Mentre Roma scivola nel blu della sera e le note di un violoncello accarezzano il pubblico di Villa Medici, Ernest Hamilton scorge una donna dalla bellezza spiazzante: pelle candida, occhi allungati, un'eleganza discreta. È Tatiana, gallerista dell’Est, esperta di icone e arte sacra. Basteranno un portafoglio smarrito, poche frasi e uno sguardo trattenuto più del dovuto, per strappare Ernest alla quiete del suo atelier e a incrinare, una dopo l'altra, le sue certezze. Intanto, in Vaticano, un dipinto attribuito a Caravaggio – forse la sua prima tela – riemerge dal passato come un oggetto incandescente: un’opera capace non solo di riscrivere la biografia del ‘genio maledetto’, ma di incrinare la narrazione ufficiale che, per secoli, la Chiesa ha costruito di lui e di se stessa. A complicare ulteriormente le cose, la comparsa del quadro coincide con l’allestimento di una grande mostra voluta dal Papa in persona: un evento solenne in cui devozione e strategie di potere si intrecciano indissolubilmente. Quando la traiettoria di Ernest incrocerà quella del dipinto, diventerà sempre più chiaro che nulla sta accadendo per caso: è la stessa luce di Caravaggio, con le sue ombre, a ridisegnare la sua vita. Con un romanzo dal ritmo avvolgente, Giovanni Ferrero si addentra nelle zone grigie dell’arte, della fede e dei sentimenti, interrogandosi sul desiderio dell’uomo di misurarsi con la verità, e sulla bellezza, ma anche il sacrificio, di restarle fedele.
Un altro titolo dritto nella rubrica "4☆ per le ragioni sbagliate", il che come sempre mi rende molto felice. Il libro è un potpourri di cose assurde e, soprattutto nella seconda parte, senza senso che fa il giro e torna indietro in tutta la sua magnificenza trash. Gente che cade da sola, gente morta trafitta con una spada, suore che partono per Malta per cercare altri quadri compromettenti e si accontentano dell'unico esposto in una chiesa (perchés sicuro nessuno si è mai messo a studiarl prima!), gente che decide di farla finita ma fa fare il lavoro sporco ad altri, gente in prigione che riceve più informazioni di quella fuori. Adrenalina PURA!
Gli spunti interessanti in realtà sono tanti, come ad esempio la discesa nella pazzia di Ernest, il conflitto interno di Agathe tra ciò che è giusto e ciò che bisogna fare per proteggere la propria comunità, l'ipocrisia del clero nel passato così nel presente, la vita stessa di Caravaggio, il ruolo dell'arte e le sue interpretazioni. Potrei andare avanti per un'intera giornata per quanto il libro ne è farcito. Il grande problema è che sono decisamente troppi, intervallati da varie analisi delle opere e contemplazioni di Roma, seguite da varie pippe mentali dei personaggi. Ma la pecca (o pregio, a seconda dei punti di vista ihih) più grande è il finale: raffazzonato, si risolve tutto nelle ultime 10 pagine (epilogo escluso) così, de botto, senza senso. Poesia. Gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore farebbero una standing ovation. Tante domande si aprono durante la storia e altrettante se ne presentano alla fine, tutte ovviamente senza risposta. Mi dispiace annunciare che non sapremo mai se il Papa ha sbancato o no con la mostra :(
So cosa starete pensando. “Due stelle?? Non le ho mai visto dare un voto così basso a un libro!”. Ora vi spiego. I problemi più grossi di questo romanzo sono due: il primo è che non si capisce nulla; il secondo è che ho il fortissimo sospetto che sia stato scritto, tutto o in parte, dall’intelligenza artificiale. Ma andiamo con ordine. Ho letto questo libro in anteprima, incuriosita dalla trama che, legando arte, fede e omicidi, mi dava vibes alla Dan Brown e Glenn Cooper; intrighi e segreti tra Chiesa e Stato, l’arte come potenziale arma di distruzione della fede mondiale… Inizio a leggere… e mi perdo subito. Non ho. Davvero. Capito. Nulla. Se non a grandi linee, ovvero: il papa vuole fare una mostra su Caravaggio; salta fuori un quadro, il primissimo dell’artista, che farebbe intendere che sia un assassino; la Chiesa si allarma: “non possiamo esporre questo quadro! La gente dirà che proteggiamo i criminali! Va fatto sparire!” Mentre gli ecclesiastici cercano dunque di nasconderlo, una misteriosa donna slava fa di tutto per ottenerlo. In mezzo a questi intrighi c’è un pittore (l’unico che narra i capitoli in prima persona) che da un momento all’altro viene pervaso dall’eredità di Caravaggio e inizia a dipingere come lui. E ci fa tutto un pippone su luci e tenebre, che a quanto pare sono la principale tecnica caravaggesca. E voi direte: ma allora l’hai capita la storia. No. Non ho capito gli sviluppi, non ho capito il finale, non ho capito cosa c’entri il pittore che diventa “discepolo” di Caravaggio. Non ho capito come le scene si leghino l’una all’altra e quale sia la morale di tutto ciò. E non perché non ho prestato attenzione. Ma sicuramente una cosa mi ha distratta, e veniamo al secondo grosso problema di questo libro. Lo stile. Ragazzi, avete mai letto un testo di narrativa scritto dall’IA? Io sì, e i tratti distintivi ci sono tutti. Gli aggettivi ed espressioni ripetute sempre per tre, la negazione seguita dall’affermazione, dialoghi filosofici surreali in cui botta e risposta sembrano scollegati, frasi brevi e concise… Ora, non sto dicendo che questo libro sia scritto dall’IA (anche se il detector online mi ha dato un 100% di affinità), ma lo sembra. Se lo è, allora è davvero incommentabile. Se non lo è, mi dispiace dire che detesto questo stile. In ogni caso, non conoscevo questo autore ma con me ha chiuso. Sono cattiva? Forse, ma mi sento davvero defraudata dal tempo che ho impiegato a leggerlo.