Ho letto questo saggio con molto interesse - soprattutto la parte della prefazione scritta da Donna Tartt - ma, allo stesso tempo, con una crescente sensazione di distanza. È uno di quei saggi che costringono a prendere posizione, difficilmente si resta indifferenti davanti a una tesi così netta sull'arte, sulla cultura e sul rapporto tra creazione artistica e politica. Martel, scrittore, saggista e regista canadese, costruisce un'appassionata difesa dell'arte come esperienza che sfugge all'utilità, all'ideologia e al mercato. Fin qui abbiamo un concetto abbastanza basico molto condivisibile. La sua distinzione tra arte e artificio è il cuore del libro: da una parte l'opera autentica, capace di metterci in contatto con qualcosa di irriducibile e misterioso; dall'altra i prodotti culturali che cercano di persuadere o orientare il consenso. È una riflessione che dialoga con autori diversissimi, da Oscar Wilde a Jung, da Joyce a Deleuze, e che all'estero è stata apprezzata soprattutto per la sua capacità di riportare il discorso estetico su un terreno quasi spirituale, lontano sia dal consumismo culturale sia dalla riduzione dell'arte a semplice messaggio politico. Eppure è proprio qui che ho iniziato a non seguirlo più. Mi sono ritrovata d'accordo con molte osservazioni di base: l'idea che non tutto debba essere valutato in termini di utilità, che il consenso non coincida con il valore artistico, che la logica algoritmica e commerciale tenda a privilegiare ciò che è immediatamente riconoscibile e consumabile. Sono riflessioni che condivido e che considero ancora necessarie. Dove invece il libro mi ha lasciata perplessa è nella sua tendenza a separare in modo così netto l'arte dalla politica e dalla cultura. Martel insiste sull'idea che la vera arte preceda le ideologie e perfino le strutture culturali che la producono. È una posizione affascinante, ma che mi è sembrata spesso troppo assoluta. Ho avuto l'impressione che, nel tentativo di salvare l'arte dalla strumentalizzazione politica, finisca per sottovalutare quanto ogni opera nasca comunque dentro un contesto sociale, economico e storico. Paradossalmente, molte delle citazioni riportate nel libro mi convincevano più delle conclusioni che Martel ne traeva. Mi è capitato più volte di sottolineare una pagina per una frase di Wilde, Deleuze o Joyce e poi di non riconoscermi nell'interpretazione proposta dall'autore.
Arte è il nome che abbiamo dato alla risposta primordiale dell'umanità al mistero dell'esistenza.
In questo lucidissimo saggio, Martel, voce sonante nel panorama filosofico attuale, costruisce un manifesto di cui ognuno di noi dovrebbe fare un monito: salvare l'arte dall'artificio; proteggere le manifestazioni estetiche, che per loro stessa natura sono tentativi di liberare l'ignoto, il misterioso, l'ambiguo, e dunque la parte più vera e perturbante della vita, dall'ingerenza della finta arte, ossia dell'arte piegata dalle forze politiche, economiche e culturali che cercano di manipolare e indirizzare il nostro rapporto con essa, riducendola a mero intrattenimento precostituito e finalizzato al preciso scopo di farci produrre giudizi guidati. Se l'arte ci vuole svegliare, illuminando gli angoli bui e le crepe della nostra esistenza (e natura) per farci sviluppare una visione autentica e soggettiva del Reale, l'artificio ha un unico scopo: manipolare la nostra esperienza estetica della vita. Come? Una delle strategie più comuni, utilizzata dai prodotti di consumo mainstream - tra tutti, il più emblematico è Avatar - è usare la bellezza dell'ordine e dell'armonia, utilizzare immagini e concetti noti e facilmente riconoscibili al fine di rassicurarci e scatenare in noi reazioni prevedibili, giudizi già fabbricati da qualcun altro.
L'appello di Martel per contrastare tale fenomeno si muove in due direzioni: verso gli artisti, affinché ritrovino una dimensione idiologica, personale, all'interno della quale dare vita alla propria arte; ripristinare quella connesione con la sacra follia dell'immaginazione. Dall'altra, Martel si rivolge a tutta l'umanità. Ogni essere umano, in quanto creatore di esperienze estetiche, nel corso della propria vita è a tutti gli effetti un artista. Abbracciare pienamente la propria natura, sentirla, significa dunque essere disposti a lasciarsi stupire dal nuovo, dal diverso, da ciò che ci spaventa e ci angoscia. Solo così possiamo salvaguardarci dalla deriva spersonalizzante e artificiale nella quale stiamo sprofondando, come popoli e come specie. Martel attualizza il suo discorso, parlando di intelligenza artificiale e social network come strumenti per eccellenza dell'artificio, in quanto non fanno altro che connetterci con una dimensione costruita, e dunque parziale e aliena, della realtà. Il solo modo per arrestare questa deriva è ripartire dal sé; il vero cambiamento, sostiene infatti Martel, che abbia una risonanza di massa deve partire dal singolo: è con il ritorno all'importanza dell'individualità - e non individualismo - dell'esperienza personale come visione autentica, alla centralità della sensibilità, che si può recuperare un rapporto sano con la natura e immaginare un futuro da costruire.
In tempi cupi come questi, dove la vita sembra essersi trasformata in una gigantesca nube tossica che minaccia di soffocarci da un momento all'altro, questo saggio rappresenta una vera e propria boccata d'aria. Al di là della sua potenza filosofica, ho apprezzato moltissimo gli innumerevoli spunti di approfondimento, rimandi ad altre opere (saggi, teorie filosofiche, film, libri, racconti, documentari), che ho visto come un tentativo di aprire gli orizzonti di gusto del lettore verso nuove esperienze, più complete, più vere. Di ripristinare quella sana meraviglia di fronte al lato nascosto della vita, che solo l'arte sa simboleggiare così bene, che ci rende davvero umani.
Quasi chiunque in passato è stato meravigliato da almeno un'opera d'arte, anche se per qualcuno può essere successo solo in gioventù, prima che il mondo gli allacciasse addosso la corazza di responsabilità adulta che soffoca qualsiasi sogno.