“Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Così si chiede al viandante-narratore nelle terre dei padri. Il viandante procede con il passo dell’iniziato, lo sguardo affilato, la memoria popolata di storie. E le storie gli vengono incontro nelle vesti di figure, ciascuna portatrice di destino, che hanno il compito di ispirati accompagnatori. Luoghi e personaggi suonano, con i loro “stortinomi”, immobili e mitici, immersi in un paesaggio umano e geografico che mescola il noto e l’ignoto. Scatozza “domatore di camion”, Mandarino “pascitore di uomini”, la Totara, Cazzariegghio, Pacchi Pacchi, Testadiuccello, Camoia, la Marescialla: ciascuno ragguaglia il viandante, ciascuno lo mette in guardia, ciascuno sembra custode di una verità che tanto più ci riguarda, quanto più è fuori dalla Storia. Il viandante deve misurarsi, insieme al lettore, con un patrimonio di saggezza che sembra aver abbandonato tutti quanti si muovono per sentieri e strade, sotto la luna, nella luce del meriggio, accompagnati dall’abbaiare dei cani. E poi ci sono la musica e i musicanti. La musica da sposalizio, da canto a sonetto, la musica per uccidere il porco, la musica da ballo per cadere “sponzati come baccalà”, la musica da serenata, il lamento funebre, la musica rurale, da resa dei conti. Vinicio Capossela ha scritto un’opera memorabile in cui la realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso grandioso, epico, dell’umana esistenza, di un passato che torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro caos.
…e si riprende il viaggio. Parole come sassolini, frasi intere ad indicare la via, domande da porre, mondi da immaginare che sono risposte. “Chi siete? A chi appartenete? Che andate cercando?” Bravo ‘Vinicienzo’ a seminarli lucenti dietro di te, man mano che ‘ausculti’ il terreno. Sguardo verde, bavero alzato, cappello di lana di pecora, capitolo dopo capitolo, mito dopo leggenda, anima dopo personaggio, creatura dopo mostro, ne lasci cadere uno alla giusta distanza: né troppo vicino, né troppo distante da te. Non vicino perché siamo presenza disturbante il tuo discorso interiore e la tua ricerca, ma nemmeno lontano perché non dobbiamo confondere il tuo sassolino con uno di quei ‘pescuni’ sulla strada, bianchi di neve e sole, che disseminano la terra d’Irpinia. “Ma voi chi siete? A chi appartenete? Che andate ascoltando?” E rimango lì, al confine di queste mie terre (anche mie, certo!): se scavallo quel monte ti trovo, se non lo faccio non capisco. Trovarti e non capire potrebbe essere tutt’uno, questo è l’effetto che fa il tuo dire: si può solo ascoltare da lontano e chiedere: “Chi siete? A chi appartenete? Di cosa mancate?” E non ti fermerai, come non si fermano le tue visioni, per ogni refolo di vento mosso da quelle eoliche, per ogni ombra di spiga di grano o foglia di fronda che ascolterai lontano. Fino alla Cupa, dove sarai sciamano e iniziato: “Di dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” Il libro, già, dimenticavo dove sono! E’ un libro pieno di sassi, ve l’ho già detto e pieno di domande come questa: “Chi siete? A chi appartenete?”, con un’urgenza sospetta… E’ un libro che completa, chiude, sigilla e suggella la storia umana di questo ‘cappellaio matto’, dalle rime ritorte, dalle musiche storte, per caso viandante in una vita d’emigrante del pensiero. Ossessionato da l “Chi siete? A chi appartenete? Che andate cercando? “ ancora a pag. 72… In un viaggio che fa da sempre, su quella macchina s-valvolante , tipo la trebbiatrice del Tenente, mostro che ricordo su aie gialle di afa e pulviscolo, di uomini attorno e bambini in girotondo. “Chi siete? A chi appartenete? Che andate cercando? “ Dovevi finirlo questo libro, certo, per preservare quel luogo della memoria anche infantile che ancora ti rincorre, forse ti soccorre, ma che devi lasciare andare come quell’inchiostro che si mescola all’acqua gelida della fontana. Basta libri così, perché vorrebbe dire non aver più inizio, non ricominciare, essere stati solo ieri, senza Siensi. Ora lo hai finito, hai trovato la tua musica e i tuoi musicanti, c’è stato uno sponzale, il vecchio sposo ne è morto, hai incontrato il tuo Primo e il tuo Doppio: ora basta. Tutti quei compagni di Cumversazioni, quei nomi, quelle ‘ngiurie’, quelle ‘nnomine’, quelle nenie, quelle storie attorno al fuoco e quei vicoli e quei sassi vuoti e queile voci fantasma…chi sono? A chi appartengono? Cosa vanno cercando? Il libro, sempre il LIBRO, accidenti! Il libro è stato anche il mio ritorno alle origini perché dopo quel confine, quelle pale, quel ‘Saetta’ci sono anche le mie radici, recise più volte e sempre rinate, diverse e a volte inutilmente dolorose. E’ stata la mia elaborazione di un lutto, di più antichi lutti forse, forse non miei, forse solo ricordati dal mio DNA. Non so se questo sia un buon libro, da premi intendo dire (da streghe e masciare sì!), probabilmente ogni nostra storia è letteratura a sapersi raccontare e…leggere. E voi?”Chi siete…a chi appartenete? Per dove andate?”
Il linguaggio di Vinicio Capossela ha una pasta densa e calda che ha un fascino particolare. Una firma d’autore. La sua voce trasforma in epica la vita di piccoli personaggi di paese. Una teoria di esseri stravaganti: fantasmi, narratori, combattenti, stregoni, curatori, bestie e diavoli. Il tutto mescolato a miti greci e locali, parabole religiose e leggende laiche. Vinicio si fa cantore di questa realtà da lui tanto amata, insieme costruendo quest’epica popolare ed edificando una propria storia personale e intima, “nel tentativo di portare la menzogna della realtà alla verità dell’immaginazione”. La necessità di tornare per ritrovarsi, la ricerca dei Siensi di un autore che sembra denunciare un senso di vuoto interiore, novello Ulisse alla ricerca della sua patria spirituale. Allo sbando tra musica e alcol il cantastorie Capossela cerca di tracciare un percorso che leghi insieme le sue origini, le sue passioni, i suoi vuoti e i suoi pieni; e non può che farlo raccontando. In copertina il quadro di Rocco Briuolo mostra la relogia, l’orologio le cui lancette si fermarono durante il terremoto del 23 novembre 1980, “l’ora in cui finì il mondo della civiltà contadina” segnando il tempo dell’immobilità. Un tempo apparentemente fermo, eppure da preservare, perché immobile su suolo cedevole. Il paese dei coppoloni rimane, però, un capolavoro mancato. Alle qualità stilistiche dell’autore non si è accompagnato un editing deciso, capace di porre limiti e mettere ordine in un libro troppo dispersivo e frammentato, a volte ripetitivo (anche in rapporto ai forti echi dei libri precedenti e delle sue canzoni) e con sequenze che si sarebbero potute tagliare senza troppi patemi.
Note aggiuntive: Il paese dei coppoloni è anche un film, omonimo, e un album, Le canzoni della Cupa. La pellicola mostra poca solidità e non riesce ad essere indipendente dal libro, ma è interessante per chi voglia scoprire i volti reali di alcuni personaggi del romanzo e ritrovare i luoghi narrati.
"Chi siete? A chi appartenete? Che andate cercando?"
Vinicio Capossela nutre un amore viscerale per la sua terra, l’Alta Irpinia, al punto di decidere di rimanere e combattere per difenderle e farle rinascere. In questo romanzo traspare chiaramente il suo amore per questi luoghi e per la cultura e le tradizioni della sua terra accompagnate dalla rabbia e la tristezza per un mondo che sta sparendo sotto i colpi dell’emigrazione e dell’abbandono. I luoghi in cui si svolge la storia sono tristemente famosi per quelli che, come me, hanno vissuto l’esperienza del terremoto dell’80: Calitri, Andretta, Cairano, Conza della Campania, Caposele, Guardia dei Lombardi, tutti paesi chee sono stati seriamente colpiti dal sisma. Ma il colpo di grazia a questo mondo non lo ha dato il terremoto bensì la ricostruzione post-terremoto, quella che Capossela chiama la cultura del Contributo, che ha cancellato il legame tra la gente e la terra ed ha distrutto tutta la cultura tradizionale.
Il racconto di Capossela segue i binari del mito e della magia. Il protagonista viaggia per qyeste terre irpine inseguendo sogni, racconti e storie leggendarie. Ne viene fuori un turbinio di personaggi, storie e parole tra i quali è molto difficile orientarsi. Nonostante luoghi e lessico mi siano familiari, ho fatto una fatica enorme a seguire la storia e ad un certo punto mi sono definitivamente perso.
Diciamo che le intenzioni erano buone ma il risultato è largamente insufficiente.
Il racconto dei racconti è il paese dei coppoloni, quello che le Mammenonne intorno al braciere, che con maestria rinfocolavano, hanno ripetuto per secoli, una tradizione orale di storie mitiche. È un’allegoria della perdita della comunità, delle nostre radici, della terra dei nostri padri, che ci rende solitari, potenti nel chiuso delle nostre case fra i quattro muri davanti ad uno schermo, che sia la tv o il computer, ad assorbire la menzogna della realtà che il simulacro di turno ci ripete incessantemente a reti unificate e globalmente. Cosa cerchiamo, come anime viandanti? “Una mitologia personale? Una liturgia della memoria? Mentre tutta la Storia ci impone di essere cittadini del mondo, di non appartenere a nulla…” omologati magari re, ma a che serve essere re in una terra di ciechi? continua a leggere sul mio blog
Le prime cinquanta pagine sono volate. Poi mi è rimasto sullo stomaco. Non saprei, troppo "esagerato"? Almeno per i miei gusti, riesco comunque a riconoscere che è un bel libro eh. Ma finirlo è stata un'impresa un po' faticosa.
difficile leggere questo libro come un romanzo: meglio considerarlo una raccolta di immagini da sfogliare e gustare lentamente. Se poi alla fine vi resta un'idea, per quanto confusa, del quadro d'insieme e della "storia", tanto meglio =)
Amo molto Capossela come cantautore. Non posso dire altrettanto come narratore, almeno a giudicare da questo suo libro. C'è dentro tanta roba, intendiamoci, e buona. Un linguaggio ruvido e personalissimo con echi della sua terra, immagini quasi mitologiche, vite vere e immaginarie sospese in un'aura di leggenda. Però, com'è lungo, e che fatica leggerlo e districarsi!
Sarà anche bella la mitologia che Capossela crea in una zona d'Italia a me cara, sarà bravo lui a inventare e rielaborare concetti e storie ma io questo libro non sono riuscita a finirlo. È di una lentezza impressionante.
Maybe it is a little bit too long and sometimes it may feel confusing, but the energy in this book echoes the ancient mythological tales. The pictures and events are strong and ancestral. I think that this book has the power to touch and activte some part of your unconscious if you are open enough. The language is also fantastic. He takes the language and make its own. I feel that he does because it is a necessity in order to express the world in his mind.
Questo libro non è per tutti. Racconta di un viaggio nel quale il protagonista cerca di ritrovare se stesso e le sue origini attraverso luoghi impervi e incontri in bilico tra il mito, la realtà è la più fervida immaginazione. Il linguaggio è piuttosto ostico, spesso impenetrabile, come la terra di cui parla. A volte ci si deve quasi arrampicare su alcuni capitoli. Personalmente ho letto più volte passaggi di cui mi resta sconosciuto il senso, ma sono andata avanti lo stesso. Seppure un testo quasi ermetico, si riconosce in esso un'opera di un certo livello, il cui messaggio è comunque immediato e forte. Avrei dato 2 stelle e mezzo ma non essendoci questa possibilità arrotondo per eccesso poiché pur non consigliandolo, ammetto che è, in un certo senso, un'opera artistica.
Una storia intrisa di mito. La storia di un paese del Sud che è comune alle storie di tanti paesi meridionali. Un romanzo che si legge sorridendo, là dove si riconoscono alcuni denominatori comuni, e riflettendo su cosa voglia dire abitare al Sud. Merita lo #Strega2015, secondo me! Per l'originalità del linguaggio usato e della storia narrata. Evviva Vinicio! Non solo come cantante (di cui sono fan sfegata), ma anche come scrittore!
Il paese dei coppoloni è una serie di scorci di vita vera e irreale, di campagne e paesini i cui abitanti vivono in una specie di limbo dove è difficile orientarsi, dove non si capisce chi esista veramente. Ma è nel dubbio che si ambientano le storie più fantasiose e leggendarie, quelle a cavallo fra il reale e la fantasia.