L'esistenza di un uomo raccontata a ritroso, dall'età adulta all'infanzia, attraverso tre momenti capitali della sua vita: l'esperienza del carcere, la nascita casuale di una grande amicizia, il giorno in cui, imparando ad andare in bicicletta, scopre all'improvviso com'è fatto suo padre. Dentro è il carcere di mura che non agiscono sui corpi, eppure imprigionano. Non le tocchi e non ti toccano, fanno male per il solo fatto di esistere. Dentro è il posto dove le gioie e i dolori di quando si è bambini pulsano piú forti, destinati a rimanere per sempre. Un libro folgorante, essenziale, scritto con una sincerità e una purezza rare. Con l'urgenza della letteratura e, prima ancora, della vita.
Per questo l’ho portato via dallo scaffale Novità della mia biblioteca di quartiere, pur senza sapere nulla di nulla, né del libro né dello scrittore.
Poi, però, la colla ha cominciato a sciogliersi: e al secondo racconto stavo proprio per abbandonare la presa.
L’ho riacciuffata al volo col terzo racconto.
Dentro
Si tratta di un esordio narrativo in forma di breve raccolta di racconti, tre in tutto. Il primo occupa oltre la metà del libro, è il migliore, e avrebbe dovuto adottare lo stesso titolo della copertina invece di quello scelto. Ambientato nell’universo carcerario, con me fa quasi centro perché ho un particolare interesse per questo tema.
Ho detto quasi centro perché già in queste prime novanta pagine si manifesta il difetto maggiore di Sandro Bonvissuto: la continua alternanza di efficacia ed effetto, di periodi che funzionano raccontano e portano avanti, e la ricerca della frase d’effetto che invece smorza allontana depista.
Dentro
Il problema è fin troppo palese nel secondo racconto, che come dicevo, mi ha quasi spinto ad abbandonare la lettura. Anche per la sensazione che Bonvissuto fosse sempre un passo avanti al suo io narrante, non sapesse tenere il ritmo esistenziale dei suoi personaggi.
Bonvissuto racconta ferite e, intelligentemente, prova a usare anche l’arma dell’ironia. Non sempre gli riesce. Ma fa sperare per il futuro, e io credo che gli darò una seconda chance.
”Non devi aver paura, non è la morte l’avversario della vita, ma il tempo. Ricordatelo”
Il narratore del primo racconto è un romano finto in carcere che racconta la sua esperienza da turista (*1) e lo fa con chiarezza, cronologia e metodo. Varchiamo le porte del penitenziario con lui, lo osserviamo scontare la pena e fornirci nel contempo considerazioni sulle quali riflettere Il carcere è una finestra sul futuro della società stessa e, per uno straniero, è spesso un passaggio obbligato per entrare all’interno di un grande paese. È l’unica porta che si apre quando citofoni al portone della democrazia… Fuori magari c’era poco tempo ma tanto spazio. Lí invece era il contrario. C’era tanto tempo ma poco spazio… Un delinquente comincia ad assomigliare al suo reato solo dopo averlo commesso. Quando inizia a conviverci. Dopo che il reato diventa l’unica cosa che è stato capace di essere. Del narratore non sapremo mai il nome né il reato che ha commesso, verremo invece a sapere di cosa si sono macchiati i detenuti con i quali viene in contatto, impareremo le dinamiche che gli permettono di stare alla larga dai guai. Sul muro della cella, sovrapposta a decine di altre scritte ci leggerà anche «È meglio stare in galera che nell’esercito» e proprio la leva è il metro che può permettere di misurare le gerarchie e i rituali che ci vengono esposti, la distanza tra scarcerazione e congedo, tra chi va e chi rimane, la lunghezza di amicizie che ritieni imperiture e che invece iniziano ad accorciarsi già dopo una settimana di libertà. Verrebbe da pensare che Sandro Bonvissuto abbia toccato il carcere con mano tale è la rappresentazione che ne ha fatto.
Il secondo racconto è insistito come “Rifiuti ingombranti”, inserito nella raccolta di racconti “Scena padre". Non è scritto male ma (come Rifiuti ingombranti) ricorda il bombire delle api, un rumore monotono che accompagna un movimento ripetuto.
Il terzo racconto guadagna le mie personali cinque stelle, è arrivato quasi a commuovermi in un crescendo culminato, questa volta sì, in una vera scena padre. Mentre quella scena si dissolveva e stavo leggendo La mamma è meglio vederla da vicino. Il padre lo capisci da una certa distanza. Non troppo, quanto basta. Dev’essere una questione d’inquadrature, come nei film. Invece io e lui, in quel posto, diventammo una fotografia che nessuno di noi due avrebbe scattato. Perché eravamo entrambi implicati in quello scenario assurdo ma perfetto. Meglio così, perché, se l’avessi posseduta, quell’immagine mi avrebbe stretto il cuore per sempre. in cuffia Spotify mi passava https://www.youtube.com/watch?v=nHBZF...
Tre racconti: due validi, uno un po' meno, promozione ampia per questa raccolta e ora mirino puntato su "La gioia fa parecchio rumore"
(*1) Mi disse di non ambientarmi troppo perché da lì me ne sarei andato presto: «… Tu qui fai il turista»
Il muro fa il paio con delle ossessioni interne, cose umane, antiche quanto la paura. Nonostante le apparenze, il muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. E' concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un'idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti.
Mi è piaciuto molto il primo racconto "Il giardino delle arance amare" il migliore dei tre (negli altri due delle ingenuità di scrittura , un grillo parlante di troppo ma nel complesso 3 stelle e mezzo!)
Tre racconti: il primo sull'esperienza in carcere, ricco di spunti e di riflessioni interessanti. Il secondo sull'esperienza adolescenziale relativa alla scelta del compagno di banco, noioso da leggere. Il terzo sull'esperienza infantile dell'imparare a guidare una bicicletta, anche questo noioso. Il libro vale la pena di essere letto solo per il primo racconto. Perché non costruire l'intero romanzo solo sull'esperienza del carcere?
“Nel silenzio della cella tutto prende a parlarti: il cusci-no, il muro di fianco al letto, i panni appesi alla fettuccia come fantasmi. Quei nostri panni che non si asciugavano mai, perché li stendevamo alla luna. Ma la luna non scalda come il sole”
“Dentro” di Sergio Bonvissuto è una raccolta di tre racconti. Il primo narra l’esperienza carceraria di un personaggio di cui si conosce pochissimo, neppure la ragione della pena. Il secondo racconto descrive una relazione intensissima tra due bambini compagni di banco che arriva ad assunmere forme patologiche, con risvolti negativi nella vita dei due amichetti. Il terzo racconto è la narrazione di come il protagonista, grazie al padre, ha imparato ad andare in bicicletta.
Il primo racconto è ben scritto, con una qualità che si mantiene abbastanza costante per tutta la durata. È piacevole da leggere. Gli altri racconti due invece non riescono mai a sollevarsi da una mediocrità e da un tono a volte irritanti. In particolare ho trovato esasperante il tentativo di trasformare ogni singolo evento in una “prima assoluta” nella vita dei protagonista e nel descriverlo come un “life-changing-event”, quando in realta si tratta di comunissime esperienze infantili o adolescenziali. Ho trovato inconsistente seguire le esperienze di un bambinetto che pensa e parla in prima persona come un adulto, e che analizza ciò che gli accade con una seggezza che non può venire se non degli anni e delle esperienze che ancora non ha vissuto.
L’impressione è quella di trovarsi davanti a uno scrittore innegabilmente dotato di talento e potenzialmente interessante. Ma chiaramente un talento poco coltivato e scarsamente nutrito con letture ed esperienze di scrittura. In particolare questo libro rivela chiaramente la mancanza di un buon editor, una persona che sappia lavorare sull’immatura prosa di Sergio Bonvissuto spingndolo gradualmente a raffinare il proprio stile, a sfoltire le parti ridondanti, e moderare il tono eccessivamente compiacente ed enfatico.
Non è la prima volta che mi capita di leggere un libro intaliano con questre pecche. Al contrario degli scrittori americani, quasi sempre costruiti a tavolino con tantissimo mestiere e poco talento, spesso in Italia ci si trova davanti a scrittori di innegabile talento ma sprovvisti di un adeguato bagaglio professionale. Un po’ di “mestiere” avrebbe risparmiato all’autore almeno gli errori più clamorosi. Un buon romanzo è fatto sì di talento, ma anche di mestiere, non dimentichiamocelo.
Lontano da luoghi comuni e dai compiacimenti stilistici, Dentro racconta tre momenti della vita di un uomo, vissuti a ritroso: dall'esperienza del carcere al giorno in cui imparò ad andare in bicicletta, passando per l'amicizia tra due adolescenti nata per caso il primo giorno di scuola.
Dentro è un libro pieno di immagini, di spunti, di sorprese. Folgorante la capacità dell'autore di estrarre pensiero dai fatti, di trasformare gesti e cose in pensiero.
Quando si arriva in fondo al libro è forte la voglia di rileggere e di applicare, alla nostra quotidianità, lo stesso modo dell'autore di scandagliare la realtà.
In questo libro bello, ma non bellissimo, c'é probabilmente il piú bel racconto sul carcere che io abbia mai letto, persino meglio di quello di Stephen King da cui hanno tratto "Le ali della libertà" (Rita Hayworth and the Scho...Redemption). Questa é chiaramente la mia opinione e puó essere smentita in qualsiasi momento da me o da chi mi fa leggere qualcosa di meglio. Nel frattempo.....
Interessante il primo racconto, dedicato alla realta' carceraria. Leggendolo, sembra di sentirseli tutti addosso quei pochi metri quadrati a disposizione di ciascuno; l'impossibilita' di vivere come un singolo ma come parte di un'istituzione che vive di leggi (quelle dello Stato e quello dei carcerati) proprie. Bello anche il secondo racconto, il racconto di un'amicizia che sembra una predestinazione.
Raramente mi capita di cominciare un libro con un'opinione e concluderlo giungendo alla sponda opposta. E mi è successo proprio con "Dentro", purtroppo non in modo positivo. Il primo racconto, soprattutto nella sua prima (e ultimissima) parte, è si dipana nel corso della narrazione con delicatissimo tatto: l'anonimato del protagonista, la semplicità dello scorrere degli eventi e dei pensieri, la descrizione claustrofobica e necessaria degli spazi mi hanno spinto a empatizzare molto. Il punto è che più si procede nella narrazione e più l'autore emana sentenze a raffica rivestendole di Verità assoluta, senza possibilità di dubbio o replica. L'atteggiamento esuberante e superbo si accentua maggiormente nei racconti successivi e diventa davvero fastidioso per un lettore che come me ama qualsiasi prospettiva relativista di un qualsivoglia narratore. Mi è dispiaciuto concludere il libro con un po' di amaro, perché di fatto ha un gran bel potenziale. (Nota di merito in chiusura: la conclusione del primo racconto, con la sua poetica del quotidiano, mi ha toccato particolarmente.)
Tre storie, tre momenti, vissuti dalla stessa persona. Dal presente, andando indietro nel tempo, verso l'adolescenza, per finire con un istante di memoria dell'infanzia. L'esperienza del carcere, in Italia, raccontata con deliatezza e filosofia. La storia di un'amicizia nata per caso nel banco di scuola, con quel compagno assegnato dal caso il primo giorno delle superiori. Un padre che insegna - ma si può insegnare davvero? - al figlio ad andare in bicicletta. Memorie, e riflessioni, e squarci luminosi di un passato, che ci fa porre domande sulla nostra stessa infanzia, adolescenza, e vita. Bellissima scrittura, capace di sublimare dei momenti fatti di nulla.
Scrivere dei racconti non è mai semplice. Ancor meno lo è per il lettore leggerli e dedicarvisi con coinvolgimento perché la struttura narrativa di questo filone è composta da parti tra loro differenti che non sempre riescono a trattenere. Una delle difficoltà maggiori è proprio quella di riuscire a suscitare empatia. A questa si aggiunge il grande ostacolo del creare un filo conduttore che ricomponga sì storie a sé stanti ma al contempo coniugate da un unico denominatore comune.
Una delle più immediate caratteristiche di “Dentro” di Sandro Bonvissuto è proprio questa: riuscire a conquistare chi legge con tre storie tra loro suddivise in tre momenti differenti della vita ma accomunate tutte da un senso di ricerca, crescita e ripartenza. E vi riesce con grande maestria, a maggior ragione se si pensa al fatto che tale scritto altro non è che l’esordio del narratore nel mondo della letteratura.
«Col nulla ci avevano rivestito il pavimento. Ci avevano impastato il cemento delle mura. Ci avevano verniciato le pareti. Ed è difficile accettare la manifestazione massiccia del nulla.»
Primo racconto è “Il giardino delle arance amare”, testo che si ambienta e si sviluppa all’interno di un carcere. È qui che le mura assumono un significato completamente nuovo così come le giornate e le persone. I detenuti affrontano la routine a cui sono soggetti con una diversa ritualità, una diversa prospettiva. Il muro non è solo sinonimo di restrizione ma anche di vuoto. Siamo abituati alla libertà, a disporre del nostro tempo, del nostro spazio, delle nostre amicizie. Siamo abituati a scegliere se e con chi dormire, a crogiolarci di comfort che spesso diamo per scontati (anche una semplice lavatrice). Siamo abituati a disporre. Ma cosa succede se uno sbaglio, se un errore ci porta a perdere questa libertà e a vivere in una dimensione dove non siamo padroni del nostro tempo, del nostro spazio, delle nostre amicizie e nemmeno di decidere dove e con chi dormire? All’interno di un carcere le giornate scorrono come “perse”. Il tempo si dilata, le mura si alzano. Le compagnie sono persone ignote, uomini con cui condividere un letto ma che non conosciamo e che possono aver commesso i reati più disparati. Il senso di una alienazione diventa costante. Il mondo fuori diventa un ricordo. Si vivono le giornate con il desiderio di non commettere più quell’errore che potrebbe portarci a rivivere quella condizione una volta fuori, ma non è così semplice tornare al “fuori”. La prospettiva con cui si osserva muta, ripartire da zero ancora una volta non è una cosa di poco conto, anzi.
“Dentro” è il racconto tra i tre che ha la maggiore forza evocativa e che più scuote il lettore. Non lo lascia indifferente. A ciò si aggiunge il fatto che non conosciamo – e questo vale per tutti e tre gli scritti – il nome dei protagonisti. Un po’ come in “La strada” di McCarthy, nessuna voce narrante ha tratti riconoscitivi. Sono tutti spersonalizzati di una identità che si percepisce ma non si identifica. Quel muro mixato a quella non identità è la perfezione della violenza intrinseca, la punizione più grande che può essere data a un essere umano che vive, cresce e articola la sua esistenza proprio su questi pilastri. L’immedesimazione è immediata. Le pagine sono vivide.
«Col nulla ci avevano rivestito il pavimento. Ci avevano impastato il cemento delle mura. Ci avevano verniciato le pareti. Ed è difficile accettare la manifestazione massiccia del nulla.»
Nel secondo racconto, “Il mio compagno di banco”, Bonvissuto affronta il tema dell’adolescenza. Qui conosciamo due amici, ancora una volta senza nome. A far leva sono i legami e i sentimenti che si susseguono nel tempo. I due ragazzi si riconoscono nel marasma di una classe, tra forti e bulli, meno forti e deboli, che li isolano e li rendono insolubili anche nello scorrere delle giornate scolastiche. Tra i due nasce e si sviluppa una vera e propria simbiosi. La cosa che più colpisce di questo scritto è il desiderio di trovarsi e ritrovarsi, scoprirsi nell’affrontare insieme il divenire. I rapporti umani sono il centro, nel loro bene e nel loro male. A cosa si è disposti per quel rapporto? Quanto si è disposti a perdere e cosa davvero si guadagna per quel legame così indissolubile che ci accompagna nella vita e nel crescere?
«Sarà per questo che ogni tanto ritrovano qualcuno che è arrivato a piedi a trenta chilometri da casa, senza che lui sappia spiegare perché. E sarà sempre per questo che ogni tanto qualcun altro invece non lo ritrovano più. Qualcun altro che deve aver avuto troppe cose a cui pensare.»
Terzo e ultimo racconto è “Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato”, testo in cui a far da leva è l’infanzia e il legame crescente con un padre distante e imperfetto che è chiamato ad insegnare al figlio ad andare in bicicletta. Questo scritto è particolarmente incentrato sui legami genitoriali. In particolare, le disamine che si susseguono tra genitori e figli, sono al centro. Perché talvolta anche semplicemente chiedere a un padre di ricevere un insegnamento è cosa complessa. E quanto i genitori insegnano, quanto i figli apprendono come spugne. Anche se possono esserci incomprensioni, non detti, perplessità, discussioni, riflessioni sottese. Anche se talvolta il messaggio e l’insegnamento che ci viene destinato, arriva dopo. Il racconto si incentra, ancora, sul domani e su quel che sarà. Di cosa dobbiamo avere paura? Della morte? Del tempo? Dei legami spezzati? Di quel che sarà?
«- Ma papà…
– Non devi aver paura, non è la morte l’avversario della vita, ma il tempo. Ricordatelo.
– Va bene. Dimmi solo che devo fare.
– Non lo so figliolo, nessuno lo sa.
– Pensi che ce la farò?
– Diciamo che è probabile, ma non è sicuro.
– Mi aiuterai?
– Non posso, la solitudine è una condizione indispensabile.
– E che farai?
– Starò qui, e sarò testimone dell’incredibile.
– […] E cosa devo fare?
– È una dinamica unica ciò attraverso cui ti definisci e ti conosci. È la tua identità.
[…] Solo la cosa più naturale e quotidiana del mondo: l’impossibile che diviene possibile. Atto e non potenza. […] La mamma è meglio vederla da vicino. Il padre lo capisci da una certa distanza. Non troppo, quanto basta. Dev’essere una questione di inquadrature, come nei film. Invece io e lui, in quel posto, diventammo una fotografia che nessuno di noi avrebbe scattato. […] Imparare è infinitamente meglio che insegnare, e lui si era preso la cosa peggiore fra le due. Per lasciare l’altra a me.»
Tre scritti quelli contenuti in “Dentro” di Sandro Bonvissuto che racchiudono al loro interno emozione, forza, empatia e capacità evocativa. Tre scritti che si fanno gustare ed assaporare con naturalezza e genuinità. Ciascun lettore si sente parte integrante, si sente lì, nelle vicende. Ed ancora, rievoca e riporta alla memoria emozioni e sensazioni che ha vissuto nel suo quotidiano vivere, magari in tenera età. Ciascuno, anche quello che può sembrare più lontano, racchiude al suo interno un insegnamento. Al lettore sta il coglierlo. Da leggere.
Una scrittura semplice ma sempre efficace nel cogliere l’essenza delle sensazioni descritte. Delle tre storie presenti nel libro, secondo me quella del carcere è la più efficace. Si passa poi a una storia di amicizia di due adolescenti, così forte che li condurrà a estraniarsi dal mondo, e infine le avventure di un bambino che imparerà ad andare in bicicletta. Le descrizioni sono accurate senza essere troppo lunghe, non ci sono mai situazioni critiche. Si parla di inquietudini profonde, dall'infanzia all'età adulta. Anche se tutto sembra ovattato da quei muri della prigione che contengono ogni cosa, le parole provocano violenza interiore: "Compresi allora la seguente cosa: il muro è il più spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto. E ti accorgi di tutta la sua potenza soltanto quando vedi un muro in funzione. Perché non tutti i muri funzionano; quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio, non sono veri muri. Sono interrotti, oppure hanno delle porte, insomma si possono in qualche modo aggirare o attraversare. È come se fossero degli ordigni disinnescati. Dei muri a salve. Quelli che stanno lì dentro no. Funzionano. E bene. Non c’è niente che ti uccide come un muro. Il muro fa il paio con delle ossessioni interne, cose umane, antiche quanto la paura. Nonostante le apparenze, il muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male; è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti".
Un libro sorprendente. Ogni passaggio di questi tre racconti (che poi racconti non sono ma passaggi, scorci, strade che si ripercorrono) è dotato di una una luminosa oggettività-intendo qui l'oggettività poetica che fa parlare le cose stesse-. Ciò che avviene nel racconto è sullo stesso piano di ciò che viene pensato dalla voce del narratore del quale non sappiamo nulla nel corso del dispiegamento narrativo. Questa ignoranza sulla soggettività del protagonista è necessaria, anzi è la sostanza stessa della narrazione che non oscilla tra alto e basso, cosa e persona, luogo e tempo, non dicotomizza mai la realtà. A questo corrisponde un'univocità di scrittura che non genera confusione, tutt'altro; esibisce invece la parola che si posa su ogni cosa con eguale forza e identica forma. La persona e il pensiero sono in questo libro la stessa cosa (o la cosa stessa) così come il luogo e il tempo. Ogni convezione narrativa perciò cade lasciando al suo posto il bagliore delle parole che sono cose, vive come corpi e avvolgenti come fenomeni.
''- Mamma ha ragione, andando in bicicletta ti può capitare qualcosa di male, ma se non ci vai non ti succederà proprio niente, che è peggio. - Ma papà... - Non devi aver paura, non è la morte l'avversario della vita, ma il tempo. Ricordatelo.''
Le influenze e i fattori che conducono man mano a costruire la nostra storia.
La scrittura molto pesante e ripetitiva, non fluida, soprattutto nella prima parte. Nulla di che, solo qualche sprazzo di piacevolezza, più che altro nella seconda parte del libro.
Uno straordinario esordio per questo autore "cameriere". Il libro è suddiviso in tre capitoli, corrispondenti a tre periodi della vita del protagonista narrante (il presente nel carcere, la giovinezza tra i banchi di scuola e l'infanzia). La sensazione è quella dell'autore che coincide col protagonista del romanzo. Le riflessioni del protagonista, seppur all'apparenza banali, sono a mio parere abbastanza spiazzanti. Comunque super consigliato. 4++
La storia di un uomo in tre capitoli. A ritroso, dall’età adulta all’infanzia. La prima parte è assolutamente coinvolgente, ben scritta e profonda. Le altre due somigliano troppo a qualcosa di già raccontato, da altri e in modo simile. Una piacevole scoperta, un autore di cui non conoscevo l’esistenza, un libro breve e che si fa leggere con piacere.
Un primo racconto decisamente interessante, che esplora terre sconosciute ai più e lo fa con una cura dei dettagli che sembrano implicare una conoscenza diretta dell’argomento. Un secondo racconto più intellettuale, più costruito, meno immediato e altrettanto meno orecchiabile. Quasi grottesco, ma un poco sgradevole. Il terzo più buffo, nostalgico, tenero. Ma comunque incisivo.
Forte riflessione , espressa in modalita di racconti , sulle diverse forme di prigionia ( mentali , fisiche , anagrafiche , .. ) e su come si provi a sopravvivere alla crudelta’ di “mura” che ci dividono dal desiderato , dalla liberta’ , dall irraggiungibile ignoto. A volte vorremmo fuggire da questo “dentro” , altre volte invece immaginiamo cosa possa voler dire abitarvici , agognando un passepartout per una realta’ non nostra.
14/2022 Dentro (S.Bonvissuto) " Perché in carcere è come se dessero la stessa medicina a tutti i malati, anche se affetti da malattie diverse. La stessa cura per tutti. C’è molta più fantasia nel crimine che nella pena."
Un viaggio a ritroso dall'esperienza del carcere all'infanzia. Una scrittura che va dritta al punto, pochi fronzoli letterari. La descrizione dell'umanità rinchiusa nelle carceri, la disumanità della costrizione . La scuola è l'adolescenza, l'identificazione e la ribellione e infine l'infanzia, dove tutto comincia..dove in bilico tra amici e famiglia si cerca e si costruisce la propria identità.
Tre parti molto diverse tra loro ma che sono molto intense, che provano a raccontare la realtà con leggerezza anche realtà molto particolari come Il carcere e le dinamiche tra carcerati.
Per la maggior parte delle pagine, un racconto schietto sulla detenzione, che ho apprezzato anche se narrato con uno stile non particolarmente nelle mie corde. Manca, però, secondo me, un filo che leghi le ultime pagine, dedicate all’infanzia, al resto, che si concentra invece sul carcere.
Una scrittura incisiva, indelebile, essenziale, come i messaggi graffiati sulle pareti nude di una cella. Una mente lucida e pragmatica quel tanto da estirpare dalla realtà più povera quell’unica magra spiegazione cui si appellano i condannati, per non cedere subito al proprio destino.
Questa è la scrittura di Sandro Bonvissuto, un esordio promettente che aggiunge un’altra voce al coro degli scrittori “con gli occhi aperti sul reale”, perché la letteratura ripristini il suo originario ruolo di denuncia e critica di una Società malata.
In un’Italia che non ha ancora risolto il problema del sovraffollamento e del risanamento delle carceri, Bonvissuto veste i panni di un detenuto medio, segue i suoi passi nello spazio ridotto della cella condivisa con altre due persone, svela i suoi pensieri e le sue angosce dimostrando come la condizione tra paura e debolezza sia un sentimento comune a tutti, colpevoli e innocenti. La vita improvvisamente serrata nell’aria angusta di un carcere è il presupposto della riflessione, ogni cosa, ogni fatto, persino il suono di ogni breve parola risultano amplificati in un luogo sterile degli oggetti di una quotidianità strappata, eppure rigurgitante di vite sospese, tante, troppe anime stipate in una punizione che va oltre la condanna.
Il punto di vista di “chi sta dentro” è spietato come la realtà che descrive, senza orpelli, senza aggiungere, soprattutto, senza togliere niente alla miseria che regna “dietro il muro”; quest’ultimo come artefatto umano è il più funzionale, quindi il più temibile, strumento di isolamento:
"Il muro è il piú spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto"
immobile ed imponente, esclude la vista e con essa ogni ipotesi di orizzonte futuro. Così affiorano alla mente pensieri di morte, di desolazione, ci si aggrappa al ricordo e – se si è fortunati – a quelle persone che ci aspettano fuori, per non cedere alla follia, per resistere ogni giorno graffiato su quel muro.
Vivendo in un luogo ristretto e affollato per molto tempo, i sensi si assottigliano, si è più sensibili in tutto, si acquisiscono memorie prima impensabili, come il numero di passi che misurano il cortile dell’ora d’aria, persino i metri cubi respirabili di questa, si registrano tutti i suoni di quella nuova, ripetitiva quotidianità imposta come fossero eventi, così che il tempo passi più in fretta e per illudersi di riempirlo di vita.
Il carcere diviene una comunità sociale a sé stante, folta di personaggi eterogenei che replicano i ruoli dell’esterno: ci sono i capi, i vassalli, i manipolatori ed il gregge che segue; ogni cosa è ridotta all’osso eppure funziona allo stesso modo, prevaricazioni e atti di aperta solidarietà, il sistema continua a sussistere anche se invisibile alla cieca società esterna.
Dentro solleva molte domande ma, soprattutto, reca molte risposte a questioni che noi, qua fuori, trascuriamo di chiederci; nonostante il suo tono d’accusa, Bonvissuto lascia parlare anche l’anima del detenuto, in un’autoanalisi tra l’intenzione e il crimine.
«Il reato è un parassita dell’uomo che lo porta sulle spalle.» un assioma che non giustifica, piuttosto evidenzia laddove affondano le sbarre della prigionia.
La solitudine che permea il primo racconto muta appena natura in quello che segue, dove il caso diviene destino di un’amicizia tra due compagni di banco: due animi fragili che si alleano per annullare lo spettro della propria solitudine interiore.
La condivisione del tutto diviene regola, la Diarchia marcia sincrona sullo stesso passo contro divieti, obblighi e situazioni, le due vite si fondono in una sola e pare non esista niente o nessuno in grado d’intaccarne la solidità. Com’è naturale il rapporto osmotico dei due ragazzi s’incrina a poco a poco: fattori inconciliabili minacciano l’amicizia, le conseguenze sono persino plausibili in un rapporto figlio di en coup de foudre e divenuto morboso che – con la presunzione dei costruttori del Titanic – è considerato inaffondabile.
Due storie, due verità inconfutabili. Bonvissuto forte di una scrittura onesta e carica di autentici passi di pura filosofia, porta l’attenzione sul malessere più diffuso del nuovo millennio: la paura della solitudine e la natura molteplice di quest’ultima.
Dans la première partie, le narrateur raconte dans une façon touchante les choses qui passent par la tête et autour de quelqu’un qui vient de se faire incarcérer. Ses observations sont souvent philosophiques, ce qui fait de ce récit beaucoup plus qu’une description d’un temps passé à l’intérieur d’une prison. Nous n’apprenons pas pourquoi il est dans la prison (ni pour tous les autres !). En même temps, il dit clairement que chaque prisonnier est défini par sa faute, voire devient sa faute. Le narrateur raconte l’impuissance des prisonniers, p. ex. ils ne sont pas informés à l’avance quand il y a des rendez-vous médicales. Il raconte comment les prisonniers perdent leur identité, leur capacité de compréhension, comment ils ne réagissent plus quand on les appelle. Il raconte des amitiés entre les prisonniers, mais aussi des problèmes entre des bandes et des nationalités différentes. Il raconte comment l’espace est calculé exprès très limite, ceci étant une partie de la punition. Il parle de la violence entre les prisonniers ainsi que de la part des gardiens, comment les prisonniers vivent à leur merci. Beaucoup se suicident apparemment dans la prison, pourtant qu’il y en a beaucoup qui n’ont même pas encore reçu leur condamnation définitive. Le narrateur arrive à en sortir un jour.
La deuxième partie se déroule beaucoup plus tôt, dans la vie du même narrateur peut-être, peut-être pas. Il raconte comment à l’âge d’environ 16 ans, il s’est retrouvé par hasard à côté d’un autre garçon sur le banc de l’école, et qui est devenu une sorte de son reflet au miroir. Il n’y avait plus qu’un « nous » qui comptait, même si cela voulait dire sécher les cours et entrer dans un cercle vicieux ensemble. Un récit bizarre, toujours philosophique, pour lequel je n’ai pas tout de suite compris le lien avec la première partie et dans lequel je n’ai pas vraiment réussi à entrer.
La dernière partie finalement raconte une partie de la vie d’un garçon encore plus jeune. Il se retrouve un jour seul parce que ses copains sont partis en vélo et il ne savait pas encore le faire. Il découvre que son père (le même qui vient le chercher à la sortie de la prison ?) peut être une personne formidable.
Peut-être ce dernier texte est censé expliquer pourquoi plus tard le même garçon s’est tellement conditionné à son nouveau copain, qui peut-être a un lien plus tard avec son incarcération. Tout cela reste flou.
Le langage philosophique, qui était un peu surprenant pour un prisonnier, devient plutôt déplacé pour les pensées des jeunes garçons. Le fait que l’auteur a fait des études de philosophie est très évident mais pas toujours opportun.
Un altro libro di un autore fino a oggi per me sconosciuto mi ha “chiamato” dagli scaffali delle novità della mia biblioteca preferita, un altro piccolo capolavoro che mi ha avvinto e ammaliato sin dalle prime righe e la cui magia intrisa di soave leggerezza, di stupore continuo, di attenzione ai particolari più insignificanti pur nel dolore di alcune situazioni descritte mi ha accompagnato fino all’ultima parola. “Dentro” di Sandro Bonvissuto, edizioni Einaudi, è composto da tre racconti di diversa lunghezza, il primo intitolato “Il giardino delle arance amare” è il più lungo, una novantina di pagine; il secondo “Il mio compagno di banco” una quarantina e il terzo” Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta” una trentina. Sono talmente belli tutti e tre che non saprei proprio quale scegliere da mettere in cima a un’eventuale classifica, scandiscono tre momenti della storia di un uomo: il primo lo vede detenuto per un breve periodo in un carcere e ne descrive la vita “dentro”, è in assoluto la più straordinaria e commovente narrazione di vita ristretta che abbia mai letto fino a oggi; il secondo descrive la nascita casuale e l’approfondimento di un’amicizia tra due adolescenti sui banchi di una prima liceo e il terzo un momento dell’infanzia quando il protagonista ha cinque anni e deve, per una necessità contingente, imparare ad andare in bicicletta grazie all’aiuto di suo padre. Questa breve sintesi non può rendere il dovuto merito al fascino di questo libro, serve solo per dare un’idea del contenuto; dalla quarta di copertina traggo le seguenti parole che mi trovano totalmente consonante: “Ci sono libri che quando li chiudi continuano ad abitarti, lasciandoti impressa un’emozione duratura. E’ una questione di vitalità contagiosa, d’intelligenza, d’umanità, di sguardo sul mondo…un libro d’esordio senza paragoni, essenziale e folgorante, radicato nella vita”. E dalla seconda: “Sandro Bonvissuto ha un’attitudine da speleologo dell’esistenza” e grazie a quest’attitudine va in cerca e osserva con attenzione i minimi dettagli dell’esistenza che poi ci racconta quasi con il candore di un bambino, con il suo continuo stupirsi delle cose più apparentemente banali con “la forza d’urto di una scrittura che sa convincere ed emozionare perché è al di fuori di ogni canone”: grazie, Sandro, per le emozioni che mi hai regalato.
In un panorama letterario in cui l’anemia delle idee sembra in rapporto inversamente proporzionale all’ecolalia che la esprime, leggere i tre racconti di questa raccolta è stata una boccata di ossigeno. Bonvissuto sceglie una lingua asciutta, esatta, essenziale, ellittica come i frammenti di esistenze che racconta, che richiede attenzione, lentezza. Con uno stile epigrammatico portato all’estremo, sembra scavare all’interno del testo uno spazio vuoto in cui ogni parola riacquista senso e significato, entrando in risonanza profonda con le emozioni del lettore. La recensione completa su http://www.ifioridelpeggio.com/viaggi...
Nell'introduzione, si parla di "esordio folgorante" ed è un peccato illudere così l'autore e i lettori. I tre racconti qui proposti partono da spunti narrativi interessanti, ma ci si stanca rapidamente, sopraffatti dall'ossessione dello scrittore: dire cose intelligenti ogni tre righe. Alla fine dei personaggi non ce ne frega niente. E neppure della storia. Alcuni dialoghi, poi, sono imbarazzanti.
Immaginate un ibrido fra Alessandro Baricco e Fabio Volo. Nel bene e nel male. Immaginate di trapiantare questo strano organismo vivente nel degrado della periferia, lontano dalla borghesia torinese del primo e dalle boiate del secondo. Immaginate che questa curiosa combinazione di fattori funzioni. L’ho letto in poco tempo, mi è piaciuto soprattutto il primo racconto che pare autobiografico ma mi dicono che no, anche l'ultimo mi è piaciuto, il secondo no.