“L’ho avuta per sbaglio, l’ho persa per svista, e la amo per davvero”. Signori e Signore, Vi presento Cosimo Centofanti e il suo dono della sintesi. 800 pagine in tre sintagmi perfetti!C’eravamo male amati, il nuovo romanzo di Gioia Donati, è un’architettura di sentimenti che non si accontenta delle scorciatoie rassicuranti tipiche del romance. Perché Gioia Donati prende una semplice storia di un tradimento matrimoniale e la trasforma in una tragicommedia postmoderna che unisce la poesia surreale di Benigni, la malinconia disarmante di Nuti e la leggerezza sentimentale di Pieraccioni, in un alfabeto sentimentale declinato in fiorentino. E’ la verità nuda, cruda, tardiva e imperfetta di un tradimento senza l'alibi della passione. E’ il resoconto del viaggio interiore di una Didone contemporanea, che si racconta con un'ironia piena di spine e una dignità che resiste anche quando le gambe tremano. Beatrice ha due figlie e uno in arrivo a cui badare, un cane e la necessità assoluta di darsi una chance. È una Penelope non addomesticata alla cultura del vittimismo, che invece di tessere la sua tela infinita, la disfa, diventando una regina-guerriera che lotta per “disidentificarsi senza disintegrarsi”, capace di esorcizzare il passato vendendo su Vinted i tronchetti regalati dal fratello Francesco Ruggero (che, in una realtà distopica, sarebbe stato il figlio perfetto di Oscar Wilde e Gordon Gekko). Il suo percorso di ricostruzione passa attraverso sedute con lapsicologa, la lettura dei regency di Winona Wiscoonsin e un profilo su Tinder. Ma è anche il racconto del ritorno ad Itaca del nostro Cosimo, un moderno Ulisse dalle mille maschere. Un Pierrot che fa ridere mentre gli cade la lacrima, un eterno giullare che ha usato la comicità come maschera per non far guardare nessuno dentro i propri vuoti. Cosimo viene folgorato sulla via di Damasco quando ormai la fiducia ha già cambiato indirizzo e tenterà in ogni modo di riscrivere la sua storia con l’inchiostro delle buone intenzioni. Ci riuscirà? Beh ai posteri l’ardua sentenza. Io l’ho perdonato al primo “Maremma impestata”! La scrittura di Gioia Donati si conferma ad alta intensità emotiva costante, declinata in una prosa sagace, colta e meravigliosamente dissacrante. C’eravamo male amati è un romanzo feroce e nostalgico (con meravigliose incursioni negli anni '90), in cui l’autrice ci ricorda una cosa fondamentale: l’amore non è un principio attivo, un placebo o un anestetico per curare mali ancestrali. Non cancella e non guarisce magicamente. L’amore è sutura : attraversa la carne, ripara ma non nega la ferita, e sa stare accanto alla vulnerabilità senza fingere che non esista. Non è redenzione ma coesistenza. Non salva dal fallimento, ma costringe a guardarlo in faccia, dimostrando che si può essere imperfetti, stanchi e persino crudeli, senza per questo smettere di appartenersi.
Ci sono ferite che per essere rimontate hanno bisogno di un viaggio al contrario, una discesa all'inferno che nemmeno Dante avrebbe saputo architettare con tanta perversa precisione psicologica. L’autrice non ci prende per mano per raccontarci un corteggiamento, ci sbatte direttamente davanti all'autopsia di un matrimonio naufragato tra le mura domestiche, una chimera narrativa di ben 800 pagine in cui la commedia toscana si mescola al dramma più nudo. È la logica del vernacolo, quella che affonda le radici nella migliore tradizione della commedia corale alla Amici Miei, dove si ride per non piangere, si usa il cinismo come anestesia e si fa la "zingarata" per fuggire dalle responsabilità prima che la realtà chieda il conto. Cosimo Centofanti si presenta proprio così: il giullare perfetto, un po’ I Laureati di Pieraccioni e un po’ furbetto delle Cascine con la battuta sempre pronta per sbollire i pesi, un Pierrot moderno che fa ridere la brigata mentre gli cade la lacrima nell'ombra. Se nei volumi precedenti lo avevo mal sopportato – guardandolo come un moderno monello indisponente che scappa per non farsi impallinare – qui il castello di carte crolla e sono costretta a capitolare insieme a lui. Cosimo recita la parte del marito annoiato che "timbra il cartellino" e si spara anestetici intraventricolari di indifferenza pur di non guardare il mostro più grande: il suo orgoglio fragile. Sotto la maschera "quattro stagioni" da pagliaccio non c'era cinismo, ma un paralizzante senso di inferiorità. Si sente da sempre un intruso tra i "fidanzati illustri" della Firenze bene, un Ulisse imperfetto che davanti a rivali sulla carta impeccabili pensa subito: “ora mi toccherà fare la figura del cioccolataio”. È geloso marcio persino dei fantasmi del passato, ed è proprio come un dannato dantesco che si punisce da solo prima ancora che lo facciano gli altri; in questa resa dei conti emotiva confessa a se stesso l'origine del suo stesso sabotaggio, l'ammissione di aver fatto il bischero per paura di non meritare la felicità: “Non ho mai voluto ammettere che la Bea mi avesse scelto perché mi riteneva migliore. Nei mille motivi con cui giustificavo la sua infatuazione nessuno prevedeva che fossi l’uomo che si meritava.” È qui che lo si giustifica, che lo si capisce profondamente, vedendo il guitto che finalmente smette di recitare la sua farsa e prova a svestire i panni del buffone perché, dopotutto, “Maremma maiala, s’ha sempre avuto paura di romper un qualche cazzo d’equilibrio”. Dall'altra parte della trincea non troviamo una Didone tragica che si lascia consumare dalle fiamme, ma un'anima smembrata che deve fare i conti con un dogma condizionante e silenzioso. Beatrice è una Penelope non addomesticata che stanca di tessere una tela di apparenze decide di disfarla, affrontando il proprio percorso di ricostruzione come una guerriera che impara a guarire tra sedute psicologiche e la necessità assoluta di darsi una chance. La Donati compie un miracolo psicologico nel mostrare come la protagonista abbia passato sedici anni a scusarsi inconsciamente con la propria famiglia per aver scelto uno strafalcione, cascando nella trappola del “piuttosto che fare una scenata e mettere in piazza i panni sudici, mi cheto e fo finta di nulla”, nutrendo quasi l'inadeguatezza del marito perché in fondo quel controllo era "più facile, più sicuro". La sua rinascita è un percorso di auto-validazione pura che passa dal mettere in riga le mille Beatrici sparse nel subconscio, quelle voci che si danno pessimi consigli e si sabotano a vicenda nel retrobottega della mente. Non c'è una guarigione lineare, c'è la scoperta che il peggior torto che una donna possa fare a se stessa è mettersi a tacere, smettendo di fare la diplomatica a tutti i costi solo per compiacere il perbenismo circostante. E quando la tensione si taglia col coltello, quando si arriva a quel confronto ravvicinato in ufficio in cui i silenzi e le maschere saltano definitivamente in aria come i fuochi a San Giovanni, la finzione finisce e la verità crolla sul pavimento con un tonfo sordo. È in quel momento che la commedia sparisce per lasciare spazio alla carne viva, a quella disperata e magnifica dichiarazione d'amore che spazza via ogni tentativo di oblio, un richiamo viscerale che cancella ogni alibi: “Ma io sono impegnato Topolona... Impegnatissimo... A dimenticarti. Questa però è l'unica in cui non riesco a essere costante. E Dio solo sa quanto ci ho provato, Porca Maremma!” È la notifica definitiva che certe storie non si cancellano con un colpo di spugna, una colazione da Tiffany che non ha nessuna intenzione di chiudere i battenti, e che a mandar via chi ti ha salvato quando non eri nessuno non ci si riesce, nemmeno a pagarsi l'oro. Il cerchio si chiude senza favole del vissero felici e contenti, perché tra queste pagine non c'è spazio per le illusioni romantiche, ma solo per il patto maturo e consapevole di due sopravvissuti. Non ci sono promesse irrealizzabili da baci perugina, ma la certezza di due persone reali che accettano i propri difetti e scelgono di restare perché l'attrazione gravitazionale della loro storia rende qualsiasi altra strada una perdita di tempo, un girare a vuoto che “lascia il tempo che trova”. Si guardano, si riconoscono imperfetti e decidono di ricominciare a scriversi daccapo, stringendo un accordo che profuma di futuro, di terra toscana e di vita vera: “Perché te sei una rompicoglioni. E io sono uno strafalcione. Però ti prometto che m’impegno sul serio. Che m’impegnerò ogni giorno per darti una nuova ragione per amarmi ancora.” Questo romanzo ci insegna che perdonare non significa cancellare il graffio, ma accettare la cicatrice, svestire i panni del giullare, uscire a riveder le stelle e chiedersi una grazia. Senza recidiva.
Quando il lieto fine è un nuovo inizio C'eravamo male amati non è solo un romance. È una storia di crescita, di errori, di seconde possibilità e del coraggio necessario per guardarsi davvero allo specchio. Cosimo e Beatrice dimostrano che il lieto fine non coincide con un "sì" pronunciato davanti a tutti, né con una promessa che, da sola, dovrebbe risolvere ogni cosa. Il vero lieto fine è avere il coraggio di ammettere che l'amore, quando è costruito su paure, silenzi e incomprensioni, non basta. A volte bisogna fermarsi. Bisogna lasciare andare ciò che si è costruito con fatica, accettare di vederlo crollare e raccogliere i pezzi di sé stessi. Fa male, tantissimo. Ma è l'unico modo per ricostruire su fondamenta solide, scegliendosi di nuovo con maggiore consapevolezza. Ho amato la fragilità di Cosimo, il suo percorso fatto di inciampi e tentativi, e ho amato Beatrice perché non rinuncia mai alla propria dignità, pur continuando ad amare con tutta sé stessa. Nessuno dei due è perfetto, ed è proprio questa imperfezione a renderli incredibilmente veri. Gioia Donati racconta un amore adulto, fatto di cadute, di perdono e di tempo. Perché il tempo, in questa storia, non è un nemico: è il protagonista silenzioso che insegna, cambia le persone e permette ai sentimenti di maturare. Ho riletto questo romanzo conoscendone ogni svolta, eppure mi sono commossa come la prima volta. Perché le storie più belle non sono quelle che sorprendono soltanto, ma quelle che, a ogni rilettura, riescono ancora a toccare corde profonde. E forse è proprio questo il messaggio più prezioso del libro: non esiste un amore perfetto, ma esistono persone disposte a mettersi in discussione, ad abbattere le proprie certezze e a ricostruire, mattone dopo mattone, un rapporto più vero e più forte. Un consiglio, soprattutto a chi ama i romance: non cercate solo le farfalle nello stomaco, i colpi di fulmine o il classico "e vissero felici e contenti". Leggete C'eravamo male amati se avete voglia di una storia che parla di crescita, di responsabilità e di quel momento in cui si capisce che amare davvero significa anche avere il coraggio di lasciar andare, cambiare e ricominciare. Perché il lieto fine, a volte, non è il punto d'arrivo. È la scelta quotidiana di ricostruire insieme, questa volta su fondamenta che nessuna tempesta potrà più portare via. 💖
Questo libro contiene molti degli elementi che di solito mi tengono lontana da una storia: un marito traditore, una coppia in crisi che vuole ricucire il rapporto, flashback e racconti del loro passato. Eppure, iniziata la prima pagina non sono più riuscita a metterlo giù, e ho DOVUTO leggere come andava a finire la tormentata relazione tra Bea e Cosimo. Ho perfino empatizzato con lui, che all'inizio parte piuttosto stronz*tto, e mi ci sono affezionata. L'autrice è stata bravissima in questo. Corollario di Bea e Cosimo, tutto un microcosmo di amici, colleghi, parenti, ex. Ognuno con la propria storia, ognuno con il suo ruolo. Il modo di scrivere è particolare, originale. Mi è piaciuto molto. Una lettura davvero piacevole.