Tutto attorno però ribolliva la vita, tutta piena di realismo socialista. Dietro la parete l’idraulico Berendeev picchiava la moglie. Sotto le finestre schiamazzavano gli ubriaconi. Il direttore dello studio televisivo era un dichiarato antisemita. E i Lerner decisero di emigrare. Tanto più che in quel periodo emigravano in molti.
All’inizio sono rimasta spiazzata, mi aspettavo un’opera seria e invece si presenta come un’opera buffa, sgangherata, ironica, dal linguaggio quotidiano e schietto. Ma poi, tra una gag e l’altra, affiora la malinconia, il nonsenso della vita, struggente. Nella comunità di immigrati russi del Queen di New York, intorno alla Centottava strada di Forest Hills, ritratta con affettuoso umorismo, alla fine degli anni Settanta sbarca Marusja, bella ragazza emigrata dall’Unione Sovietica senza un perché. Si ritrova al centro di una comunità di espatriati, dissidenti, sovversivi che si arrangiano per tirare avanti e che la corteggiano senza speranza; fra questi c’è anche lui, lo scrittore Dovlatov. 'Tutta la nostra via stava in ansia a vedere come si sarebbero evoluti gli eventi; queste son cose, si sa, che qui da noi si prendono sul serio'. Marusja però finirà per scegliere un sudamericano ancora più spiantato e strampalato di loro. Perché? Così, per cambiare. A metà strada mi sono finalmente ricordata che io questo Dovlatov già lo conosco, avendo letto con molto piacere 'La valigia'. Il povero Dovlatov ha avuto successo soprattutto dopo morto, ed è morto a soli 49 anni, alcolizzato. Leggerò altro, merita.