La psicologia non è (mai stata) una scienza neutrale. Come ogni sapere che nasce all’interno di una società, prende forma dentro visioni del mondo, rapporti di potere e contesti storici specifici. Nel momento stesso in cui descrive la mente e il comportamento umano, contribuisce anche a definire cosa consideriamo normale o patologico, accettabile o deviante. Attraverso cinque assi – razzializzazione, classe, genere, soggettività LGBTQIA+ e neurodivergenza – Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo ricostruiscono come la psicologia abbia talvolta contribuito a imporre norme sociali e culturali, rivestendole di un’apparente oggettività statistica e producendo stigma e marginalizzazione per intere categorie di persone. Interrogare criticamente la disciplina non significa negarne il valore, ma cercare un orizzonte condiviso tra clinica, ricerca e movimenti sociali, per costruire insieme forme più giuste di cura, relazione e società.
Questo è un libro che, secondo me, potrebbe essere inserito tra le letture obbligatorie di ogni facoltà di psicologia.
La sua tesi è solo apparentemente provocatoria: la psicologia, infatti, non si limita a descrivere mente e comportamento umani, ma contribuisce attivamente a stabilire ciò che consideriamo "normale" o patologico, sano o disfunzionale, meritevole di cura o correzione. Ed Eleonora Marocchini e Federico Dibennardo ci mostrano come tanto la ricerca scientifica quanto la pratica clinica siano inevitabilmente influenzate dal contesto storico, culturale, economico e politico in cui nascono e operano.
Il saggio affronta questioni molto diverse: da bias e criticità della ricerca scientifica e dell’uso normativo della statistica fino allo sguardo coloniale, le disuguaglianze sociali, la patologizzazione delle donne, delle persone LGBTQIA+ e neurodivergenti. Questo approccio critico non si traduce, però, in un rifiuto della psicologia, né tantomeno della scienza. Al contrario, richiede loro maggiore rigore, autoconsapevolezza e responsabilità rispetto agli effetti concreti che producono sulle vite delle persone.
A dare ulteriore forza al libro sono anche i contributi collocati alla fine dei capitoli, nei quali prendono parola persone che vivono sulla loro pelle alcune delle forme di marginalizzazione analizzate: razza, classe, genere, soggettività LGBTQIA+ e neurodivergenza.
È un volume denso e ambizioso ma scritto in modo chiaro e sostenuto da un’ampia documentazione scientifica. La conclusione secondo cui "la psicologia dovrebbe essere intersezionale e anticapitalista" non convincerà certamente chiunque. Ma il fatto che gli autori dichiarino apertamente il proprio posizionamento, invece di presentarlo come neutrale, rende più trasparenti le loro intenzioni e permette un confronto più onesto.
Una lettura importante non solo per chi fa clinica o ricerca ma anche per chi si trova "dall’altra parte della scrivania", come paziente, e più in generale per chiunque voglia interrogarsi criticamente su come costruiamo e utilizziamo concetti come "normalità", sofferenza e cura.