Siamo a Sassari, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
A raccontarci la storia è Nina, una giovane ragazza che lavora come domestica nella casa di un noto professore sassarese.
La sua non è una vita semplice: ha un padre assente, una madre che vive ancora nel dolore per la perdita di una figlia e un fratello speciale, Tonino, un omone che ama giocare con la sua scatola di bottoni e del quale Nina si prende cura con tutto l’amore possibile.
Dopo un trauma, però, qualcosa cambia. Da quel momento inizia un percorso che noi lettori siamo chiamati a interpretare.
Il professore viene ritrovato morto e Nina si ritrova confusa. Da qui in poi il confine tra realtà e immaginazione diventa sempre più sfumato, in una scelta narrativa voluta dall’autore.
Nina viene quasi con l’inganno trattenuta e rinchiusa a Rizzeddu. Ed è proprio qui che nasce la domanda che ci accompagna fino all’ultima pagina: ciò che Nina racconta è realmente accaduto e nessuno le crede, oppure la sua mente sta rielaborando gli eventi in modo alterato?
Personalmente non credo che Nina sia l’assassina del professore. Credo però che il trauma abbia lasciato in lei un segno profondo. Viviamo tutta la storia attraverso i suoi occhi e per questo tendiamo a fidarci di lei, ma la sua percezione è sempre lucida? È questa la domanda che Atzeni lascia continuamente aperta.
Non penso che Nina sia la folle che gli altri descrivono. La vedo piuttosto come una donna vittima del proprio tempo, in un’epoca in cui si giudicava troppo in fretta e in cui la soluzione più semplice per chi era ritenuto “scomodo” era il manicomio. Il contesto storico, purtroppo, conferma quanto fosse sottile il confine tra una vita libera e l’internamento: bastava essere considerati malinconici, ribelli o semplicemente diversi.
Ed è proprio questo, secondo me, il cuore del romanzo: mostrare la tragedia di una donna privata della libertà pur non essendo una criminale. Emblematico, in questo senso, è anche il comportamento dell’infermiera nei confronti di Nina. 🥹
Allo stesso tempo, però, penso che ciò che leggiamo attraverso gli occhi di Nina non sia sempre del tutto oggettivo. Qualcosa dentro di lei cambia davvero e, proprio per questo, il suo racconto non può essere considerato sempre pienamente affidabile. Ci sono episodi volutamente ambigui, come quello delle scarpe di Olimpia, che sembrano esistere proprio per alimentare il dubbio in noi lettori.
Il finale, secondo me, è un enorme punto interrogativo lasciato volutamente aperto dall’autore, non ci consegna una verità assoluta, ma ci costringe a convivere con il dubbio.
Eppure, una cosa mi è rimasta chiara: più che raccontare la follia, questo romanzo racconta quanto possa essere sottile il confine tra essere considerati “malati” ed essere semplicemente persone fragili, traumatizzate e inascoltate.
E forse è proprio per questo che, arrivata all’ultima pagina, mi sono rimaste ancora tantissime domande.