«L'universo di Mastronardi ha un nome, dichiarato fin dall'inizio dai titoli in copertina: Vigevano. Non so quanti e quali nessi si possono trovare tra questa Vigevano romanzesca e la Vigevano reale: ma so che come immagine dell'Italia, di trent'anni di storia della società italiana, la Vigevano mastronardiana funziona egregiamente. [...] Che un risultato di tanta forza sia stato ottenuto da un'esistenza in fragile equilibrio col mondo come quella di Lucio Mastronardi, dalla sua sensibilità di scorticato vivo, dà a quest'opera un carattere ancor piú raro, perché pagine cosí sapienti nel costruire e nel giudicare le storie umane sono state come strappate dal gorgo di sofferenza che Lucio si portò dentro per tutta la vita». Italo Calvino
Interessante rappresentazione della provincia industriale Lombarda negli anni che vanno dalla Guerra di Abissinia al boom economico, peculiare la scelta linguistica di un pastiche dialettale basato sui suoni delle parole più che sulla fedeltà lessicale. Gli aspetti positivi finiscono qui, e sono probabilmente sufficienti a non relegare il libro, o meglio le tre brevi storie in esso contenute, al dimenticatoio che spetta alle opere velleitarie e poco riuscite, in cui invece sarebbero facilmente inquadrabili le trame fragili, lo stile narrativo sciatto, prevalentemente dialogico, le caratterizzazioni dei personaggi superficiali e caricaturali, invero prive di guizzi psicologici o letterari, il ritmo monocorde. Fra le tre opere, più riuscita sembra essere Il Calzolaio, la prima in ordine cronologico, che ha il pregio di cedere meno al grottesco scolastico e sempliciotto delle altre due e in particolar modo de Il Maestro. Il fatto che la prima "fatica" sia anche la più riuscita, di per sè piuttosto comune, la dice lunga sul valore delle successive due.
Ho apprezzato molto sia Il maestro sia Il meridionale, scorrevoli pur nella loro profondità, probabilmente grazie a un uso più contenuto delle forme dialettali e alla scelta della prima persona, che rende il racconto più diretto e coinvolgente. Nel Calzolaio, invece, la terza persona e una struttura più intricata contribuiscono a un effetto a tratti confusionale: un’intricatezza probabilmente voluta, funzionale a restituire il flusso mentale del protagonista, ma meno digeribile per il lettore.
Lungo lo svolgersi dei tre romanzi ho percepito un alone di malinconia affascinante, capace di accompagnare quel periodo storico e, allo stesso tempo, di parlare ancora al presente, seppur in forme diverse.
Altrettanto suggestivo è il ritratto di un’epoca relativamente vicina a noi, ma ormai irrimediabilmente perduta.
Leggi, e non succede nulla. Prosegui, e niente ancora. Vabbè. Continui, in attesa di qualcosa di ritmato, una scossa, un colpo di coda, e ad un certo, mentre pensi che forse hai sbagliato libro, ti ritrovi addosso tutta l'indolenza di una vita passata in provincia, delle sue cicliche occasioni mancate, delle stesse facce in piazza giorno dopo giorno, ognuna coi suoi tic, le sue abitudini, del grottesco ambiente in cui, in fondo, sei passato anche tu, e allora il romanzo si mostra nella sua vera forma, allunga le gambe e riprende la corsa.
Il fatto è che ti senti battuto, e anche un po' stupido, perché capisci che eri tu ad essere lento. Lui – il romanzo – correva già da un pezzo e gridava amarezza da ogni singola ombra delle sue parole, scegliendo di farlo col silenzio lacerante di un maestro che vive tra le pieghe di una vita spesa male, che per giunta non cambierà mai.
Chissà perché non l'avevi capito prima, ti chiedi. Forse è un sistema di autodifesa per non guardarti con gli stessi occhi con cui si guarda il maestro Mombelli, ti rispondi. E la vita continua.
I film di Elio Petri vanno visti a prescindere, come quelli di Sordi: nel "Maestro" ci sono entrambi, per cui...
- Il calzolaio di Vigevano
Originale e divertente, per linguaggio, personaggi e situazioni. Un resoconto provinciale grondante mentalità da boom economico, sorretto da quella 'filosofia' spiccia, arrangiata, che trasformò gli italiani in arrivisti forsennati (e strampalati) in cerca di riscatto. Un rutilante balletto di anime mediocri che si pestano i piedi a vicenda.
Mastronardi qui utilizza il dialetto vigevanese: scelta che risulta perfetta per l'atmosfera da 'paese', ma che a volte crea una barriera tra le vicende e chi, come me, non conosce le sfumature di quel 'linguaggio'.
- Il meridionale di Vigevano
Ancora una volta Vigevano protagonista, con i suoi immigrati meridionali guardati con occhi colmi di pregiudizio da parte dei vigevanesi - il Nord che lavora -, temuti e apparentemente rispettati solo per la loro posizione sociale, quando riuscivano ad averne una. Un grottesco insieme di realtà.
Autore eccezionale. Credo che pochi romanzi come questa trilogia narrativa facciano vivere quasi per transfert gli anni del boom economico italiano nella loro spietatezza umana e sociale.