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La segreta cura
«Non avevo mai pensato tanto in vita mia a cosa succedeva sotto la mia pelle.» Che quella allo specchio fosse un'immagine ingannevole, che sotto la pelle fossero in atto processi misteriosi e ineluttabili, Raffaella Romagnolo lo ha scoperto a ventisette anni. E ci sono voluti quasi tre decenni dalla diagnosi di sclerosi multipla perché decidesse di raccontare ciò che a lungo è rimasto chiuso in un faldone di cartoncino rosso, l'archivio personale della sua storia clinica. All'inizio, la malattia convive con l'amore per la montagna e obiettivi l'alta quota, la vetta, il monte Rosa, il Bianco. Il tentativo è ricalibrare le sfide a partire dai limiti di un corpo giovane e apparentemente sano, che di quei limiti grida tutta l'angustia. Ma, insieme alle difficoltà, comincia a manifestarsi anche la scrittura, che si nutre di ogni esperienza e diventa lo strumento per provare a stanare ciò a cui è arduo dare un nome. Come per la stesura di un buon romanzo, i dati di realtà diventano allora puntello e con grinta, metodo e disciplina, l'autrice riesamina i primi consulti medici, i referti, le prescrizioni con i loro pesanti effetti collaterali, il lento percorso di consapevolezza. Fino ad accettare che convivere con una malattia cronica significa modificare il proprio sguardo su se stessi e sul mondo. Ma comporta anche essere visti con occhi diversi. Qualche volta con paura, spesso con curiosità e la fragilità, che è di tutti gli umani, non lascia indifferenti. Con coraggio e determinazione, con lo sguardo lucido e partecipe della scrittrice e una prosa sorvegliata e diretta, Raffaella Romagnolo affida a queste pagine un racconto personale impervio, affrontandolo con il contegno di chi sa tenere gli occhi sulla porzione di sentiero davanti a sé, prima che sulla cima.
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Published May 7, 2026
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Community Reviews
Displaying 1 - 3 of 3 reviews
May 11, 2026
"Secondo Virginia Woolf mancano i termini per raccontare la malattia: la lingua esprime i pensieri di Amleto, ma “non ha parole per i brividi e il mal di testa”. Ancor meno per la fatica, temo, però insisto, provo a stanarla raccontandomi."
Nel 2024, in seguito al rilascio di un'intervista, Raffaella Romagnolo ha deciso di parlare della sua malattia
"Il 28 febbraio 2024 ricevetti un’email da una giovane ricercatrice. Stava studiando il percorso terapeutico dei malati di sclerosi multipla per il suo dottorato in Antropologia medica e mi chiedeva se fossi disponibile a farmi intervistare."
Da quella intervista, la scrittrice ha deciso per la prima volta di mettere al centro se stessa e i suoi quasi trent’anni di convivenza con la sclerosi multipla.
La diagnosi arriva nel 1998, a 27 anni: Raffaella Romagnolo è nel pieno delle forze, fresca di scalata al Monte Rosa, impegnata nel dottorato e in una vita che sembra “in pieno sboccio”. Sotto la pelle apparentemente sana si cela però un processo misterioso e ineluttabile. Per decenni la storia resta chiusa in un “faldone di cartoncino rosso”, l’archivio clinico personale, confidata solo a una cerchia ristretta. Solo dopo quasi trent’anni, e dopo un’intervista nell’ambito di una ricerca di antropologia medica, decide di raccontarla.
"A quasi tre decenni dai fatti, non riesco proprio a ricordare come si chiamasse il nostro secondo accompagnatore, l’alpinista esperto reclutato dalla guida a chiudere la cordata. Né il nome né la faccia. La memoria è inaffidabile, manipola gli avvenimenti, oscura porzioni di vita."
Il libro ripercorre con grinta e metodo i primi consulti, i referti, le terapie (a partire dall’interferone e dai suoi pesanti effetti collaterali), le rinunce (le grandi salite come il Monte Bianco, il dottorato, il figlio che non è arrivato), il riconoscimento dell’invalidità e il lento, faticoso percorso di consapevolezza. La malattia convive con la passione per la montagna e diventa carburante per la scrittura: i dati di realtà fungono da puntello per dare nome a ciò che è difficile nominare.
“Cura” nel titolo non è solo la terapia medica, ma anche l’affanno, la preoccupazione, la “pena d’amore” di origine latina e foscoliana che Romagnolo ha tenuto segreta a lungo.
Non c’è vittimismo, ma un contegno quasi alpino: tenere lo sguardo sulla porzione di sentiero davanti a sé, prima che sulla cima. Il risultato è un racconto intimo che diventa universale, una riflessione sulla fragilità umana, sul corpo (non “abbiamo” un corpo, “siamo” un corpo) e sulla capacità della scrittura di trasformare il vissuto in dono.
"Il progressivo smantellamento dell’io si manifesta anche nella crescente attitudine a guardare sotto la pelle altrui, a immaginare vita dietro quel che si mostra. E, di tanto in tanto, balena una certezza: io sono gli altri. Raro momento di dolorosa grazia in cui l’io si polverizza, naufraga, si dissolve.
Il mio innervosirmi in sala d’aspetto, il mutismo ostinato e, più di tutto, il mio scappare, maledire, sottrarmi è dunque l’io che, tenace nella sua boria, a modo suo resiste."
La scrittrice non pretende di “vincere” la malattia; mostra come abitarla con maggiore verità e profondità, fino a contemplare un orizzonte più ampio e chiaro.
“Oggi le pareti di casa nostra sono piene di libri e immagini di vette, strapiombi, cieli alpini. Il fico non c’è più e la betulla ha sofferto lo straordinario caldo estivo, ma resiste. “Diagnosi” significa indagare il mistero, conoscere attraverso indizi e sintomi. Lo stesso che fa la scrittura con la vita. Senza prognosi.
Lo accetto.
In questo autunno di smalto, dalla finestra del mio studio guardo piccole foglie d’oro planare una a una sul prato, e lo accetto.”
Nel 2024, in seguito al rilascio di un'intervista, Raffaella Romagnolo ha deciso di parlare della sua malattia
"Il 28 febbraio 2024 ricevetti un’email da una giovane ricercatrice. Stava studiando il percorso terapeutico dei malati di sclerosi multipla per il suo dottorato in Antropologia medica e mi chiedeva se fossi disponibile a farmi intervistare."
Da quella intervista, la scrittrice ha deciso per la prima volta di mettere al centro se stessa e i suoi quasi trent’anni di convivenza con la sclerosi multipla.
La diagnosi arriva nel 1998, a 27 anni: Raffaella Romagnolo è nel pieno delle forze, fresca di scalata al Monte Rosa, impegnata nel dottorato e in una vita che sembra “in pieno sboccio”. Sotto la pelle apparentemente sana si cela però un processo misterioso e ineluttabile. Per decenni la storia resta chiusa in un “faldone di cartoncino rosso”, l’archivio clinico personale, confidata solo a una cerchia ristretta. Solo dopo quasi trent’anni, e dopo un’intervista nell’ambito di una ricerca di antropologia medica, decide di raccontarla.
"A quasi tre decenni dai fatti, non riesco proprio a ricordare come si chiamasse il nostro secondo accompagnatore, l’alpinista esperto reclutato dalla guida a chiudere la cordata. Né il nome né la faccia. La memoria è inaffidabile, manipola gli avvenimenti, oscura porzioni di vita."
Il libro ripercorre con grinta e metodo i primi consulti, i referti, le terapie (a partire dall’interferone e dai suoi pesanti effetti collaterali), le rinunce (le grandi salite come il Monte Bianco, il dottorato, il figlio che non è arrivato), il riconoscimento dell’invalidità e il lento, faticoso percorso di consapevolezza. La malattia convive con la passione per la montagna e diventa carburante per la scrittura: i dati di realtà fungono da puntello per dare nome a ciò che è difficile nominare.
“Cura” nel titolo non è solo la terapia medica, ma anche l’affanno, la preoccupazione, la “pena d’amore” di origine latina e foscoliana che Romagnolo ha tenuto segreta a lungo.
Non c’è vittimismo, ma un contegno quasi alpino: tenere lo sguardo sulla porzione di sentiero davanti a sé, prima che sulla cima. Il risultato è un racconto intimo che diventa universale, una riflessione sulla fragilità umana, sul corpo (non “abbiamo” un corpo, “siamo” un corpo) e sulla capacità della scrittura di trasformare il vissuto in dono.
"Il progressivo smantellamento dell’io si manifesta anche nella crescente attitudine a guardare sotto la pelle altrui, a immaginare vita dietro quel che si mostra. E, di tanto in tanto, balena una certezza: io sono gli altri. Raro momento di dolorosa grazia in cui l’io si polverizza, naufraga, si dissolve.
Il mio innervosirmi in sala d’aspetto, il mutismo ostinato e, più di tutto, il mio scappare, maledire, sottrarmi è dunque l’io che, tenace nella sua boria, a modo suo resiste."
La scrittrice non pretende di “vincere” la malattia; mostra come abitarla con maggiore verità e profondità, fino a contemplare un orizzonte più ampio e chiaro.
“Oggi le pareti di casa nostra sono piene di libri e immagini di vette, strapiombi, cieli alpini. Il fico non c’è più e la betulla ha sofferto lo straordinario caldo estivo, ma resiste. “Diagnosi” significa indagare il mistero, conoscere attraverso indizi e sintomi. Lo stesso che fa la scrittura con la vita. Senza prognosi.
Lo accetto.
In questo autunno di smalto, dalla finestra del mio studio guardo piccole foglie d’oro planare una a una sul prato, e lo accetto.”
May 10, 2026
Una scrittrice che scrive se stessa anche in quanto scrittrice.
Un magnifico esempio di ricerca, presa di coscienza, autoconsapevolezza.
Raffaella Romagnolo che si autodefinisce "ossessionata dai fatti" e cita se stessa, esordiente, "Per fabbricare la cartapesta di cui è fatto un romanzo ci vogliono gli stracci della realtà", scopre che, per La Segreta cura, gli stracci lei li ha già pronti a disposizione. La sua stessa vita.
Il racconto del decorso di una malattia cronica richiede un coraggio eroico e un'ammirazione infinita. Non ci sono commenti idonei. Bisogna leggerlo!
Ma la scrittrice non si accontenta va oltre e alla fine si chiede
"se il riaffiorare adulto della scrittura dal mare degli impresentabili abbozzi giovanili abbia trovato spinta, se non scaturigine, nella diagnosi con cui ho aperto queste pagine. C'è chi sostiene che la letteratura (l'arte in generale) nasca da una ferita. È questa, la mia? "
(...)
Meno riesco a pensarmi alpinista e più scrivo. Meno posso immaginarmi madre e più scrivo. Più il mio mondo si restringe, più io scrivo"
(Pag. 152)
Grazie Raffaella, perché tu scrivi, e dai, così, la possibilità, a chi non sa farlo, di leggerti.
Un magnifico esempio di ricerca, presa di coscienza, autoconsapevolezza.
Raffaella Romagnolo che si autodefinisce "ossessionata dai fatti" e cita se stessa, esordiente, "Per fabbricare la cartapesta di cui è fatto un romanzo ci vogliono gli stracci della realtà", scopre che, per La Segreta cura, gli stracci lei li ha già pronti a disposizione. La sua stessa vita.
Il racconto del decorso di una malattia cronica richiede un coraggio eroico e un'ammirazione infinita. Non ci sono commenti idonei. Bisogna leggerlo!
Ma la scrittrice non si accontenta va oltre e alla fine si chiede
"se il riaffiorare adulto della scrittura dal mare degli impresentabili abbozzi giovanili abbia trovato spinta, se non scaturigine, nella diagnosi con cui ho aperto queste pagine. C'è chi sostiene che la letteratura (l'arte in generale) nasca da una ferita. È questa, la mia? "
(...)
Meno riesco a pensarmi alpinista e più scrivo. Meno posso immaginarmi madre e più scrivo. Più il mio mondo si restringe, più io scrivo"
(Pag. 152)
Grazie Raffaella, perché tu scrivi, e dai, così, la possibilità, a chi non sa farlo, di leggerti.
May 12, 2026
Ho ascoltato l'audiolibro su Audible letto dalla scrittrice medesima e mi è molto piaciuto. Asciutto ma allo stesso tempo ricco di emozioni. Bella la figura del marito che sceglie di restare.
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