli italiani, rendendo possibile il cambiamento culturale da cui è germogliata una rivoluzione lenta, faticosa, tuttora ostacolata, ma irreversibile.
«Sapere che prima di noi altre donne hanno pensato, osato, sbagliato, resistito è ciò che rende possibile immaginarsi altrove rispetto al posto che ci è stato assegnato. Mai come adesso abbiamo bisogno di rimettere in circolo la passione sociale che ha animato le battaglie di queste pioniere della democrazia».
Serena Dandini, all'anagrafe Serena Dandini de Sylva (Roma, 1954), è una conduttrice televisiva, scrittrice e autrice televisiva italiana. Ha ideato e presentato programmi cult come La tv delle ragazze, Avanzi, L’ottavo nano e Parla con me. Con Rizzoli ha pubblicato diversi libri tra cui Dai diamanti non nasce niente, Ferite a morte, da cui è stata tratta una pièce teatrale rappresentata in tutto il mondo, e Avremo sempre Parigi (Premio Cesare Pavese).
Un testo che mancava. Abbiamo avuto delle grandissime donne che hanno combattuto, anche in politica, per i diritti dei quali godiamo oggi, ingiustamente dimenticate. Dovremmo essere loro molto più riconoscenti. Bravissima e chiara la Dandini, la prefazione di Michela Ponzani è un valore aggiunto. Dovrebbero leggerlo sicuramente tutte le donne e soprattutto le mamme dei maschi…. C’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto educare e non cedere ai pregiudizi o ai soprusi.
Che dire? Leggetelo! Niente di nuovo, ma pare che nessuno se lo ricordi!
Oltre alla bravura dei protagonisti [del film Roma città aperta], a colpire al cuore è proprio quella Roma devastata dalla sofferenza e dalla povertà, simbolo di un intero Paese abbandonato alla deriva da una dittatura vigliacca. Il Duce, dopo aver trascinato i suoi cittadini in guerra provocando morti e miseria, ora collaborava con i sanguinari aguzzini del Führer che li tormentavano senza pietà. Questo deve essere lo scenario che appare agli occhi di Adele Bei il 18 agosto 1943 mentre cammina in lungo e in largo per la capitale [...] Quando ho visto per la prima volta il film in tv ero una ragazzina, ma ho subito capito ciò che un paragrafo striminzito sul libro di storia delle medie non mi aveva spiegato. È un vero esercito quello formato dalle donne negli anni Quaranta e anche se non hanno la divisa sono pronte a combattere: sono tante, tutte diverse tra loro per estrazione, classe sociale e orientamenti politici e religiosi. Sono le madri a cui dobbiamo la nostra libertà. Sono popolane, borghesi, intellettuali, impiegate, studentesse, semplici cittadine italiane che finalmente vogliono contare, fare parte del cambiamento e, soprattutto, costruire un futuro in cui non saranno piú ai margini della società. [...] Mi chiedo con quale forza sia andata avanti, il cuore in frantumi all’idea dei figli lontani e del compagno rinchiuso in un campo di concentramento. Eppure non è un’eroina, come non lo sono Clorinda né tutte le altre che scoprirete in queste pagine, ma solo una persona normale che, davanti all’eccezionalità del momento, ha deciso di non rimanere a guardare.
In un bellissimo Discorso sulle donne uscito nel 1948 su «Mercurio», rivista che Alba de Céspedes ha fondato e diretto, Natalia Ginzburg ha scritto che «le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitú sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo…» Però – le risponderà Alba – è proprio lí che sta la nostra forza, poiché ogni volta che cadiamo in quegli abissi di insicurezza e fragilità in cui la storia fa di tutto per gettarci, «nel riaffiorare portiamo in noi esperienze tali che ci permettono di comprendere tutto quello che gli uomini – i quali non cadono mai nel pozzo – non comprenderanno mai».
Non stupisce che tuttora ci tocchi assistere a episodi offensivi in aule comunali e non solo, dove politiche elette vengono zittite con arroganza e maleducazione da chi continua a considerarsi superiore e con licenza di mansplaining. O, in italiano, minchiarimento. - Minchiarimento mi pare eccezionale!!!
Contro questa legge fondamentale [voto alle donne] aveva remato fino all’ultimo una propaganda serrata, fatta non solo delle solite vignette sarcastiche, ma anche da editoriali altisonanti. Solo un anno prima, per esempio, «Il Resto del Carlino» titolava: Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne. Come spesso accade ancora oggi, quando si vogliono sminuire le rivendicazioni dei diritti piú elementari c’è sempre qualcos’altro di piú importante di cui parlare.
In sintesi «la donna-prostituta è la salvaguardia della donna-madre», come affermano le teorie scientifiche piú in voga. Lo ribadisce anche Indro Montanelli in Addio, Wanda!, accalorato libello a difesa delle case di tolleranza scritto un anno prima dall’approvazione della legge, in cui definisce l’Italia un Paese di «tette e bandiera». Il giornalista, in un excursus tra il sarcastico e il nostalgico, dichiara senza mezzi termini: «In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio, basato su tre fondamentali puntelli: la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia. Perché era nei cosiddetti postriboli che queste tre grandi istituzioni trovavano la piú sicura garanzia». Il che la dice lunga su queste tre grandi istituzioni.
«Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora la piú sovversiva», affermava sicura Michela Murgia, nostra «matrigna» della patria che tanto ci manca [...] Per secoli le femmine dalla parlantina sciolta, pronte a ribadire le loro ragioni e le loro idee, sono state considerate linguacciute, pettegole, saccenti, petulanti, stridule, sguaiate, aggressive e decisamente isteriche: «Un uomo che dissente è una voce coraggiosa che non le manda a dire, mentre una donna che dissente è una rompipalle che ha sempre da ridire su tutto».
Sono andata a ripescare un articolo che Teresa [Noce] ha scritto in un momento molto delicato della sua storia. Si intitola Imparare a dire no ed è uscito su «l’Unità» del 13 ottobre del 1955. È un pezzo che meriterebbe di entrare nei libri di scuola e, se mai ci saranno, nei corsi di educazione sessuo-affettiva, magari senza il permesso dei genitori. Inizia cosí: «Proprio perché si parla ancora della necessaria e ineluttabile sottomissione della donna all’uomo; proprio perché si continua a teorizzare, da diverse parti, sulla pretesa inferiorità della donna in confronto dell’uomo nel campo del lavoro, della scienza, dell’economia, della politica, crediamo che sia utile affermare, da parte nostra, che l’emancipazione femminile comincia dal NO della donna. Imparare a dire di no: ecco il primo necessario passo per affermare la propria personalità, per sottrarsi alle condizioni di appendice dell’uomo in tutti i campi». Siamo alla metà degli anni Cinquanta e questo invito a dire no è di una modernità incredibile - sic e sig! Per Teresa la chiave della vera rivoluzione sta tutta lí, nell’imparare con audacia a dire no a chi vorrebbe continuare a sottometterti: dire no al padrone, al capoufficio, al marito e anche agli uomini del partito, se il diniego serve a mantenere intatta la propria dignità e libertà di opinione.
n fondo, le regole di comportamento dei comunisti non sono cosí dissimili da quelle dettate dalla morale cattolica: le unioni fuori dal matrimonio sono condannate e i principî a cui gli iscritti devono attenersi sono stringenti quanto quelli dei «seminaristi».
Quando il figlio [Luigi Longo] le chiede perché non vuole dare il suo consenso [al matrimonio con Teresa Noce], la madre di Longo non ha dubbi, non la considera all’altezza ed esplode in quello che è un insulto, piú che un rifiuto: «Perché è brutta, povera e comunista!»
Teresa, come le sue compagne, non vuole privarsi della maternità, sta lottando con tutte le sue forze per costruire un mondo migliore e nel futuro ideale che immagina le donne non dovranno piú rinunciare ai figli per inseguire i loro sogni. Forse è difficile da comprendere il desiderio tenace di tenere assieme tutto, il pane e le rose, le azioni sempre piú azzardate e la gioia della famiglia, eppure è proprio questo tratto – che oggi può sembrarci spericolato – a rendere le nostre madri cosí speciali e moderne. L’eredità che vogliono lasciare ai loro ragazzi è un Paese democratico, un dono piú prezioso di qualsiasi ricchezza materiale.
Negli anni Trenta la classe operaia è ai limiti della sopravvivenza: disoccupazione, miseria e le continue minacce di ulteriori riduzioni salariali incombono come una scure sul futuro delle famiglie. Per le lavoratrici nelle fabbriche la situazione è ancora piú disperata: sottopagate e sfruttate, spesso non si occupano di politica (considerata «cosa da uomini»), tanto che molte non hanno neanche la percezione di possedere dei diritti.
Anche se per lei [Mina], applaudita in tutto il mondo, fu forse piú facile infrangere le regole, dobbiamo comunque riconoscerle l’audacia di un gesto che dimostrava – come spesso succede pure adesso – quanto il Paese fosse piú avanti delle leggi che volevano costringerlo all’immobilità.
Anche in questo frangente la nostra Leonilde Iotti, armata di santa pazienza, sottolineava l’ipocrisia dei suoi colleghi, ricordando i tanti annullamenti della Sacra Rota e sottolineando che «la Chiesa stessa non aveva mai fatto questione, nelle sue sentenze di nullità del matrimonio, della presenza dei figli. Aggiungo, infine, che la condizione dei figli in una famiglia tenuta insieme per forza, dove la violenza o, peggio – dico peggio – l’indifferenza sono alla base dei rapporti dei coniugi, è la peggiore possibile, e causa la devastazione della loro personalità».
Ci sono libri che ti fanno venire voglia di sederti comoda, come quando si ascolta una storia di famiglia raccontata da qualcuno che sa guidarti all'interno di una narrazione appassionata.
Serena Dandini mi ha accompagnata con delicatezza tra le vite delle donne che hanno costruito la nostra Repubblica. Leggendo, mi sono ritrovata a sorridere, commuovermi, pensare che quelle voci forti, ostinate e generose meritavano davvero di essere ascoltate.
Dandini costruisce quella che definisce una “affettuosa genealogia”: un racconto che intreccia biografie, testimonianze e vicende personali per riportare alla luce figure spesso relegate ai margini della memoria pubblica.
Non è un saggio accademico né un'opera di narrativa pura, ma un libro che si muove in quello spazio ibrido, sempre più frequentato nell'editoria italiana recente, in cui la divulgazione storica si veste di linguaggio narrativo per arrivare a un pubblico più ampio possibile. Un'operazione che ha l'evidente valore civile di restituire nomi, volti e storie a chi è rimasto ai margini dei manuali scolastici, in un momento storico in cui il tema della memoria della Resistenza torna periodicamente al centro del dibattito pubblico. Sento profondamente l'importanza di non lasciare che la nostra memoria storica continui ad essere raccontata da un solo punto di vista e che venga finalmente restituita dignità e giustizia al contributo storico, sociale e culturale femminile.
Il lavoro di ricerca dietro al libro si sente, ed è probabilmente il suo pregio maggiore; la cura usata da Dandini è evidente e il risultato è un testo che scorre piacevolmente e che si legge con interesse costante, nonostante la sua frammentarietà, peraltro dichiarata dall'autrice stessa. La scrittura è accessibile, mai compiaciuta, ma tende ad un certo appiattimento di linguaggio, soprattutto nei tempi verbali. È un fenomeno che noto in buona parte della narrativa italiana contemporanea, soprattutto divulgativa, la tendenza al presente storico, a periodi brevi, a un lessico che punta sulla chiarezza immediata più che sulla stratificazione. Funziona bene per la leggibilità, ma sacrifica quella densità che fa la differenza.
"Paura non abbiamo" non è un caso letterario, né aspira probabilmente a esserlo. È però un libro necessario, che assolve con onestà, passione e affetto a un compito importante: restituire dignità e visibilità a chi ha contribuito a costruire la Repubblica italiana e che la storia ha troppo spesso relegato ai margini.
Anche solo per questo, è una lettura che vale la pena consigliare.
Ben fatto, l'ho comprato e lo sto leggendo proprio in corrispondenza della festa del 2 giugno 2026, traccia il profilo delle 21 Madri Costituenti (di varia estrazione politica) che hanno partecipato attivamente al concepimento della nostra Costituzione e sono rimaste a vario titolo fino agli anni '60-'70 protagoniste della vita politica italiana.
Racconta anche l'evoluzione della società italiana stessa nel dopoguerra in senso favorevole alle donne, con tutta la loro fatica però per rompere vecchi schemi che fino alla guerra le avevano viste relegate in un angolo.
Scorrevole, completo e ben documentato.
Ho trovato pazzesco l'elenco di cose "negative" che le donne non potevano fare nel ventennio...non sapevo nei particolari un sacco di situazioni...e mi sembra inverosimile che una siffatta situazione risalga solo a una ottantina di anni fa. Purtroppo poi le inibizioni che ci sembrano incredibili sono continuate fino agli sessanta (ingresso in magistratura ad es.)...ad elencarle tutte fa impressione. Che difficile cambiare la mentalità! Ma quanti cambiamenti sono riuscite a introdurre le nostre beniamine! E alle volte lottando "con le unghie e con i denti "...
Perciò ritengo necessaria la lettura di questo libro per noi (nate negli anni '50) ma ancor di più per le ragazze di oggi che lo riterranno ancora più incredibile...ma è tutto vero!
Adottatelo nelle scuole!
Viva Serena Dandini e il suo stile garbato, la sua ironia e leggerezza nel trattare argomenti tanto pesanti...(ma il suo è "pugno di ferro in guanto di velluto!")
È un vero esercito quello formato dalle donne negli anni Quaranta e anche se non hanno la divisa sono pronte a combattere: sono tante, tutte diverse tra loro per estrazione, classe sociale e orientamenti politici e religiosi. Sono le madri a cui dobbiamo la nostra libertà. Sono popolane, borghesi, intellettuali, impiegate, studentesse, semplici cittadine italiane che finalmente vogliono contare, fare parte del cambiamento e, soprattutto, costruire un futuro in cui non saranno piú ai margini della società.
Necessario, illuminante e folgorante! Focalizzato, secondo me, su un aspetto della storia di cui troppo spesso non ci curiamo abbastanza. Un riscatto per quelle donne che vengono dimenticate ma che come gli uomini hanno costruito i pilastri su cui si poggia la nostra Repubblica. Racconto (con la R maiuscola) di Serena Dandini a tratti anche umoristico e beffardo. Emoziona come un romanzo. Sono riuscito ad immergermi persino nelle citazioni dei discorsi in parlamento e assemblea costituente. ESTREMAMENTE consigliato!
Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Maria Agamben Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angela Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
Sono le 21 Madri Costituenti protagoniste del libro di @serenadandini, che dal 2 giugno 1946 hanno costruito la storia della Repubblica Italiana.
Le vite, le storie, le lotte, l'impegno politico e sociale, il più delle volte a favore dei più deboli, delle donne e soprattutto della pace. Ogni vita sarebbe degna di un film, un romanzo dedicato.
Un libro, di quelli belli belli, che mi ha incuriosita, emozionata e fatto riflettere su quanto si possa lottare per difendere i valori dell'equanimità, della giustizia e del femminismo, quanto mai necessario ancora oggi.
Un testo che dovrebbero leggere tutti, io lo inserirei come lettura scolastica consigliata, perché aiuta a far sentire la "Storia", quella con la S maiuscola, vicina a noi, e non solo come un mero elenco di date, fatti e luoghi.
Sebbene che siamo donne Paura non abbiamo abbiamo delle belle buone lingue e ben ci difendiamo...